La Madre di tutti i Dossier

Il Dipartimento di stato avrebbe detto al governo israeliano di fermare un progetto edilizio del cuore della Gerusalemme, a Sheykh Jarrah. Per intenderci, a poche centinaia di metri dall’American Colony, l’albergo-mito di Gerusalemme. Al centro dell’ennesima diatriba tra Washington e Tel Aviv, è il progetto del controverso finanziatore ebreo-americano Irving Moskovitz, che vorrebbe trasformare un albergo nel cuore di Gerusalemme est – area occupata dagli israeliani dal 1967, secondo il diritto internazionale – in unità immobiliari per israeliani. La risposta del governo Netanyahu è no, perché Gerusalemme – per Israele – non si tocca e non può essere messa sullo stesso piano, quando si discute di colonie. Per l’Onu, dunque per la comunità internazionale, Gerusalemme est è altrettanto occupata quanto la Cisgiordania, e dentro Gerusalemme araba ci sono almeno 200mila israeliani che vivono dentro insediamenti illegali. Considerati allo stesso modo dei 280mila coloni che vivono in Cisgiordania.

Ma Gerusalemme è Gerusalemme. E’ la madre di tutti i dossier, insomma. E la notizia riguardante l’Hotel Shepherd di Sheykh Jarrah è solo quella più eclatante (per gli esperti, ovviamente, non per il pubblico mainstream a cui queste notizie non arrivano…) tra le (piccole?) notizie che arrivano quotidianamente. E che riguardano, in sostanza, i tentativi di definire sul terreno cosa sarà Gerusalemme nel futuro. Il braccio di ferro tra la nuova amministrazione americana e il governo di Bibi Netanyahu – simboleggiato anche dall’ennesimo rinvio senza spiegazioni dell’incontro tra George Mitchell e il premier israeliano – è su tutto il dossier Gerusalemme, non solo sull’Hotel Shepherd, non solo sulle centinaia di ordini di demolizione partiti in questi ultimi mesi, non solo sulle compravendite di appartamenti dentro i quartieri arabi da parte delle associazioni dei coloni. Il braccio di ferro è sul futuro topografico, dunque politico e umano, di questa città.

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Addendum: sono passata davanti all’Hotel Shepherd, e ho di nuovo visto quanto è vicino al consolato britannico a Gerusalemme est. E infatti, appena arrivata a casa e aperto Haaretz, quella vicinanza è apparsa in tutta la sua dimensione politica: Haaretz parla di pressioni britanniche sugli USA per esercitare a loro volta pressioni su Israele, sulla questione dello Shepherd. Il problema è che lo Shepherd è in un posto nevralgico. Sotto la Hebrew University, alle spalle della centrale di polizia, l’edificio sovrasta tutta Sheykh Jarrah. Avere un insediamento in quel posto (sono previste 20 unità abitative) vuol dire poter pensare ad acquistare sempre più edifici e lotti in tutta Sheykh Jarrah. E questo la nuova amministrazione americana deve saperlo molto bene. Chi vive a Gerusalemme si rende conto, in questi ultimi mesi, che i consiglieri di Obama conoscono la situazione sul terreno benissimo, e a differenza di quello che succedeva prima, non eludono i problemi, ma anzi affrontano di petto proprio le questioni cruciali. Di cui lo Shepherd è simbolo. E’ un cambio di marcia evidente, quasi epocale, rispetto a una gestione del processo di pace che è sempre stata gradualista. E sul gradualismo si è inceppata, ed è poi fallita.

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