Quando i “fratelli”, i “nudi”, gli aderenti alla confraternita della Madonna dell’Udienza hanno tolto alla statua del Gagini la corona che aveva sulla testa (e la coroncina che era sul bambinello che porta in braccio) ho subito pensato che fosse per una questione di stabilità. Le corone sarebbero potute cadere, nel breve tragitto che la statua compie ogni anno, la terza domenica di maggio, dalla sua teca sull’altare della Chiesa del Carmine di Sambuca di Sicilia, verso la “vara”, la grande edicola dentro la quale viene posata e poi portata in processione per l’intera notte. Dalle nove di sera alle sette della mattina, per tutto il paese e i 12 quartieri.
La statua, che pesa circa 800 chili, arriva alla “vara” lungo un binario di ferro, all’interno di carrellino creato per l’occasione, mentre la chiesa – gremita – intona un canto dedicato proprio alla Madonna dell’Udienza e al suo miracolo, l’aver salvato il paese da una sciagura. Due ore di preghiere, misteri, canti, mentre la statua percorre quei circa venti metri di binario, poco più poco meno.
Tutto, insomma, nella norma di una delle tante feste dedicate alla Madonna nel mese mariano. Ma io sono ormai mediterranea, italiana sì, ma anche altro. E in tutta questa lunga cerimonia una cosa mi ha colpito. Dopo aver tolto le corone dalle teste di Madonna e Bambinello, i “nudi” hanno coperto le loro teste con un velo candido, chiuso con un fiocco. Le teste non dovevano andare a capo scoperto. Soprattutto quello della Madonna che, a guardarla da vicino, ha i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, sino alla cintola. Lunghi capelli d’oro, mossi, quasi ricci, sciolti sulle spalle. Un caso non frequente, mi dicono gli esperti di Sambuca, una statua del Cinquecento in cui la Madonna non è velata.
Non potevo non legare quei capelli sciolti a quel simbolo del velo che ora viene usato soltanto per isolare le donne musulmane in un recinto culturale proprio, quando invece noi di quel recinto culturale facciano parte integrante. Era sconveniente – anno 2010 – che la Madonna, nella Chiesa del Carmine di Sambuca di Sicilia, scendesse dall’altare a capo scoperto. Talvolta dovremmo riflettere su noi stessi, invece di fustigare gli altri.
Intendiamoci, io credo che la Madonna dell’Udienza debba continuare ad avere quel velo candido, mentre scende dalla teca circondata di rose. Per la tradizione, per quell’afflato che si sentiva dentro la chiesa, tra persone di tradizioni politiche diverse, tra credenti, agnostici e atei riuniti assieme attorno a un simbolo non solo sacro, ma anche prosaico. Proletario, l’ha definito una sambucese di lunga tradizione, grande conoscitrice dell’anima e della storia del paese.
Tra i portatori della Madonna, che trasportano per tutta la notte oltre una tonnellata e mezza di teca e statua, ci sono molti appartenenti a quella tradizione comunista che aveva fatto conoscere Sambuca come la “piccola Mosca” di Sicilia. Il comune in cui il voto al PCI superava qualsiasi aspettativa, il luogo dove le strade portano ancora i nomi dei comunisti importanti, viale Berlinguer, viale Gramsci, accanto a via Progresso, a via Nenni, a piazza Che Guevara…
Difficile, insomma, descrivere il Palio dell’Udienza come una delle tipiche feste devozionali italiane, dell’Italia bigotta e iperprovinciale. Piuttosto, quella festa è ormai una delle poche occasioni in cui il paese si sente tale, e si riappropria in modo comunitario (e a piedi) del lungo corso, delle stradine del borgo a impianto islamico attorno alla vecchia fortezza dell’emiro Zabut trasformata in chiesa Matrice dai gesuiti, delle piazze e piazzette. Le case si aprono di nuovo: i portoncini sul marciapiede sono socchiusi, perché la gente possa entrare, nel cuore della notte, e mangiare e bere qualcosa, nelle lunghe soste della processione.
Il giorno dopo, mentre il paese sonnecchia, i petali sono ancora per strada. Petali di rosa, gettati sulla Madonna, ricoperta dell’oro degli ex voto, oltre mille, tutti catalogati, tra orologi da panciotto, catenine, braccialetti. La Madonna, alle sette della mattina, è rientrata in chiesa. Mano a mano, i sambucesi arrivano, alla spicciolata, perché all’ora di pranzo la Madonna risale nella sua teca, di nuovo ricoperta da un velo candido. E a vederla, mentre risale, ci sono proprio tutti. Anche quelli che in chiesa non ci vanno mai. Anche le rumene di rito ortodosso che assistono i vecchi del paese. Anche i maghrebini che la Madonna la rispettano come i cristiani: la madre di Gesù immortalata come modello femminile nella sura XIX del Corano. Anche gli atei. Perché la Madonna è uno dei simboli, forse il simbolo del paese, oltre la fede.