YES, THEY CAN!

Yes, they can. O meglio, yes, we did, come ha titolato oggi una delle analiste e delle blogger più esperte di Medio Oriente, Helena Cobban. Cito il suo diario virtuale, justworldnews, perché l’elezione del presidente degli Stati Uniti, in Medio Oriente, non è certo una notizia di politica estera, come faceva notare giustamente il blogger di babylonbeyond. E’ bel altro. E’ futuro. Ecco perché Al Jazeera ha acceso i riflettori sulle elezioni americane, ieri, e non li ha ancora spenti.
Ora, però, è il tempo dei festeggiamenti. Le riflessioni verranno domani, e i giorni a venire. In pochissimi, la scorsa primavera, pensavano che sarebbe stato possibile. Quello “YES, WE CAN” sembrava più un modo per farsi coraggio, un pio desiderio, piuttosto che una probabilità. Ci avevo sperato, nonostante testimoni diretti mi dessero della naive, della idealista: non credevo che Obama ce l’avrebbe fatta, credevo che Hillary Clinton non avrebbe rappresentato nessun cambiamento di rilievo, e che se l’America doveva dimostrare di voler cambiare, allora l’avrebbe dovuto fare sul serio. Obama ha 47 anni, esattamente la mia età. E’ nato anche lui nel 1961, un anno speciale, perché è stato l’anno in cui è cominciata la costruzione del Muro di Berlino. Mi è sempre piaciuto pensare che questo piccolo pezzo della generazione degli ultraquarantenni abbia introiettato una idiosincrasia quasi genetica verso tutti i Muri.
Questa notte, comunque, “yes, we can” è stata la colonna sonora degli americani che a Chicago sono scesi per strada ad ascoltare il primo discorso da presidente di Barack Obama, 44mo presidente degli Stati Uniti d’America. Ed è stato un discorso rooseveltiano, più che kennedyano. E’ l’ora dei momenti difficili, e – sì – l’America ce la potrebbe anche fare. Con un passo diverso da prima. E’ finita l’era Bush.
C’era una volta un sogno. Now it’s the time.

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