E’ ormai diventato un appuntamento rituale, ogni venerdì verso le tre e mezza del pomeriggio. Per gli israeliani di religione ebraica, poco prima dello shabbat. Per i palestinesi di religione musulmana, dopo la grande preghiera del venerdì. Per gli altri, internazionali, giornalisti, osservatori, all’inizio del lungo fine settimana gerosolimitano. Per tutti, è l’appuntamento a Sheykh Jarrah, quartiere di Gerusalemme est, Gerusalemme araba, diventato da settimane l’appuntamento simbolo dell’altra Israele.
Sheykh Jarrah è cambiata, negli ultimi sei anni, da quando abito a poche centinaia di metri da lì. Prima era la zona dell’American Colony, quella che – mi disse una volta un architetto israeliano – gli israeliani non frequentano, perché non si sentono sicuri. Da pochissimi anni, invece, è frequentata dagli israeliani ultraortodossi che vanno alla tomba di Simon HaTzaddik, non un santo, ma un uomo giusto, per la religione ebraica. E poi ci sono i coloni, gli appartenenti alle associazioni radicali che hanno preso possesso di alcune case a Sheykh Jarrah. Hanno mostrato documenti legali che attestavano la proprietà delle case, dove abitavano palestinesi che era stati cacciati dalle loro case a Gerusalemme ovest, nel 1948.
Lo status quo è stato rotto, a Sheykh Jarrah, con la presenza israeliana nel cuore della Gerusalemme occupata nel 1967, considerata occupata da tutto il mondo, Nazioni Unite comprese. Per questo, la diplomazia internazionale – quella americana compresa – si è detta spesso ‘preoccupata’ per quello che succede a Sheykh Jarrah. Per questo l’altra Israele protesta contro la presenza dei coloni dentro Gerusalemme est.
E anche oggi, come ogni venerdì, l’Israele pacifista era lì alle tre e mezza del pomeriggio. C’era anche David Grossman, come sempre.
La foto, da afps14 su Flickr (Creative Commons): la signora Al Kurd nella tenda eretta a pochi metri dalla casa dalla quale è stata cacciata.