Ala Hlehel e Beirut39

Per andare a Beirut in macchina, da Tel Aviv, non ci vorrebbero più di tre ore. Duecento chilometri, poco più, poco meno. In mezzo, una lista infinita di guerre, un confine inaccessibile se non un pugno di supervisori internazionali, una tregua. Quei duecento chilometri si trasformano, di conseguenza, in un periplo di aeroporti e passaporti con i timbri giusti. E come se non bastasse, la situazione si complica ulteriormente se il passaporto in uso è israeliano.

La legge, in Israele, proibisce ai suoi cittadini di recarsi in uno “Stato nemico”. Anche se i suoi cittadini fanno parte – come Ala Hlehel – di una minoranza che rappresenta circa un quinto della popolazione. La minoranza palestinese dentro Israele. Ala Hlehel, 35 anni, scrittore di talento sempre più noto negli ambienti letterari internazionali, a Beirut ci deve andare entro pochi giorni. È stato scelto tra le nuove leve della letteratura araba, tra i 39 finalisti di un concorso che – non a caso – si chiama Beirut39. 39 scrittori sotto i quarant’anni, pronti a formare il puzzle della scrittura dei prossimi decenni nella regione, sotto l’occhio attento di sponsor d’eccezione, il Festival di Hay, il British Council, e anche l’Unesco.

Quel confine a poche decine di chilometri a nord della città in cui Hlehel vive – San Giovanni d’Acri – è però il simbolo delle identità lacerate del Medio Oriente. Il confine non si può varcare, Hlehel non può andare a Beirut. Salvo che Israele non cambi quella legge sugli stati nemici, di cui anche il Libano fa parte. Assieme, per esempio, alla Siria. E così Ala Hlehel ha deciso di fare del suo viaggio a Beirut un caso, appellandosi alla Corte Suprema israeliana. Perché il ministero dell’interno, interpellato mesi fa, non ha ancora dato una risposta.

Il caso Hlehel dovrebbe essere solo letterario, ma è evidente la sua carica sociale e politica. In gioco, e Hlehel lo dice chiaro, è la stessa identità degli arabo-israeliani. Una definizione che lo scrittore rifiuta con nettezza. “E’ come se, con questa definizione, Israele dicesse ‘voi appartenete a noi, siete i nostri arabi’. Ma io, come palestinese, appartengo al mio popolo, alla mia cultura. La mia lingua madre è l’arabo, così come lo sono i poeti che mi hanno formato. Io appartengo alla nazione araba. Essere cittadino israeliano è un fatto formale: pago le tasse, obbedisco alle leggi. Non più di questo. Se la definizione di Israele è quella di Stato ebraico, questo vuol dire escludermi. Non posso appartenere a uno stato etnico”.

E dunque? “Dunque, per questo motivo, i miei pensieri e la mia cultura appartengono a Beirut, Damasco, Baghdad, Cairo. Per me, come scrittore, è molto importante essere lì. Così come è importante un riconoscimento che mi rende parte integrante della nuova letteratura araba. Nonostante il mio passaporto israeliano”.

Ma non pensa che dovrà spiegare questa sua identità anche dall’altra parte della frontiera, se mai riuscirà ad andare a Beirut? “Negli ultimi tempi, è divenuto più naturale per gli arabi in giro per il mondo, non solo nella regione, considerare me, palestinese con passaporto israeliano, un arabo a tutti gli effetti. L’evoluzione si è avuta con Al Jazeera, con le tv via satellite. Hanno cominciato a vederci, e a sentirci parlare in arabo”.

Questo articolo è stato pubblicato sul Sole24Ore del 2 aprile 2010

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