Al Masikh qam

Cristo è risorto. Auguri. La messa del sabato sera, nella parrocchia cattolica di Gerusalemme, è una festa di famiglia. Nonostante le migliaia di persone che stipano la chiesa di San Salvatore. Tutta la comunità palestinese cattolica di Gerusalemme vecchia e dintorni è lì. Quelle persone che nella vita quotidiana ti sfiorano, ti salutano, ti riconoscono: l’agente di viaggi, il cameriere, il pianista, il bottegaio, l’insegnante. Bambini che piangono, tanti sacerdoti a celebrare una messa che prevede nove battesimi, il coro di adulti di buon livello, i chierichetti compresi nella parte. È una messa lunga, oltre due ore, ma a prendere il posto della fatica c’è un reale, profondo, tradizionale senso di festa e di comunità che raramente mi è accaduto di trovare, nei riti italiani. Non c’erano monadi, individui, c’era comunità, familiare, sociale, locale, e poi accomunata dalla fede. Qualche ortodosso, per esempio, c’è, si fa il suo segno della croce, prende la comunione. Perché i matrimoni tra chi professa versioni diverse del cristianesimo non sono certo rari, qua. “Domani festeggio con mia moglie, che è cattolica. Tra un mese, poi, tocca a me”, mi ha detto un negoziante, augurandomi buona Pasqua.
Festa senza enfasi, peraltro. Come i pranzi di famiglia. Buon cibo, una grande tavola, e tutti seduti intorno. E poi, la vecchia tradizione degli scout, con quel qualcosa in più delle nostre bande di paese, e non solo perché l’ambientazione è a Gerusalemme. Bandiere, tamburi, uniformi, e la processione per le vie della Città Vecchia. Il Santo Sepolcro è a due passi, l’aria che qualcosa – circa duemila anni fa – sia successo, si respira quasi senza accorgersene. Ma la vera festa è in una parrocchia poco visitata in questa occasione dalle ondate di pellegrini (unica eccezione, quelli della diocesi di Torino, guidati dai salesiani), dove una comunità piccola si riunisce. E celebra il Cristo risorto nella maniera più naturale possibile: poca forma, bambini indisciplinati, molta sostanza.

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