Tregua o non tregua…

La campanella dell’ultimo giro, quella del mezzofondo, è suonata. A pochissimi giorni dalla scadenza della tregua di sei mesi tra Israele e Hamas su Gaza, i protagonisti hanno cominciato a prendere posizione. Hamas ha parlato, e ha detto che non è disposta a rinnovare la tregua se Israele non la rispetta, e non apre il blocco attorno alla Striscia. Come sempre è accaduto, Hamas ha parlato con una voce, attraverso i leader del bureau politico all’estero e di Gaza. Khaled Meshaal ha emesso una dichiarazione a Damasco, proprio in contemporanea con il discorso di Ismail Haniyeh a Gaza, di fronte ad almeno duecentomila persone riunite per celebrare i 21 anni della nascita di Hamas. Il 14 dicembre del 1987, infatti, venne reso pubblico il primo volantino firmato dallo Harakat al Muqawwama al Islamiyyah, il Movimento di resistenza islamico che avrebbe poi deciso di accorciare la denominazione nella sigla Hamas (‘entusiasmo’). Il volantino, il primo volantino di marca islamista della prima intifada, era stato scritto dal Abdel Aziz al Rantisi, uno dei leader della Fratellanza Musulmana che pochi giorni prima il 9 dicembre, aveva partecipato alla riunione a casa dello sheykh Ahmed Yassin in cui era stato deciso di rendere pubblica la nascita di un braccio operativo dell’Ikhwan al Muslimin.

Storia a parte, la cronaca si concentra invece sul rinnovo o meno della tregua. Hamas, quasi sicuramente dopo una consultazione di tutti i gruppi della dirigenza, ha deciso di seguire la linea della non acquiescenza. Non si rinnova la tregua, se i termini della tregua non cambiano. D’altra parte, per le strade di Gaza, la gente normale diceva alla fine di ottobre che la tregua non aveva cambiato la disperata vita quotidiana del milione e mezzo di gazani rinchiusi in una prigione a cielo aperto. Aveva soltanto rafforzato Hamas. E Hamas, molto sensibile sin dai suoi primi giorni di vita al consenso popolare, deve aver compreso che rinnovare automaticamente la tregua gli avrebbe fatto perdere terreno.

La tempistica, peraltro, non è per niente irrilevante. Rinnovare la tregua ora, nei termini precedenti, vorrebbe dire gestire la delicatissima fase della transizione del mandanto presidenziale dell’ANP in condizioni di debolezza. Hamas, invece, ha scompaginato le carte chiedendo un nuovo negoziato a Israele, bypassando il rapporto tra Israele e l’ANP di Abu Mazen e Fayyad, proprio nel momento in cui la politica, a Tel Aviv, è tutta concentrata sugli slogan elettorali. Sia Tzipi Livni sia Ehud Barak hanno cavalcato la questione di Gaza in questa veloce campagna elettorale, col risultato che Hamas ha deciso di non esserne parte passiva, ma di giocare la questione della tregua o del rinnovato conflitto militare con un governo (quello israeliano) che dovrebbe gestire soltanto la ordinaria amministrazione.

In parallelo, lo scontro tra Hamas e Fatah ha aggiunto altre parole alla pila già alta di dichiarazioni incrociate. Le ultime parole, a dire il vero, cominciano ad avere una consistenza maggiore rispetto alle precedenti. Nel suo discorso di ieri, Haniyeh ha detto due cose, che riguardano specificamente il conflitto istituzionale interpalestinese: dal 9 gennaio, lo speaker del parlamento Aziz Dweik (detenuto dagli israeliani dall’estate 2006 e con problemi di salute non indifferenti) diventerà, per legge, il presidente ad interim dell’ANP, visto che quel giorno scadrà il mandato di Mahmoud Abbas. Ma sarà il presidente ad interim per 60 giorni, come previsto dalla legge, per preparare le nuove elezioni presidenziali. Tradotto: Hamas non vuole designare un presidente alternativo ad Abu Mazen, ma accetta le elezioni presidenziali. In più, e questa è la seconda dichiarazione importante di Haniyeh, Hamas – ha detto – non ha paura delle elezioni, ed è sicura del sostegno popolare.

Ci potrebbero essere, dunque, dei timidi spiragli per indire le prossime elezioni. Se, da Ramallah, si decide un compromesso con Hamas che, a dire il vero, sembra molto lontano, dopo le dure parole di Abu Mazen durante l’Eid el Adha, la festa del sacrificio, il suo pellegrinaggio alla Mecca. Uno dei suoi consiglieri, Nabil Abu Rudeina, ha fatto sapere che presto Abu Mazen svelerà la data delle prossime elezioni, presidenziali e legislative insieme. Ma ha anche detto che Abu Mazen “non sta cercando di estendere il suo mandato”. Domanda sul “dietro le quinte” di queste settimane. Abbas è stato alla Mecca per lo hajj. A compiere il pellegrinaggio c’era anche qualcun altro, dei leader palestinesi? Nessuno, di Hamas, è andato in Arabia Saudita? Se così fosse, si capirebbero molte delle dichiarazioni di Abbas degli ultimi giorni: andrebbero inserite nel fallimento di contatti segreti.

Inciso: il passaggio di Erez, per i giornalisti stranieri, ha riaperto oggi. Ieri, quando Hamas aveva organizzato il suo raduno di massa più importante, era chiuso. Le immagini, quelle girate dai cameraman palestinesi, sono arrivate lo stesso. Ma le voci indipendenti della stampa straniera non c’erano.

Lascia un commento