Il mondo arabo di intellettuali e pensatori ne ha, eccome. Così come ha buoni, se non ottimi, scrittori. Ma mentre la letteratura araba comincia a essere tradotta, si spera perdendo quell’aura da Cenerentola, così non è per la saggistica. Dai politologi ai polemisti, dai laici (a parte alcuni rari casi, generalmente filooccidentali) agli islamisti. Con l’eccezione di Nasr Hamid Abu Zayd, di cui è possibile leggere due libri, in italiano. E in effetti, Abu Zayd è uno dei pensatori musulmani più interessanti. Ho timore che sia conosciuto in Italia molto di più per il fatto che sia stato costretto ad andare a vivere in Olanda, dopo aver subito una condanna per apostasia nel 1995 in Egitto, che l’avrebbe altrimenti costretto a divorziare da sua moglie, per i suoi studi sull’interpretazione del Corano. Da allora, insegna all’università di Utrecht.
All’inizio di maggio, comunque, Abu Zayd ha fatto un tour nelle capitali arabe, da Beirut al Cairo. E il successo è stato assicurato. Soprattutto al Cairo, come racconta il professor Hosam Aboul Ela, che insegna all’università di Houston e che ha assistito a una serata – a quanto sembra – veramente speciale all’American University del Cairo. Gli elementi interessanti del racconto di Aboul Ela sono due: la sottolineatura che ora Abu Zayd si sta concentrando sul concetto di autorità (“Recently, his scholarly preoccupations have moved him toward consideration of discourses of authority, which he sees as a plague on Arab states, in everything from state institutions to educational systems to religious authorities. In his May 3 talk, he spoke specifically to “tahreem” of art. (The word “tahreem” means to make something forbidden, and although it normally has religious connotations, he began his remarks by emphasizing that “tahreem” also occurred in political, social and other institutional contexts.)”). La seconda: l’atmosfera dell’incontro: molto vivace, a dimostrazione che da quelle parti si pensa, si riflette. E’ lo stesso, da noi?