La Stampa pubblica oggi un mio reportage dalla Striscia di Gaza. E’ un racconto sui pescatori, una fotografia della vita della popolazione a Gaza, quella che compare molto poco sui giornali italiani. Si poteva parlare di agricoltori, di piccoli commercianti, di disoccupati, il fermo immagine è molto simile. I pescatori li ho visti a Shati, campo profughi a nord di Gaza City, e la loro povertà era evidente. Come quella della famigliola che a poca distanza dal mercato ittico di Gaza faceva colazione con qualche pescetto cotto sulla griglia, sale e un po’ pane. Ora ci sono gli allevamenti di pesce, per supplire all’impossibilità di pescare oltre le tre miglia nautiche, causa blocco navale di Israele contro Hamas. E alcuni degli allevamenti sembra siano stati aperti da alcune delle ong islamiste.
Per gli interessati alle statistiche, c’è un rapporto di qualche mese fa di OCHA.
La corniche di Shati cerca di essere un lungomare come tutti gli altri. Qualche ragazzo fa jogging, tra le rare macchine, gli autobus scarburati e i nuovi arrivi, gli scooteroni, le moto egiziane e i tuk tuk, motorette provviste di cassone per caricare merci. Tutti prodotti che passano attraverso i tunnel che a Rafah uniscono Gaza all’Egitto. A completare il quadro della finta normalità della Striscia, c’è il Gaza Train, un trenino bianco e rosso su gomma per i bambini, arrivato da chissà dove.
Non è difficile, però, capire che a Shati c’è una normalità che appartiene solo al grande campo profughi di Gaza City. Nessuna baracca com’era all’inizio, quando sono arrivati i rifugiati, soprattutto tra 1948 e 1951. Ora ci sono solo case, palazzetti a due o tre piani, tante case costruite letteralmente una sopra l’altra, sino al limitare della spiaggia. Case spesso senza intonaco, grigie, magari ampliate con i nuovi mattoni che si usano dopo l’Operazione Piombo Fuso, ricavati dal cemento delle macerie dei bombardamenti, triturate e poi rimpastate. Mattoni più grigi degli altri, e meno resistenti.
La povertà del campo profughi non ha bisogno di essere cercata. È lì, davanti agli occhi di tutti, nei negozietti che si accontentano di vendere oggettini di marca cinese, nelle strade malridotte, nei vestiti di poco prezzo degli abitanti, e nelle ciabatte nere che la gente indossa. Welcome to Gaza.