Da Haifa a Stoccolma (via Brembate)

C’è una piega strana, nella storia del grande incendio  del Carmelo, a Haifa, che ha trovato poco spazio sui giornali italiani. Così come poco spazio hanno trovato sulla stampa nostrana le polemiche in Israele sull’inefficienza e sulle responsabilità politiche, che anche oggi invece campeggiano sulla stampa nazionale (per chi se le fosse perse, c’è un mio articolo che le riassume, pubblicato sabato su La Stampa). Oggi, per esempio, c’è  la richiesta chiara e netta di Haaretz (con un editoriale non firmato) di dimissioni da parte di Eli Yishai, il ministro dell’interno e leader dello Shas che invece contrattacca parlando di linciaggio mediatico.

Quello che si è perso per strada, nella vicenda dell’incendio del Carmelo per fortuna domato, è la presenza degli arabi. Dei palestinesi, per la precisione. Perché Haifa è la più grande città mista di Israele, abitata da una comunità palestinese non solo folta, ma molto importante. Una mia amica mi ha anche ricordato che quel Tirat Carmel colpito dal fuoco è, per lei e per loro, la Tirat Haifa da cui furono costretti a scappare nella guerra del 1948. “La terra dei miei genitori e dei miei avi”.  Storia a  parte, che i palestinesi compongano la popolazione di Haifa lo sapevano anche i giordani (che tra loro hanno molti rifugiati che da lì provenivano), egiziani e soprattutto i turchi colpiti da una strana forma di neo-ottomanismo. Così risulta anche più comprensibile la velocità con la quale la regione ha reagito (Autorità Nazionale Palestinese compresa) alla richiesta di aiuto e di solidarietà da parte del governo Netanyahu.

La presenza araba, però, non riguarda solo la composizione demografica di Haifa. Riguarda – purtroppo – anche le voci che si sono rincorse negli scorsi giorni sulle responsabilità dell’incendio. Non l’incuria, e quella discarica che era lì da anni, vicino a un paesino druso. Bensì un vero e proprio atto compiuto da piromani. Molto probabilmente arabi. E’ questa la tesi che si trova sul sito più vicino ai coloni, Arutz Sheva. Gil Ronen è chiaro:

Israel’s left-oriented major news media are on the whole defining the fire as a “disaster,” spending most of their broadcast time discussing the insufficient preparation for a disaster of this magnitude and downplaying the fact that Arab arson is likely to be behind the blaze.

Non solo. Le accuse sono ancor più dure: Arab citizens of Israel use arson as a simple means of inflicting terror and destruction upon the Jewish state. Large scale fires recently consumed 5,000 acres in the Golan Heights. A fire was set in the Gilad Farm several weeks ago and an Arab was seen fleeing by a group of soldiers in the area…

Accuse confinate a un sito di destra, noto per i suoi attacchi ai palestinesi? Non solo, a giudicare da quanto pubblicato sul conservatore Jerusalem Post, in un editoriale non firmato, e dunque ancor più autorevole. Ecco l’accusa: “the most disturbing development has been a mind-boggling rash of locally concocted arson attempts. Perpetrated by Arab Israelis, these attacks are a cynical exploitation of Israel’s sorrowfully inadequate firefighting capabilities. These local terrorists are willing to cause further ecological damage and endanger the lives of both Jews and Arabs in the name of hateful and narrow political goals.”

Un popolo (palestinese) di piromani? Mah, c’è qualcosa che non torna. Non foss’altro per quel rapporto così radicato, profondo con la terra da parte dei palestinesi. E poi perché, allora, bisognerebbe essere equanimi, e parlare di alberi (olivi soprattutto) bruciati nelle scorse settimane e negli scorsi mesi dai coloni in Cisgiordania.

Leggendo queste accuse generiche, non posso non pensare al fatto che le accuse generiche e il razzismo strisciante sembrano essere il filo rosso che unisce questi nostri tempi cattivi. A Haifa così come a Brembate, dove la caccia al marocchino è stata messa nero su bianco sui cartelli in giro per la cittadina in provincia di Bergamo. Tempi in cui la responsabilità individuale, dei singoli, quella responsabilità resa norma dalla modernità europea, si è trasformata tragicamente in responsabilità comunitaria. Collettiva.

E allora, in tutta questa storia di razzismo  imperante, che c’entra Stoccolma? C’entra perché finalmente c’è una buona notizia, in questo pazzo mondo un po’ troppo pazzo. E cioè, tra i premiati al Right Livelihood Award ci sono i Physicians for Human Rights, i Dottori per i Diritti Umani, una delle più importanti associazioni per la difesa dei diritti umani in Israele. Oggi ci sarà la premiazione di quello che è considerato il Nobel Alternativo. Premiazione oggi pomeriggio nel parlamento svedese a una ong che si è distinta, in questi anni,  per difendere il diritto alla salute di tutti. Israeliani e palestinesi. Compresi i palestinesi di Gaza.

Addendum che esula dagli incendi, dal razzismo, dai premi. Il Brasile del presidente uscente Ignacio Lula da Silva ha riconosciuto lo Stato di Palestina entro i confini del 1967, mentre il premier turco Recep Tayyep Erdogan ha detto ad Abu Mazen che farà lobby per aiutare il riconoscimento della Palestina.

La foto è dalla Library of Congress, forse del 1936.

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