Oltre duecento dignitari per una seduta parlamentare decisamente eccezionale, quella di domani a Beirut, convocata per eleggere il nuovo presidente libanese, Michel Suleyman (i poster con la sua immagine, come si vede nella foto ripresa da A Diamond’s Eye, tappezzano già le strade della capitale). E tra i nomi eccellenti, ci sono tutti i patron della crisi libanese, da oriente così come da occidente. Ministri degli esteri di Siria, Iran, Francia, Spagna, Italia, delegazione del Congresso americano, Ban Ki Moon, Amr Moussa. E poi l’emiro del Qatar Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani , il grande manovratore dell’accordo di Doha assieme al fidatissimo premier e ministro degli esteri, Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabor al-Thani. Caso unico, l’emiro del Qatar parlerà ai deputati libanesi nella seconda parte della seduta, dopo l’elezione di Michel Suleyman. A prima vista, sembrerebbe un’occasione per vip, che si riuniscono a Beirut semplicemente per sancire l’accordo di Doha. Nella sostanza, sembra molto di più una blindatura della politica libanese, del tutto ostaggio – a questo punto – della politica internazionale. Alla stregua di quello che successe con gli accordi di Taif, che misero fine alla guerra civile. Conclusione: a intervalli regolari, la politica internazionale decide come ricomporre il delicato equilibrio libanese, a seconda di quello che succede nel più ampio quadro geopolitico regionale. E i libanesi, ancora una volta, rivestono il ruolo delle pedine da muovere: come se l’èlite politica del Paese dei Cedri fosse, ormai da tanto tempo, incapace a comporre il mosaico nazionale da sola.
