Si dice che la spinta decisiva alla ripresa dei contatti tra Fatah e Hamas per la riconciliazione nazionale palestinese sia avvenuta all’inizio di settembre. Ramadan. E proprio durante il ramadan c’è stato l’incontro alla Mecca tra il potente capo dei servizi di sicurezza egiziani, Omar Suleiman, e il leader del politburo di Hamas, Khaled Meshaal. Suleiman, da anni il protagonista del tavolo negoziale sulla riconciliazione, era formalmente in Arabia Saudita per riferire alle autorità di Riyadh sullo sviluppo di un altro incontro, quello tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas a Washington, il 2 settembre. L’incontro dell’8 settembre sarebbe durato due ore, prima della preghiera del fajr, dell’alba, secondo quanto è riuscito a sapere il giornale panarabo Al Hayat.
L’Egitto non aveva mai premuto, tra 2009 e 2010, sull’acceleratore della riconciliazione. Soprattutto dopo che, nell’ottobre del 2009, il testo dell’accordo proposto dal Cairo era stato firmato soltanto da Fatah, mentre Hamas aveva platealmente sospeso la firma dopo la notizia che l’ANP aveva accettato il rinvio della votazione sul rapporto Goldstone alle Nazioni Unite, cedendo alle pressioni statunitensi. La domanda, dunque, è per quale ragione – poco dopo il faccia a faccia Netanyahu-Abbas mediato da americani, giordani ed egiziani – Omar Suleiman va alla Mecca, e incontra Meshaal. Poi, Suleiman telefona a Mahmoud Abbas. Tra le pieghe dell’articolo di Al Hayat, si trova forse una delle chiavi: della mancata riconciliazione non beneficia Hamas, e anzi Gaza si può trasformare in una “zona ribelle”, da cui potrebbe partire il terrorismo. Gaza, dunque, si sta radicalizzando perché la chiusura totale della Striscia continua, e gli egiziani sono preoccupati – peraltro alla vigilia di delicatissime elezioni politiche nel prossimo novembre – di essere i primi a pagare per l’instabilità ai confini del Sinai.
Un dato è certo. A fronte di una generazione, quella dei cinquantenni, che aveva guidato la transizione politica e spinto alla partecipazione alle elezioni politiche nei territori dell’ANP del 2006, a Gaza si sta ora affacciando al potere una generazione molto più giovane e molto meno pragmatica. “I giovani, oltre a vivere la religione secondo una linea molto più ortodossa, sono più aggressivi e premono di più per l’opzione militare che per quella politica”, si dice a Gaza. La stretta sui costumi e sui comportamenti sociali, sempre più evidente in questi ultimi mesi, così come le notizie su una possibile coscrizione volontaria di massa nei corpi di sicurezza (della scorsa estate), sono segnali che mostrano non solo la radicalizzazione in una prigione a cielo aperto com’è Gaza. Sono segnali che mostrano le differenze generazionali all’interno di Hamas, il vero nodo dell’ultima evoluzione del movimento islamista palestinese.
La mossa di Suleiman, di riaprire il tavolo negoziale sulla riconciliazione, sembra essere figlio di quello che sta succedendo a Gaza. Oltre a essere parte dei negoziati israelo-palestinesi, anche se in pochissimi lo dicono. Quando, a metà settembre, George Mitchell è volato a Damasco lasciando a Gerusalemme Hillary Clinton a mediare tra Netanyahu e Abbas, la notizia ha avuto poca rilevanza. Pur essendo uno dei tasselli in un puzzle estremamente complicato. Il senatore Mitchell è andato a parlare con Bashar el Assad, ed è poi andato a incontrare le autorità libanesi. Perché, per la strategia della Casa Bianca, una pace duratura in Medio Oriente non può prescindere da una pace che vada oltre un accordo tra israeliani e palestinesi. Anche la Siria, insomma, dovrebbe far parte di una soluzione complessiva (e regionale) dei problemi mediorientali.
I contatti con siriani e libanesi da parte di Mitchell, dal punto di vista cronologico, anticipano due fatti. Una lettera inviata da Gaza, da Hamas, all’amministrazione Obama, chiedendo di aprire un canale di dialogo, di cui viene data notizia il 19 settembre. Non è la prima, di queste lettere, ma nella dichiarazione si dice che Hamas non si opporrà alla creazione di uno Stato palestinese sui confini del 1967 con Gerusalemme sua capitale. Qualche giorno dopo, il 24 settembre, ha luogo a Damasco un incontro importante per i palestinesi. Tre ore di colloquio, una piccola maratona tra uomini che contato non solo nelle leadership politiche di Fatah e Hamas, ma anche (forse soprattutto?) nel settore nella sicurezza. La delegazione di Fatah era composta da Azzam al Ahmad, dal generale Nasser Youssef e da Sahar Basiso, capo dei servizi segreti di Fatah. Per Hamas, c’era il leader del politburo Khaled Meshaal, il suo vice Moussa Abu Marzouq, protagonista di tutto il processo della riconciliazione interpalestinese, e poi il capo dell’intelligence Izzat Rishak, intelligence chief, e Mohammed Nasr, membro della Shura e considerato il più vicino a Meshaal.
All’incontro viene dato rilievo sia da parte di Hamas, sia da parte di Fatah. Si riparte con la riconciliazione, dopo aver affrontato – dicono i protagonisti nella conferenza stampa del giorno dopo – i nodi cruciali che erano rimasti inevasi e irrisolti nelle riunioni precedenti. La sicurezza, le elezioni. Nulla viene detto sul vero nodo dello scontro, la partecipazione di Hamas dentro l’OLP, considerato anche dal movimento islamista come la fonte dell’autorità per il popolo palestinese, e la riforma dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, accettata da tutte le fazioni che avevano firmato la Dichiarazione del Cairo del marzo 2005. Cosa è successo? Gli egiziani hanno mantenuto il punto fermo: il testo dell’accordo 2009 non si tocca, ma la sua realizzazione pratica sarà soggetta a cambiamenti. Fatah e Hamas sembrano essersi messi d’accordo sui cambiamenti successivi. Quali? Quando? Tutto da discutere. L’accordo si dovrebbe firmare a ottobre al Cairo, ma in Medio Oriente tutto può succedere. Anche in pochi giorni.