E ora, che succede? La MV Rachel Corrie non sarà probabilmente l’ultimo cargo a tentare di raggiungere le coste di Gaza, chiuse dal blocco navale israeliano. Una nave è in partenza da Beirut la prossima settimana: 50 giornalisti e 25 attivisti saliranno a bordo, e porteranno materiale scolastico. Su di un’altra nave, questa volta dall’Europa, si imbarcheranno invece in gran parte ebrei di un’associazione tedesca per la pace. Mentre l’attivista George Galloway ha già annunciato un convoglio via terra di 500 veicoli e, parallelamente, 60 navi in rotta verso Gaza a settembre. E poi c’è la storia più enfatizzata, quella delle navi iraniane la cui partenza è prevista per la prossima settimana A organizzarle, la Mezzaluna Rossa iraniana, mentre la Guardia rivoluzionaria – i pasdaran – ha detto di esser pronta a scortare il convoglio.
La “crisi delle navi”, insomma, è lungi dall’essere stata risolta o anche soltanto sopita. Se ne occuperanno anche i ministri degli esteri europei nella riunione di Lussemburgo, in cui il capo della diplomazia spagnola (presidente di turno), Miguel Angel Moratinos, illustrerà l’idea di un pattugliamento delle coste da parte di navi della UE, un primo coniglio dal cappello a cilindro europeo per risolvere l’isolamento ormai insostenibile della Striscia.
Hamas – con uno dei suoi leader, Salah el Bardawil – ha accolto con favore la proposta. E questo primo benestare da parte della leadership di Gaza del movimento islamista è, forse, una delle notizie più importanti di questi ultimi giorni. Per me, che della storia di Hamas mi occupo da anni, di certo. Le ragioni sono diverse. Intanto, il fatto che sia Salah el Bardawil a dare un primo ok, assieme al ‘presenzialismo’ degli ultimi giorni di Ahmed Youssef, ex consigliere di Ismail Haniyeh nei primi due governi del 2006 e del 2007, dice che l’ala pragmatica potrebbe avere riottenuto qualche ruolo nella dirigenza di Gaza. E l’ala pragmatica è quella che ha tentato di sdoganare Hamas agli occhi dei paesi occidentali. A fiancheggiare le aperture di questi giorni, anche i distinguo di un parlamentare indipendente, ma decisamente in vista a Gaza, come Jamal al Khudari. – “Non vogliamo che ci sia alcuna interferenza militare iraniana per rompere l’embargo su Gaza”, ha detto al giornale panarabo al-Sharq al-Awsat. “Con questa proposta loro vogliono politicizzare un’iniziativa che è umanitaria e pacifica – ha affermato al-Khudari -. Riteniamo che questa offerta sia il frutto di propaganda e non vogliamo che diventi una provocazione che sia da preludio a un conflitto militare”. Come dire, l’alleanza con l’Iran, sottolineata anche negli ultimi mesi dalla dirigenza di Hamas a Damasco, è e rimane tattica. La questione di Gaza è e rimane nazionale, per un movimento, come Hamas, che è islamista tanto quanto nazionalista.
Le dichiarazioni di questi ultimi giorni, che segnalano equilibri leggermente modificatisi all’interno del movimento islamista tra Damasco e Gaza, confermerebbero anche che qualcosa si sta muovendo nel dialogo interpalestinese tra Fatah e Hamas. Prima dell’affaire della Freedom Flotilla, Mahmoud Abbas aveva fatto sapere che aveva in mente una visita a Gaza. La prima dopo il coup di Hamas del giugno 2007 a Gaza, e della successiva formalizzazione della spaccatura tra Cisgiordania e la Striscia. Una dichiarazione inaspettata, da parte di Abu Mazen, quasi in contemporanea con la richiesta a Ismail Haniyeh – da parte di uno degli islamisti più moderati della Cisgiordania, Nasser Eddin al Shaer – di consentire l’arrivo di una delegazione per l’unità palestinese nella Striscia.
Tutti in campo o quasi, dunque, per riavviare un dialogo interpalestinese in cui, però, il vero perdente sembra essere l’Egitto. Il Cairo si è accollato sin dall’inizio il ruolo di mediatore nel dialogo interpalestinese, né ha voluto cedere un’unghia di una funzione che però non viene riconosciuta come tale. Di tanto in tanto, le insofferenze su di una posizione ambigua, quella dell’Egitto, sono state rese pubbliche da Hamas. E più di qualche osservatore si è chiesto se l’ambiguità, l’impasse, le lungaggini, le aperture e le repentine chiusure sui documenti negoziali (sicurezza, ingresso nell’OLP di Hamas, riconoscimento reciproco, condivisione del potere, i punti più rilevanti) non fossero dovute alla mancata chiarezza che regna, sull’argomento, all’interno dell’amministrazione Obama, che ha brillato per la sua posizione ondivaga. L’Egitto di Hosni Mubarak, avrebbe dunque sofferto nel tavolo interpalestinese sia dei propri problemi di instabilità politica interna nell’eterna transizione democratica, sia delle pressioni di diverso tipo che nel corso degli ultimi tre anni sono arrivate da Washington.
Il vecchio patron di Fatah, insomma, non è mai stato considerato un vero mediatore, ma l’impasse degli ultimi mesi ha reso il peso specifico dell’Egitto sempre più ridotto. E’ qui, in questo spazio lasciato aperto dalla carenza di strategie a medio termine sul dialogo interpalestinese, che entra in gioco ancora una volta la Turchia. Ankara si era proposta più volte per entrare nella mediazione, in questo caso forte di un canale aperto con Hamas. Ma l’idea era stata rigettata. L’Egitto, questa è l’ipotesi, non voleva competitor sul dossier palestinese. L’ingresso anche mediatico della Turchia sulla questione di Gaza cambia tutto, stavolta. E ne è prova la decisione egiziana di aprire a tempo indeterminato il valico di Rafah, un valico che – come gli altri controllati dagli israeliani – è responsabile con la sua chiusura dell’embargo a Gaza. Il Cairo teme di pagare a caro prezzo la sua ambiguità su Gaza e su Hamas, in un momento in cui la Turchia ha messo la parola “fine” al rinvio sine die del dossier che riguarda la Striscia.
Non solo l’Egitto, ma gli arabi nel loro complesso sentono la pressione turca, come dimostra la visita, in agenda dopo l’11 giugno, del segretario generale della Lega Araba Amr Moussa a Gaza, riconoscimento indiretto del governo di Hamas al potere nella Striscia. La soluzione del dossier non è ancora all’orizzonte, ma è indubbio che un’altra finestra di opportunità si è aperta, e che per l’ennesima volta – negli ultimi cinque anni, in cui ancora è continuata la tregua unilaterale di Hamas sugli attentati suicidi dentro Israele – si pone la questione dello sdoganamento del movimento islamista. Sarebbe stato più semplice quattro anni fa, dopo la vittoria elettorale alle consultazioni politiche palestinesi. Ora tutto è più complicato: l’ala radicale di Hamas ha guadagnato potere nella Striscia, la pressione dei gruppi salafiti sul movimento islamista palestinese si è fatta più pericolosa, c’è stata un’operazione militare sanguinosa come Piombo Fuso, il rapporto Goldstone, il vulnus dell’attacco alla Mavi Marmara. Roba da far tremare le vene ai polsi a una politica internazionale già debolissima, sul piano strategico. Ma ora l’idea di parlare con Hamas, osteggiata per anni, comincia a farsi largo in circoli che prima non prendevano neanche in considerazione l’ipotesi. Almeno non la prendevano in considerazione in pubblico, ma solo dietro le quinte. Siamo a un cambio di passo?
Nella foto, Ismail Haniyeh, uno dei leader pragmatici di Hamas a Gaza, premier del governo de facto.