Fallisce il Facebook party

Il Cairo affollato come al solito. Traffico, gente, e l’ormai solito apparato di sicurezza nel centro. Lo sciopero del 4 maggio, indetto da un settore del cyberattivismo egiziano, è sostanzialmente fallito. Lo dicono le fonti giornalistiche internazionali, lo confermano i blogger che hanno fatto, ancora una volta, giornalismo indipendente per le strade. Poche decine i manifestanti, di fronte all’ordine degli avvocati, nella downtown del Cairo. Pochissimi i ragazzi vestiti di nero, come avevano chiesto gli organizzatori virtuali dello sciopero, riuniti attorno a una community di Facebook.

Il Facebook Party, insomma, è fallito. Ed è cominciata la discussione (a dire il vero iniziata già ad aprile con la presa di distanza di Hossam el Hamalawy, giornalista, blogger molto legato al movimento operaio, che contestava l’assenza di legami tra certo cyberattivismo e le masse) sulla capacità di aggregazione politica dei dissidenti virtuali. Come sempre interessante e intelligente la spiegazione offerta da uno degli intellettuali migliori in Egitto, Mohammed El Sayyed Said, direttore di uno dei giornali indipendenti, El Badil. “I siti sono strumenti eccellenti per la discussione politica, ma il “totale fallimento” di questo sciopero mostra la loro incapacità di connettersi con la gente comune”, questo le dichiarazioni di Mohammed El Sayyed Said a Paul Schemm per l’Associated Press, che ha anche detto: “The advantages were very clear. Several thousand people were debating an issue, which is extraordinary by any standards. … But when it comes to touching cause with the public, it’s a different story.”
Cosa succederà ora? Quanto questo insuccesso influirà sul morale dei cyberattivisti? Impossibile, ora, immaginare le conseguenze. Un dato, però, è già evidente. Il cyberattivismo si è diffuso, da un piccolo nucleo molto forte e molto solido dal punto di vista politico (che è quello, peraltro, che è stato sin dall’inizio molto scettico sulla riuscita dello sciopero, compreso tra i ranghi dei blogger islamisti), a un pià ampio numero di giovani e giovanissimi utenti della Rete che hanno immesso nell’agorà virtuale altri sentimenti: non solo il velleitarismo, ma soprattutto il disagio verso un paese che non li rappresenta più o non li riconosce, e la necessità di esprimere questo disagio in uno dei pochi spazi “pubblici” ancora possibili in Egitto.

Mi sembra, insomma, che il fallimento dello sciopero del “Facebook party” sia più una crisi di crescita della dissidenza, ovviamente piccola nei numeri, visto che l’uso di internet in Egitto è ancora limitato non a una èlite, ma certo a una fascia contenuta della società. Ma le dissidenze, dappertutto, sono contenute nei numeri. Questo non vuol dire che non siano importanti.

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