Oslo è morto. La fantasia al potere

Il funerale del processo di Oslo non è stato celebrato, ma non c’è più nessuno – a Gerusalemme – disposto a credere che la soluzione dei due Stati sia ancora praticabile. Qualche anno fa, l’autocensura del peace business costringeva (quasi) tutti a non dire che il processo di Oslo era praticamente defunto, e che addirittura fosse alla base dell’inestricabile groviglio di errori e di ‘fatti sul terreno’ che impediscono la nascita di due Stati l’uno accanto all’altro in pace e in sicurezza. Ora, invece, non c’è più nessuno disposto a usarla, l’autocensura. E’ come se ci si fosse liberati del padre, tutto d’un tratto.

Il risultato è una totale libertà nell’approccio al conflitto israelo-palestinese. La fantasia (dell’analisi e delle proposte di soluzione) è tornata finalmente al potere, consentendo a chiunque di proporre qualsiasi cosa. Non sto sottovalutando i diversi piani che nel corso di pochissimi mesi e di altrettanto poche settimane sono comparsi su riviste, magazine on line, siti di think tank. Al contrario. Pur non condividendo molti degli approcci, mi sembra che la ‘fantasia al potere’ abbia finalmente ridato fiato alle menti, alle intelligenze, costrette sino a poco tempo fa dentro il Mito di Oslo, e dentro parametri di analisi che non corrispondevano pià alla realtà sul terreno. Si tratti della soluzione di Uno Stato, della confederazione, di due Stati con cittadini e residenti permanenti, del piano del figlio di Rabin o delle riflessioni di Menachem Klein nel suo ultimo libro, The Shift. Israel-Palestine from Border Struggle to Ethnic Conflict (bravo, Menachem!!!), la riflessione libera può essere solo positiva. Conduce fuori dalle sabbie mobili, dal fango, dall’impasse di questi anni recenti. Cambia il vocabolario del conflitto, ristabilendo il vero significato di atti, politiche, leggi, azioni militari. Costringe a pensare, fuori dalla camicia di forza di un progetto, quello di Oslo, non solo fallito, ma che forse aveva già insito in sé il disastro di questi ultimi anni.

L’altro elemento importante di questa ritrovato libertà intellettuale, è che non sono solo gli analisti ad aver scoperto che sì, si può di nuovo ragionare. Sono comparsi altri attori, e soprattutto altre generazioni. Non solo gli attivisti. Ma soprattutto i professionisti delle arti liberali, dagli architetti agli avvocati. Soprattutto, direi, gli architetti. Quelli che ragionano sulla pratica e nello stesso tempo sulla visione, sulla pre-visione, sulla teoria. Lo stanno facendo sulla Cisgiordania, ma io sono pià interessata alla riflessione degli architetti su Gerusalemme, microcosmo in cui si rispecchia il macrocosmo di israeliani e palestinesi, come dice uno di loro, Sinan Abdelqader. Gerusalemme divisa, oppure Gerusalemme unita? Non lo dicono più solo i coloni, o il governo di Israele. Comincia a farsi strada anche tra i palestinesi di Gerusalemme e non solo. E con parametri completamente diversi da quelli che vogliono imporre i coloni israeliani o la narrativa islamista radicale. Si tratta di riflessioni che nascono da nuove generazioni di palestinesi, che occorre leggere con attenzione e con rispetto.

Stay tuned. Poi vi racconto nei dettagli cosa succede a Gerusalemme, fuori dalle letture classiche…

Nella foto, i protagonisti della Linea Verde, Moshe Dayan e Abdallah el Tal. 1948

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