Di notizie oggi, a Gerusalemme, ce ne sono parecchie. C’è l’esercitazione nazionale, con la sirena contraerea che ha suonato per un minuto anche a Gerusalemme, chiedendo agli israeliani di andare nei rifugi o in posti riparati (la sirena, a giudicare da quello che ho visto per strada, è rimasta inascoltata). Poi c’è Rahm Emanuele, il più stretto consigliere del presidente Obama, che è in Israele per ragioni familiari. C’è la convocazione, da parte di Obama, del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ma la notizia più interessante, per chi ha vissuto una delle fasi più delicate della storia recente del conflitto, è quella che riguarda le dimissioni del generale statunitense Keith Dayton.
E’ Haaretz a pubblicare la notizia. Keith Dayton se ne andrà dal suo posto in autunno. Praticamente domani. Del suo nome in Italia immagino se ne sappia poco, ma è ben conosciuto soprattutto in Cisgiordania e Gaza. Sin da quando, era il 2005, arrivò per gestire la sicurezza dell’ANP, forte di un finanziamento di decine di milioni di dollari che fu convogliato sulla presidenza dell’Autorità Nazionale, su Abu Mazen appena eletto e soprattutto su uno dei due corni del potere palestinese, perché dal 2006 il governo fu in mano, almeno per un anno e mezzo, a Hamas. Abu Mazen vs Ismail Hanyeh, presidente contro premier, guardia presidenziale contro forza esecutiva alla guida del ministero dell’interno sotto guida Hamas.
La battaglia sulla sicurezza, sui servizi di sicurezza interni palestinesi ha avuto Keith Dayton tra i suoi indiscussi protagonisti. Per tutti i passati cinque anni. Una figura sostenuta dalla diplomazia e dalla politica americana (ma non da tutta, perché nella stampa son girate, negli scorsi anni, le divergenze di vedute con il generale James Jones, ora alla Casa Bianca). Una figura non molto amata tra i palestinesi, che spesso hanno appellato, con tono dispregiativo, i membri della sicurezza palestinese come i ragazzi di Dayton. Una figura osteggiata da Hamas, anche perché – si diceva – Dayton sosteneva Mohammed Dahlan, leader in ascesa (allora) di Fatah, e per alcuni l’uomo che doveva detronizzare il governo guidato dal movimento islamista. Per chi ne vuol sapere di più, a parte il mio libro, c’è il lungo reportage pubblicato qualche anno fa su Vanity Fair, e rintracciabilissimo su internet, intitolato The Gaza Bombshell.
Le sue dimissioni, dopo un lungo periodo di cinque anni, sono una notizia. Costringono a riflettere su quello che vorrebbe fare l’amministrazione Obama. Chi sostituirà Dayton? Sarà più vicino alla sua linea di pensiero, sulla linea della continuità, o sarà più vicino al generale Jones? E come interpretare questo segnale? Come un segnale lanciato a Hamas, sul dossier della riconciliazione nazionale, oppure no?