Ero nella Città Vecchia di Nablus, in un vecchio edificio del periodo ottomano. C’era un arancio, accanto al portico con la fontana in cui si ricevevano gli ospiti. Un albero da cui provenivano un odore forte, proveniente dalle piccole macchie bianche che puntellavano la chioma: era pieno di fiori, e fiore in arabo si dice zahra. E fiori d’arancio in siciliano si dice zagara. Il ragazzo del municipio è andato a prendermele, le zagare, profumatissime. Un mazzetto minuscolo, inebriante. La distanza tra la Sicilia, tra la Calabria, e Nablus si era completamente annullata in quel profumo, così come la distanza temporale dalla mia infanzia.
Zagara, zahra.
(L’immagine è tratta da questo blog, il Trovacose dell’Etna)