L’intervento di sheykh Tayseer al Tamimi, il capo delle corti islamiche di Palestina, non era previsto. Fuori dal protocollo, dunque, le sue parole dure contro Israele, pronunciate durante l’incontro (blindato, chiuso e lontano dalla città e da quasi tutti i giornalisti) di Benedetto XVI con i leader religiosi di Gerusalemme. Diverse e contrastanti le versioni, se sheykh Tamimi abbia interrotto o meno il Papa. Unica la versione sulle parole di Tamimi, sulla politica di Israele, sui morti di Gaza, sugli insediamenti.
La reazione della sala stampa vaticana, ieri sera, è stata durissima. La reazione dei palestinesi della strada, stamattina, molto meno. Senza distinzioni di fede. “Ha fatto bene. Ha detto le cose come stanno”, ha detto un palestinese di fede cristiana, senza tradire nessuno stupire per quello che aveva detto una delle autorità musulmane più note tra i palestinesi. “Bisogna ricordare non solo quello che è successo nel passato, ma quello che sta succedendo ora. E poi questo è un posto di conflitto. Se non parli delle cose che mi interessano, certo che ti critico…”
La lettura italiana della realtà araba, spesso, è quella secondo la quale i cristiani sono ‘civilizzati’, occidentalizzati, e qui in Medio Oriente sono come un mondo a parte. Non è vero. Sono arabi. Pregano in arabo, e il nome di Dio, per tutti gli arabi, è Allah. In chiesa e in moschea. E, come dice il mio amico Sami Michael, anche tra gli arabi di fede ebraica.