Segnale dal Sudafrica

Il caso della Freedom Flotilla sta realmente diventando un caso diplomatico. La conferma è arrivata oggi. A dire il vero, girava da un po’, su twitter. E alla fine la conferma della notizia è arrivata da fonti di stampa sudafricane. Il Sud Africa ha deciso di ritirare il suo ambasciatore da Israele, per protesta contro l’assalto alla Freedom Flotilla in acque internazionali da parte dei commandos della marina militare israeliana:

“The recall of ambassador Ishmael Coovadia is to show our strongest condemnation of the attack. This recent Israel aggression of attacking the aid flotilla severely impacts on finding a lasting solution to the problems of the region,” Ebrahim told journalists in Pretoria.

La decisione di Johannesburg non è da interpretarsi come un fulmine a ciel sereno. Il Sudafrica, da tempo, ha disegnato una politica tutta sua, per il Medio Oriente, e ha un personale diplomatico di tutto rispetto che si occupa del conflitto israelo-palestinese. E la presa di posizione netta di una potenza regionale come il Sudafrica, con una storia alle spalle di apartheid e di scontro interno tra le comunità che ne compongono la popolazione, fa comprendere quanto una lettura della situazione regionale in cui gli attori siano solo i soliti è diventata ormai riduttiva.

Se l’affaire dell’assalto alla Freedom Flotilla è diventato così importante e delicato, è perché la Turchia ha deciso di entrare in gioco. E c’è anzi più di qualcuno che ritiene che il suo potere, anche su Israele, sia così preso in considerazione che la stessa decisione di liberare subito, e di gran corsa, gli attivisti turchi e internazionali sia stata presa dopo le fortissime pressioni esercitate da Ankara. Ne parla per esempio, Richar Silverstein sul suo Tikun Olam mettendo insieme, come diceva Missiroli, quell’edito che rischia di rimanere inedito se qualcuno non ha gli strumenti analitici per interpretarlo. Il Sudafrica è dentro la partita, meno della Turchia, è vero. Ma sono attori che hanno, per esempio, più spazio d’azione nel caso in cui si voglia aprire altre linee, come per esempio quella di togliere l’embargo a Gaza e parlare con Hamas. L’Europa non può, perché dal 2003 anche l’ala politica di Hamas è nella lista delle organizzazioni terroristiche. Paesi extraeuropei possono invece farlo. Israele già lo fa da tempo, attraverso diverse mediazioni, tanto da aver raggiunto con Hamas due tregue e aver continuato, con alti e bassi, il negoziato sullo scambio di prigionieri tra il caporale Gilad Shalit e alcune centinaia dei circa 10mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Per chi vuole, ci sono altri racconti degli attivisti che si trovavano sulle navi della Freedom Flotilla. Su Channel 4, c’è anche la testimonianza dello scrittore Henning Mankell. Da vedere.

Nella foto, Nelson Mandela.

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