L’ombra gigantesca delle elezioni americane arrivasino a Nablus, oscurando un piccolo voto – per così dire – “di provincia”, quello delle elezioni del consiglio studentesco della locale università. Ma Nablus è un posto importante, per i palestinesi, e l’università di al Najah è la più grande di tutta la Cisgiordania, forse la più politicizzata di questi tempi, scalzando una sorta di primato tradizionale di Bir Zeit, l’ateneo di Ramallah.
Le elezioni ad al Najah, ironia della sorte, sono in contemporanea con quelle americane. Il risultato, nel caso di Nablus, è abbastanza scontato. Vincerà Fatah, con una buona affermazione della sinistra, che si è coalizzata (Fronte Popolare, Fronte Democratico e partito comunista insieme). Hamas non si è presentata: teme gli arresti, che non si sono fermati da mesi, e che hanno anche colpito gli studenti. Nessuna bandiera verde di Hamas, insomma. E in compenso molte keffiah nere (di Fatah) e rosse dei rossi del Fronte Popolare.
Le università, in tutto il mondo, rasserenano il cuore: le facce dei ragazzi sono le stesse dei nostri vent’anni, quel mix di euforia, speranza e grandi timori. Ma le università palestinesi, talvolta, possono lasciare un retrogusto amaro. Quei ragazzi alla caffetteria, seduti sui muretti, intenti a chiacchierare nei piccoli gruppi, avevano la stessa faccia ritratta nelle foto delle breaking news di qualche anno fa. Le facce dei ragazzi della seconda intifada, la generazione perduta. Le stesse facce ritratte in questi giorni sulle bacheche elettorali nel campus, tutte dedicate alla “resistenza”, all’occupazione israeliana, agli arresti, alla storia di pochi anni fa, che a Nablus ha significato morte, lutti, sangue. Le università sono uguali in tutto il mondo, ma in certi posti hanno un gusto diverso.