Il gioco di società non è forse tanto diffuso in Europa, ma in Medio Oriente tutti, magari in un angolo nascosto del cervello, hanno qualcosa da chiedere a Barack Obama. Sull’Iraq, sul conflitto arabo-israeliano, sui tam tam di guerra preventiva che vanno e vengono sui cieli dell’Iran, sul rapporto con gli arabi, con gli arabi-musulmani, coi musulmani.
Non che in Medio Oriente si sia più di tanto ottimisti. Come scriveva ieri sul Daily Star Souheila Al-Jaada, “one thing is clear: Whoever wins will have a tough task. Not only must he work toward elevating America’s standing in the Middle East, he must also demonstrate to an increasingly frustrated Arab public that his policies will be a real change from the past eight years”. Pubblico frustrato, pubblico senza grandi aspettative, pubblico che s’aspetta almeno che non vinca McCain.
Altra cosa, invece, è cosa Obama potrebbe fare, se vincesse. Certo, la vecchia amministrazione non ha fatto molto per facilitargli il lavoro, anzi. Il raid americano in territorio siriano, di cui si parla poco ma che ancora ha qualche strascico, ha prodotto – volontariamente o meno – almeno un risultato: mettere in difficoltà il prossimo inquilino alla Casa Bianca, trascinarlo dentro la dottrina Bush, rendere ancora più delicato il rapporto con Damasco. E poi c’è la questione dei consiglieri sul Medio Oriente che stanno saltando di corsa sul carro di colui che ritengono il vincitore. Alcuni di questi sono stati legati al carro dell’amministrazione Bush, e alla dottrina sul Medio Oriente che ha determinato il quadro disperante di questi tempi. Quanto influiranno sul prossimo presidente?