E dopo l’accordo?

Sono bastate poche ore per passare dal seppur cauto ottimismo ai veri e propri scontri. Concentrati, soprattutto, dentro Fatah, sempre in attesa – come Godot – del fatidico sesto congresso.
Il cauto ottimismo è stato quello espresso dopo la firma, domenica a Sana’a, di una dichiarazione congiunta dei rappresentanti di Fatah (e dell’Olp) Azzam al Ahmed, e di Hamas, con la presenza (decisamente importante) del numero due del bureau politico, Moussa Abu Marzouq. Dichiarazione firmata davanti alla selva di telecamere e microfoni dei media arabi (che sono ormai tanti, non c’è più solo Al Jazeera), e soprattutto davanti allo sguardo incombente del presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh.
Gli scontri sono cominciati subito dopo la firma. Lo scontro in diretta tra Azzam al Ahmed e Nemer Hammad su Al Jazeera, per esempio, quando l’ex rappresentante palestinese in Italia ha accusato Ahmed di aver firmato la dichiarazione senza essersi prima consultato con il presidente Mahmoud Abbas. E poi il duro commento di Yasser Abed Rabbo, che oggi ha bollato come “nata già morta” l’intesa di Sana’a (“The signing of the agreement is neither binding to “Fatah” nor to the PLO. President Abu Mazen insisted yesterday on issuing a clear statement through Mr. Abu Rdeineh. This statement clearly says that we are interested in an agreement on the implementation not on mere holding of dialogues”).
Per Hamas, l’intesa è la piattaforma per iniziare il dialogo con Fatah, e ripartire dal periodo precedente agli “eventi di Gaza” (il movimento islamista ha fatto togliere dalla dichiarazione la parola “coup” per definire il colpo di mano del giugno del 2007 nella Striscia). Per Fatah, o almeno per l’entourage di Mahmoud Abbas nella presidenza dell’Anp più duro verso Hamas e più incline a concludere velocemente un accordo con gli israeliani, la dichiarazione è già un’intesa, non si deve discutere, e Gaza deve ritornare nello status quo ante. Sotto il controllo della presidenza dell’Anp.
Forse ha ragione Abed Rabbo. L’accordo è già morto. Soprattutto perché il dialogo nazionale dovrebbe cominciare il 5 aprile, e da qui al 5 aprile molte cose potrebbero succedere. Israele, attraverso un alto funzionario che ha parlato con la stampa, ha fatto sapere che se Fatah si mette d’accordo con Hamas, si chiude il processo di pace.
L’intesa, però, è stata firmata. E soprattutto ha messo in gioco il presidente yemenita, che questo foglio di carta lo vuole portare il 29 marzo a Damasco, al summit della Lega Araba, dove di questioni delicate sul tavolo ce ne sono sin troppe. Libano in testa. I leader arabi, insomma, potrebbero spingere fortemente Fatah, e la presidenza dell’Anp, per ammorbidire i toni, e aprire la porta al dialogo interpalestinese. Lo vogliono gli yemeniti, i sauditi, i qatarioti. Lo vuole molto probabilmente anche l’Egitto, che sta cercando di mediare una tregua tra Hamas e Israele perché ritiene che Hamas è un attore politico ineludibile. Come ha dimostrato con l’apertura del Muro di Rafah, lo scorso 23 gennaio.
Anche Fatah, peraltro, è spaccata. Con il settore più legato al consenso della base che continua a ripetere che non si può eliminare Hamas dalla Cisgiordania, perché fa parte del tessuto sociale e politico palestinese.

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