Qui stavano cantando Imagine, l’unica canzone condivisa da solisti molto diversi. Imagine in ebraico, in arabo, in inglese. Una scelta d’antan, una scelta facile oppure scontata. Sì, ma – d’altro canto – non c’era una canzone che potesse mettere insieme una israeliana sefardita, Achinoam Nini, un’araba-israeliana come Mira Awad e come Lubna Salameh, e poi la Arab Orchestra di Nazareth. E soprattutto i Radiodervish, che a Tel Aviv, al teatro Tsavta, erano a suonare lo scorso sabato. Nella foto si vede Michele Lobaccaro, che suona la chitarra, e di spalle Nabil ben Salameh, voce dei Radiodervish, cittadino italiano, palestinese del 1948, la famiglia originaria di Jaffa, e lui nato a Tripoli del Libano.
Ecco, che un palestinese del 1948 fosse lì a cantare, e rappresentasse in se stesso un pezzo di storia molto spesso rimossa, questo è stato il miracolo. Il miracolo di un concerto (bello) che è diventato nello stesso tempo un pezzo di storia in cui non si rimuovono – come molto spesso si fa – eventi, responsabilità, fatti conclamati. Sabato sera, in un teatro pieno di israeliani e di arabo-israeliani, è andato in onda un evento al quale noi che siamo qui da molti anni non avevamo mai assistito. Era certo una minoranza di Israele, una minoranza della minoranza, quella che costituiva il pubblico. E di fronte c’era un uomo solo che aveva deciso di condividere qualcosa, anche se condividere – in quel luogo – significava un cuore spaccato e una enorme difficoltà.