Ero in Sicilia quando è andata in onda la telenovela di Qabus, il sultano omanita, a Palermo. Paginate, commenti, cronache: tanto nero su bianco dedicato all’apparenza, a tutto quello che il sultano Qabus stava donando a politici, vip e gente che conta a Palermo. Sappiamo tutto su Rolex e simili regalie, sappiamo tutto su yacht, gente al seguito, suite prenotate nei grandi alberghi, sullo stereotipo (vero, stavolta) dei tanti soldi che gli sceicchi spendono e spandono. Sappiamo anche molto su quello che Palermo farebbe con i tanti soldi del sultano Qabus. Abbiamo saputo molto poco di Qabus, e soprattutto dell’Oman, di Muscat, e per esempio del ciclone che lo scorso anno spazzò mezzo paese, provocando danni ingenti.
Ma rimaniamo al sultano e alla sua visita in una città, Palermo, che araba è stata, e lo si vede ancora, non solo nell’uso che poi i normanni fecero delle maestranze e degli artisti arabo-musulmani. Si dice che Qabus voglia investire, e che la sua visita precedente a Bari faccia pensare a un investimento nei porti italiani. Bene, qui si va oltre lo stereotipo, e si parla di sostanza. Investimento sui porti: perché no? Il 2010 dell’area comune mediterranea è vicina, e la Dubai World, per esempio, lo fa già da anni. Non nel Mediterraneo, certo, ma in tutto il resto del mondo, dal continente americano alla Cina. E a conferma del fatto che il sultano Qabus abbia solo compiuto una visita di cortesia, per poi rendere più facili possibili trattative sul piano economico, c’è la (piccola) notizia – da verificare ulteriormente – che i suoi ‘facilitatori’ stiano aprendo un ufficio a Palermo.