Chissà se ci sarà, la terza intifada. Tutti la temono, molti ne parlano (non solo palestinesi, anche israeliani), i sassi sono aumentati. E poi c’è stato l’attacco alla yeshiva in cui sono stati uccisi otto studenti della più importante scuola rabbinica legata ai coloni, e ancora non si sa se è stato un episodio isolato di un giovane di Jabal Mukaber di una famiglia benestante, oppure se è stato eterodiretto, se è stato un episodio della terza intifada, o la coda della seconda rivolta, quella di Al Aqsa.
Qualcosa si può già intravvedere, di diverso da prima. Ed è che lo scontro a Gerusalemme e in Cisgiordania, in queste settimane, si concentra tra i palestinesi, da una parte, e un particolare settore della società israeliana. I coloni. Lo dimostra il raid di ieri compiuto da centinaia di esponenti dell’estrema destra religiosa israeliana, quella legata a una parte ben precisa del movimento dei coloni, che ieri sono andati a Jabal Mukaber per farsi giustizia da soli e colpire la casa della famiglia dell’attentatore della yeshiva. Itamar Ben-Gvir è uno degli esponenti più noti dell’estrema destra, e le sue dichiarazioni dicono chiaramente quello che potrebbe succedere nel prossimo futuro: “This is only the beginning. This is the opening shot for a much more complicated struggle against our enemies. We are fed up with the fact that Jewish blood is abandoned and that the prime minister doesn’t care. The rage is erupting and leads to the incidents and anger we saw at the village.”
Vuol dire che lo scontro è già iniziato? Troppo presto per dirlo, ma i segnali ci sono. E che la “questione coloni” sia ormai sul tappeto lo confermano le numerose affermazioni del vicepremier Haim Ramon sulla rimozione degli outpost, gli avamposti illegali (cioè, più illegali degli altri…), nonché le dichiarazioni opposte dei dirigenti dello Shas, che spingono per la crescita dell’edilizia per israeliani dentro Gerusalemme araba, che ha messo a disagio anche l’amministrazione Bush.
L’altra Israele, quella che non sta a Gerusalemme, che vive nella periferia del paese, guarda, per ora in silenzio. Ma cosa farà nel caso in cui la “questione coloni” divenisse veramente un nodo politico interno a Israele? Sarà interessante osservare come reagirà. Intanto, c’è chi – tra gli israeliani – sta combattendo una battaglia giuridica per dimostrare l’illegalità della costruzione di molti insediamenti. Una battaglia che sta venendo alla superficie soprattutto in queste ultime settimane, come dimostrano le inchieste di Meron Rapoport su Haaretz.