Sposarsi a Gaza (e altro)

Quelli nella foto di Andres Bergamini (autore di un blog molto bello e ricco) sono sposi felici e consapevoli. Vivono in un luogo disperato, ma sono talmente coraggiosi da aver deciso di sposarsi… Il luogo è Gaza, gli sposi appartengono alla piccola comunità cristiana della Striscia.  E il loro viaggio di nozze non sarà stato più lungo di qualche chilometro, entro uno spazio che è lungo 40 km e largo talvolta meno di 10. Spazio da qualche non si può uscire, a meno che non si sia un malato molto grave o terminale, o non si cerchi di scappare dai tunnel verso il Sinai. Ci si sposa lo stesso, però, in un posto che più è isolato più si radicalizza, più è chiuso più diventa chiuso, più è imprigionato più cova rabbia. “Un leone in gabbia non smette di esser leone”, mi ha detto un trentenne a Gaza, l’ultima volta che ci sono stata, qualche settimana fa, descrivendo una gioventù che è sempre più incline all’opzione militare. Forse è quello che qualcuno vuole, sperando in questo modo di risolvere uno dei nodi del conflitto israelo-palestinese. Chiudere a Gaza e sperare che si radicalizzi e scoppi mi sembra un falso realismo, un modo semplicistico di risolvere problemi molto più complessi e regionalizzati, che nel passato ha solo prodotto situazioni ancor più ingarbugliate. Come l’Operazione Piombo Fuso. (A proposito di regionalizzazione, chi ha letto il ponderoso saggio di Elizabeth Kassab sul pensiero arabo contemporaneo, pubblicato qualche mese fa dalla Columbia University Press? Le recensioni che ho letto lo descrivono come un testo equilibrato, soprattutto nella disamina del post-1967, del confronto tra nazionalismo e islamismo).

La foto è un singolare commento al Sinodo sul Medio Oriente che si è svolto a Roma, dove i vescovi hanno ricordato che il conflitto, da quello israelo-palestinese a quello iracheno, è la prima pressione sulle comunità cristiane a lasciare la regione.La complessità, insomma, non va evitata, quando si parla di Medio Oriente, per lasciare il posto alle semplificazioni (tipo quella: sono i musulmani  a cacciare i cristiani, dimenticando che entrambi musulmani e cristiani, sono prima di tutto arabi…).

Complessità, dunque. Che è la prima regola per tentare, un poco, di capirlo, questo posto. E la complessità oggi avvolge, per esempio, le relazioni tra Turchia e Israele, sulle quali s’addensano ancora le nubi della Mavi Marmara e del sanguinoso attacco della marina militare israeliana alla Freedom Flotilla dello scorso 31 maggio. Notizie di stampa dicono che la Turchia  non parteciperà alla conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, voluta dal comitato per il turismo e in agenda da domani al 22 a Gerusalemme. Dai palestinesi è arrivata peraltro una richiesta – tardiva – a non partecipare alla conferenza, visto che rischierebbe di sancire l’occupazione della parte est di Gerusalemme. Spagna e Gran Bretagna potrebbe anche loro non partecipare, ma tutto si capirà domani, quando arriveranno le delegazioni. Torniamo però alla Turchia, il cui premier Erdogan potrebbe non partecipare a una conferenza sui cambiamenti climatici in programma ad Atene, se Netanyahu fosse presente. La motivazione, spiegata da Erdogan in una intervista a una televisione greca, è del tutto legata all’affaire Mavi Marmara.

“A prime minister who is proud of such an armed intervention is a prime minister with whom I do not agree to talk,” Erdogan told Skai TV before his planned visit to Athens. “On this issue, I think that Israel is close to the point of losing a very important friend in the Middle East and that is Turkey,” he said. “I think that they must pay for this audacity that characterizes the policy of this government,” Reuters quoted him as saying.

E’ evidente che la Mavi Marmara è solo la cartina di tornasole dei rapporti sempre più difficili tra Ankara e Tel Aviv. L’apertura sempre più evidente del governo turco alla Siria di Assad e all’Iran fa comprendere quanto tutto sia diventato più difficile, nella regione. Non solo per Israele, ma per la geopolitica militare, dalla gestione degli spazi aerei alle strategie che i diversi attori (Stati Uniti in testa) possono ora attuare verso l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan.

A movimentare la situazione, c’è l’idea che si diffonde, che i palestinesi possano chiedere all’Onu il riconoscimento di uno Stato di Palestina. Difficile compito, che potrebbe essere preceduto, – dice Haaretz – da una risoluzione in Consiglio di Sicurezza che ribadisca che le colonie israeliane in Cisgiordania sono illegali. I paesi arabi potrebbero spingere per un voto. Pressione che arriva proprio nei giorni in cui si riflette sulla cocente sconfitta del Canada, che ha fallito l’obiettivo di guadagnarsi un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, conquistato invece dal Portogallo. Si dice che i paesi arabi abbiano fatto lobby contro il Canada, che segue una politica dichiaratamente filoisraeliana. E il comportamento degli Emirati Arabi Uniti deporrebbe a favore di questa ipotesi.

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