Sarah, lo zio-padrone e l’omertà (femminile)

Chi non ha parlato?

Chi è rimasto in silenzio anche se qualcosa sapeva o intuiva? Il dramma nel dramma del caso Sarah Scazzi – almeno da quello che emerge dalle prime rivelazioni dopo la confessione dello zio-assassino, Michele Misseri – è tutto femminile. Gira attorno alle donne della famiglia, alla moglie, alle figlie, e a quella povera nipote, appena quindicenne, che aveva detto no alle avanche del parente. Chi, tra loro, non ha parlato, e a preferito salvare l’onore del pater familias, invece di proteggere e difendere una ragazzina spaventata eppure forte, tanto da ribellarsi allo zio-padrone?

Se fosse confermato che qualcuna delle donne della famiglia ha taciuto, allora si riproporrebbe ancora una volta quel tarlo che mangia il mondo femminile, in Italia e non solo, nel nostro Meridione e non solo. E’ una questione ancora dura e difficile a morire, a quanto sembra, la questione della omertà femminile per il buon nome della famiglia. Soprattutto quando a sporcarlo, il nome, è un uomo. L’uomo di casa. Da figlia del sud (almeno a metà, e per l’altra metà figlia di un centro intriso di cultura contadina) conosco bene le dinamiche da antropologia culturale che sono dietro a quel silenzio. Silenzio, per l’onore. Silenzio, per non rovinare quell’equilibrio famigliare di cui la presenza maschile, anche quando violenta e terribile, è pilastro. Meglio un marito violento che rimanere senza marito e senza padre.

Se questo è vero, se le donne hanno taciuto, vuol dire che una questione femminile c’è in Italia. Non solo per i posti di lavoro che non ci sono, per le diseguaglianze e le (im)pari opportunità. Ma anche perché c’è questo spavento incrollabile, questo modo atavico di risolvere le faccende di casa. In silenzio, e tra le mura. Senza ribellarsi.

Mi viene da pensare che, nella storia del padre-padrone pakistano che ammazza la moglie per imporre alla figlia un matrimonio combinato, c’è un elemento che non è stato sottolineato, tra i tanti. La forza di una donna che si ribella, non alla sua fede religiosa, ma alle pratiche tribali di un marito e padre-padrone. Il padre-padrone pakistano, di fede musulmana, ha ucciso perché una donna si ribellava. Lo zio-padrone italianissimo, e forse anche di fede cattolica, di certo non di fede musulmana, ha ucciso perché una adolescente si era ribellata, e perché le altre donne non hanno parlato. Il primo è stato descritto come figlio di una fede che sottomette le donne. Il secondo, figlio dell’Occidente che reclama la sua supremazia culturale in termini di difesa dei diritti, come in preda a un raptus.

C’è qualcosa che non va. In entrambi i casi, e soprattutto nel modo in cui guardiamo la violenza sulle donne quando è compiuta in Italia da italiani. Come se non fosse figlia di una cultura maschile distorta, ma solo follia. La questione culturale, invece, c’è. Eccome. C’è una questione femminile aperta. E finché non la smetteremo di additare gli altri come retrogradi, ma cominceremo ad accusare anche noi stessi, noi stesse, nulla sarà fatto per evitare che altre Sarah Scazzi finiscano in una cisterna abbandonata. Spero che la ministra Mara Carfagna sia altrettanto rapida, nel caso di Sarah Scazzi, nel chiedere di potersi costituire parte civile nel processo che si aprirà.

Nella foto, il mito di Filomela. Per saperne di più, potete consultare il sito di Filomena, l’associazione di donne che tenta di ricostruire un nuovo alfabeto della cultura femminile in Italia. Questo commento è stato scritto proprio per il sito di Filomena.

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