Gli organizzatori ne hanno previsti circa 35mila: 35mila visitatori in 3 giorni di festival musulmano, a Olympia, Kensigton, cuore di Londra. Di questi, forse il 15, il 20 per cento non era musulmano. Come me, d’altro canto, che a Islamexpo ci ero andata per un seminario chiuso sull’islam politico e mi sono trovata davanti una fiera della “Islamic cultural extravaganza” (come l’hanno definita gli stessi organizzatori) che mi ha raccontato molto su quello che con un termine riduttivo è stato definito il Londonistan.
Islamexpo dice anzitutto una cosa che dovrebbe essere risaputa, consolidata, conosciuta: che di islam ce ne sono molti, arabi, non arabi, asiatici, europei, integralisti, tolleranti, formalisti, rilassati. Dice, in più, che i musulmani di Londra che hanno visitato la fiera volevano non sentirsi sempre sotto osservazione, e volevano finalmente trovarsi in un ambiente che consideravano al 100% amico. Una conferma del modello comunitaristico britannico? Ma certo, con ciò che c’è di buono e con il molto che non va.
Visitatori a parte, è stato il parterre la vera rappresentazione del Londonistan: dai graffitari ai calligrafi, dall’ultima scena musicale islamica (con i Mecca2Medina, soprattutto) agli stand delle banche islamiche, dalle charity ai partiti britannici alla ricerca dei voti delle comunità musulmane. E poi teatro, concerti, dibattiti, e soprattutto lifestyle versione islamica: dagli stilisti di moda ai cuochi-artisti sulla scena, dalle magliette per bambini con tutti gli slogan più fancy (come l’ecologica: I’m Muslim, feed me organic) alla fila per farsi la henna.
Qualche riflessione in più nei prossimi giorni