La notizia di poco rilievo è che il Quartetto – che unisce Usa, Unione Europea, Onu e Russia – si riunisce al vertice oggi a Londra. La notizia importante, ma alla quale non viene dato rilievo se non dagli inviati più esperti di questi luoghi, come Donald McIntyre del britannico Independent, è che la situazione umanitaria e alimentare a Gaza sta raggiungendo i livelli della crisi. O, come l’ha definita il rappresentante dell’Unrwa a Gaza, John Ging, di fronte alla Camera dei Comuni britannica, è “shocking and shameful”. Scioccante e vergognosa, insomma.
La notizia politica più interessante, invece, è che la mediazione egiziana sulla tregua sta avendo risultati apprezzabili. Almeno, da parte palestinese. I colloqui del Cairo di martedì e mercoledì scorsi hanno raggiunto il risultato sperato: tutte le fazioni presenti hanno aderito de facto alla tregua con Israele su Gaza. Con i distinguo della Jihad islamica, che non aderisce alla tregua dal punto di vista formale, ma non sarà la prima a romperla. Al Cairo non c’erano né Hamas né Fatah. La prima, perché l’offerta l’aveva già fatto. La seconda, perché approva la mediazione su Gaza (Mahmoud Abbas ne aveva già discusso a quattr’occhi con Hosniu Mubarak nel suo recente viaggio a Sharm el Sheykh, pochi giorni prima di sottoporsi, ieri, a una angiografia ad Amman).
Ora la palla è nel campo israeliano. La proposta presentata dagli egiziani è già in discussione. Ne hanno parlato al telefono, ieri, anche Mubarak e il premier Ehud Olmert, che oggi ha peraltro ricevuto gli investigatori per rispondere a domande relative ad accuse di corruzione. Amos Gilad, l’uomo che in questi mesi ha sempre fatto da liaison tra il governo israeliano e l’Egitto, tornerà al Cairo per discutere con il potente capo dei servizi segreti egiziani, Omar Suleyman, delle riserve israeliane sulla proposta di tregua offerta da Hamas.
La tregua, per Hamas, è all’interno di un pacchetto che comprende la riapertura del valico meridionale di Rafah (la porta verso l’Egitto), con la presenza della guardia presidenziale di Abu Mazen e la presenza degli osservatori europei della missione Eubam (quella guidata dai nostri carabinieri). Israele non è d’accordo, mentre potrebbe cedere sulla divisione tra la tregua e il pacchetto dello scambio di prigionieri. L’accettazione di un cessate il fuoco, insomma, sarebbe il primo passo per l’apertura del secondo negoziato, quello dello scambio tra il caporale Gilad Shalit e almeno 350 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane (dove ci sono ora oltre 11mila detenuti palestinesi.
I tempi stringono, perché George W. Bush arriva tra pochi giorni in Israele per partecipare alle celebrazioni per i 60 anni della fondazione dello Stato di Israele, a cui ha aderito anche il presidente del consiglio in pectore Silvio Berlusconi. E sembra che gli americani spingano per il raggiungimento della tregua. Questo non vuol dire che il cessate il fuoco possa avere vita lunga. L’ipotesi di una operazione militare israeliana a Gaza, durante l’estate, è sempre dietro l’angolo. Così come le tregue vengono raggiunte, possono anche venire rotte.
C’è, però, un particolare da tenere nel debito conto. Da due giorni il gas egiziano arriva in Israele. Faceva parte dell’accordo di Camp David, ed è stata per decenni una delle intese di cui in Egitto non si parlava, vista la contrarietà dell’opinione pubblica. Ora la notizia è stata diffusa, e il gas egiziano dovrebbe coprire il 20% del fabbisogno elettrico israeliano. C’è un do ut des politico dietro quest’intesa? E il do ut des riguarda il destino di Gaza, e dunque di Hamas?