Un vulnus chiamato Hebron

Che Hebron sia uno dei punti più delicati di tutta la storia del conflitto, lo si sa da tempo. Almeno dal tempo di Baruch Goldstein e della strage nella moschea Brahimi. Il fatto che i riflettori su Hebron non siano accesi, in questo periodo, non vuol dire che a Hebron si stia meglio. Anzi. Basta guardare alle cosiddette “notiziole” – come quella di oggi – per capire che la storia non solo non è finita, ma rischia anche l’esportazione in altre aree ancor più sensibili. Come Gerusalemme. A Hebron ci sono tafferugli perché una famiglia di coloni radicali non se ne vuole andare da una casa occupata, nonostante l’ingiunzione del tribunale. E il razzismo antiarabo dei coloni ha raggiunto livelli alti. A Gerusalemme est, per la precisione nel quartiere centralissimo di Sheykh Jarrah, i coloni hanno acquistato 26 appartamenti, e la famiglia al Kurd è stata sfrattata. I protagonisti del conflitto non sono cambiati, gli episodi da raccontare sono simili, le micce accese sempre le stesse.

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