A uso e consumo di colleghi, analisti, diplomatici, e magari anche qualche solone, ecco cosa succedeva nella politica egiziana nel 2005-2006. Quando noi – europei e americani – appoggiavamo il moderato Hosni Mubarak. In questa prima parte, c’è il ritratto di uno dei leader dell’ala pragmatica dei Fratelli Musulmani egiziani, Abdel Moneim Abul Futouh, che nel frattempo si è fatto altra galera. Della stessa generazione di Issam el Aryan, altro leader dell’ala pragmatica arrestato due giorni fa. Sono le prime pagine del capitolo di Arabi Invisibili (Feltrinelli, 2007), dedicato alla richiesta di democrazia che veniva allora e continua a venire oggi dall’Egitto e dal mondo arabo. Tanto per smentire, come mi son sentita dire ieri, che l’Egitto sia premoderno, dal punto di vista politico… Ricordo che l’Egitto è stata la prima vera democrazia parlamentare nel mondo arabo.
Il protagonista delle fotografie appese al muro, accanto alle bacheche degli appuntamenti, ha i capelli precocemente bianchi, e una barba appena accennata attorno a un viso largo. Il sorriso è pieno, ma in ogni scatto fotografico traspare una certa timidezza. O forse è solo la ritrosia a farsi spazio sul suo viso, mentre il dottor Abdel Moneim posa assieme al team di medici arabi e alle vittime dello tsunami del 26 dicembre 2004. Sullo sfondo, la devastazione di Banda Aceh, il cuore indonesiano del disastro. Un cuore musulmano, come il resto delle settemila isole dell’arcipelago.
Poche fotografie, appese lungo il corridoio che porta al suo studio, nel grande palazzo dell’ordine professionale dei medici che s’affaccia su una delle vie più trafficate e più centrali del Cairo. Qasr el Ayni. A due passi dall’ospedale, a poca distanza dal Museo Egizio, dal ministero degli interni e dal quartiere governativo. Mentre basta una piccola passeggiata per arrivare a quella facoltà di medicina dell’università del Cairo, appena al di là del Nilo, dove il dottor Abdel Moneim Abul Futouh mosse i suoi primi passi politici all’inizio degli anni Settanta. Solo le poche foto della squadra di soccorso alle vittime dello tsunami testimoniano dell’incarico che Abul Futouh ricopre dalla fine degli anni Novanta. È il segretario generale dell’Unione Araba dei Medici, ed è in quella veste che era andato a Banda Aceh a portare aiuti e soldi. Ma non è al suo incarico che il dottor Abdel Moneim – in Egitto e fuori – deve la sua fama, la sua visibilità sulle tv arabe via satellite. O anche la possibilità di scrivere commenti persino sullo Al Ahram Weekly, il settimanale governativo in lingua inglese. Nonostante i capelli incanutiti, il dottor Abdel Moneim è il rappresentante più in vista della “giovane guardia” dei Fratelli Musulmani, il più importante, radicato e diffuso movimento di massa islamista di tutto il mondo arabo.
Che Abul Futouh – classe 1951 – sia considerato l’ala giovane (e pragmatica) dell’Ikhwan al Muslimun può apparire paradossale. Visto che l’Egitto – di ragazzi che premono per entrare nel gioco della vita e anche della politica – ne ha veramente tanti. Ma in un paese dove l’esercizio della politica è irregimentato in una democrazia bloccata – o meglio, in una autocrazia con alcuni ritocchi cosmetici -, Abul Futouh può essere ancora una “promessa”. Una potenzialità. Nel 2006, c’è stato più di qualche osservatore qualificato che l’ha addirittura indicato come la prossima “guida suprema” del movimento, al murshi al ‘amm, il leader non solo politico ma spirituale dei Fratelli musulmani. È come se lui, e con lui buona parte della sua generazione, fosse stato ibernato all’inizio degli anni Ottanta. Dopo l’uccisione di Anwar el Sadat, durante la parata del 6 ottobre del 1981 che ricordava la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1973. E dopo l’immediata entrata in vigore di una legislazione d’emergenza che non è mai stata tolta per tutta la durata della presidenza di Hosni Mubarak e che, anzi, è stata prolungata per altri due anni nella primavera del 2006.
La metafora dell’ibernazione, certo, riguarda un certo livello della politica, e dimentica quello che tutta la “giovane” dirigenza dei Fratelli Musulmani ha fatto negli scorsi trent’anni. Dal lavoro di base, in quell’ampia gamma di servizi sociali che ha irraggiato in maniera capillare la militanza nell’Ikhwan, sino agli anni di galera. Abul Futouh ne ha trascorsi almeno cinque, in prigione, ivi compresi i lavori forzati, dopo essere stato arrestato nel 1995 per appartenenza a un’associazione illegale (i Fratelli Musulmani, appunto). Amnesty International lo avev catalogato come “prigioniero di coscienza” e aveva allora seguito il suo caso sino alla sua scarcerazione. Come ha seguito quello di Essam el Aryan, collega di partito di Abul Futouh, candidato in pectore in una immaginaria corsa alle presidenziali egiziane a cui possano partecipare anche i Fratelli Musulmani: Essam el Aryan in galera entra e dalla galera esce continuamente. E come lui, in tutti i quasi ottant’anni di esistenza del movimento fondato da Hassan al Banna, in prigione ci sono passati migliaia e migliaia di militanti. “Le celle delle prigioni egiziane – ha detto una volta Abul Futouh nel 2005 – non sono mai state vuote di fratelli musulmani”.
Il dottor Abdel Moneim, e con lui quella parte della sua generazione che non ha fatto carriera dentro il partito di maggioranza (lo Npd) da sempre al governo, è stato “scongelato” solo pochissimi anni fa. Quando la questione di una democrazia compiuta in Egitto ha travalicato i confini nazionali, ed è entrata nel campo visivo di una comunità internazionale comunque interessata al caso egiziano solo a fasi alterne e in maniera contraddittoria. Da allora, anche se timidamente e sempre sotto la spada di Damocle della repressione delle forze dell’ordine, la politica è rientrata in gioco, al Cairo. E a giocarla sono stati soprattutto quelli, durante la primavera araba del 2005, che la politica l’avevano fatta almeno all’università, sotto Sadat. Abul Futouh, anzi, la politica l’aveva proprio cominciata nell’ateneo del Cairo, laboratorio privilegiato sia per i movimenti della sinistra marxista, sia per le organizzazioni islamiste che stavano prendendo forma. Perché sotto Sadat, spiega il dottor Abdel Moneim, “si era liberi di fare lavoro politico dentro le università. Semmai, non c’era la libertà di informazione che c’è, invece, adesso. In compenso, si potevano fare riunioni, incontri, dimostrazioni, conferenze”. Ed è come se, a trent’anni di distanza, le parti si fossero invertite: “adesso c’è libertà d’espressione, ma si può più fare politica come allora”.
Lui, studente di medicina, incontrò i Fratelli Musulmani all’inizio degli anni Settanta. Poi, un cursus honorum velocissimo e la guida dell’Unione studentesca. Che gli costò, nel 1977, uno scontro divenuto famosissimo con Sadat. L’universitario Abdel Moneim osò sfidare in pubblico il presidente con una domanda posta senza ricevere il permesso, in cui chiedeva conto a Sadat della crisi in cui versava lo Stato egiziano, in una delle fasi più dure della storia repubblicana, durante la cosiddetta “rivolta del pane”. Coraggio ne aveva, il giovane Abul Futouh, perché aveva sfidato non solo il presidente, ma anche Anwar el Sadat, proprio colui che aveva, da un lato, dato via libera alla diffusione del «discorso islamista» negli atenei per fronteggiare i movimenti di sinistra. E dall’altro, proprio nel 1977, sarebbe andato a Gerusalemme per parlare alla Knesset e avrebbe poi firmato la pace con Israele. Sadat rispose all’attacco di Abul Futouh sfoderando la tradizione patriarcale araba, quella del nucleo familiare che sta sopra a tutto. «Tu, oseresti parlar male del capo della famiglia?», gli disse. Ma Abul Fotouh, da quell’espisodio, disse che aveva imparato che la verita bisogna dirla sempre, anche se davanti c’è il capo dello Stato.
Sono passati trent’anni da allora. Il dottor Abdel Moneim indossa un gessato blu, e non è più la testa calda di allora. È considerato l’uomo della mediazione, il moderato, la colomba, il pragmatico. Quando incontra una donna occidentale non ha problemi a stringerle la mano, anche se nelle consuetudini degli islamisti dare la mano a una donna non è possibile, se per evitare il contatto diretto non si frappone un guanto. Ci si limita, semmai, a mettere una mano sul proprio cuore, in segno di rispetto e di accoglienza. Abul Futouh, però, la mano la dà. Ed è il vero trait d’union tra i Fratelli Musulmani e i nuovi movimenti di protesta (èlitari) che sono sorti dopo l’11 settembre e la guerra anglo-americana all’Iraq. Non a caso, Abul Futouh è stato tra i fondatori di Kifaya, nella riunione carbonara che si svolse, il 2 novembre del 2004, a casa di Abul El Ala Madi, segretario del partito islamista moderato Al Wasat. Presenti, appena una ventina di persone, delle estrazioni politiche più varie.
Divenuta famosa per le contenute ma evidenti proteste di piazza messe in atto nel centro del Cairo dalla primavera del 2005, Kifaya è infatti una strana bestia politica messa assieme attorno a un nome che in arabo significa molto. È la traduzione efficace del tradizionale Ya basta dei nostri vecchi tempi. Una dichiarazione d’intenti rivolta, inizialmente, contro l’idea di una repubblica ereditaria anche in Egitto, dopo l’esperimento che in Siria ha prodotto l’ascesa al potere di Bashar el Assad, figlio di Hafez il “leone di Damasco”. Quelli di Kifaya (e non solo loro) hanno infatti deciso di scendere in campo quando l’incertezza è stata sciolta, ed è apparso allora chiaro a tutti che anche Gamal Mubarak, nel pieno di una carriera politica rapidissima dentro il partito del padre, lo NDP, avrebbe realmente potuto sostituire Hosni. Nonostante le ripetute smentite dell’intera famiglia Mubarak. E la repubblica ereditaria – dicono gli oppositori – non può far altro se non consolidare i tratti di un regime considerato autocratico anche dagli stessi studiosi occidentali.
Nessun vero giovane c’era in quella riunione di fondazione, a casa di Abul El Ala Madi. I giovani egiziani, che nella loro vita non hanno conosciuto altro se non la legislazione d’emergenza, sono venuti dopo. Per esempio con i blogger e gli attivisti che a più riprese hanno manifestato a favore di quei giudici egiziani che nel 2006 hanno chiesto più volte l’indipendenza dal ramo esecutivo dello Stato, contestando la regolarità delle elezioni politiche dell’autunno 2005. All’inizio della nuova stagione egiziana di proteste, dunque, ci sono stati solo ex ragazzi, ora coi capelli ingrigiti e il profilo un po’ inbolsito, decisi a ricominciare una nuova, diversa primavera del dissenso, scongelati dopo decenni di ibernazione, trascorsa nel ventre molle del regno di Hosni Mubarak che piace tanto all’Occidente. Intellettuali, professionisti, attivisti sono confluiti nel cartello di Kifaya da provenienze politiche, culturali, religiose profondamente diverse. A volte opposte. La gran parte di loro ne aveva già avuto “abbastanza” trent’anni fa, quando frequentavano le università inquiete del Cairo e protestavano – su opposte barricate – contro Anwar el Sadat. Allora, se le davano di santa ragione soprattutto nel principale ateneo, la grande università del Cairo. La sinistra, che ancora controllava gli atenei, contro gli islamisti ai primi vagiti. I “fascisti”, come li chiamavano i loro avversari marxisti, contro socialisti e comunisti in salsa egiziana. Perché la vulgata racconta, difatti, che i ragazzi che – già allora – gridavano che l’islam è la soluzione avessero l’appoggio neanche tanto nascosto della polizia di Sadat.
Dal 2005 in poi, i protagonisti di quella lontana era inquieta compiutasi e conclusasi negli anni Settanta si sono invece ritrovati sulla stessa barricata di Kifaya. Vecchi marxisti, fratelli musulmani, antiamericani e antiisraeliani, attivisti contro l’occupazione dell’Iraq. O anche copti della sinistra socialista, come lo stesso segretario di Kifaya, George Ishaq, vecchio e appassionato rivoluzionario che descrive la nascita del cartello come un tentativo di superare la “cultura della paura” che aveva ormai coinvolto tutti da decenni.
A spiegare cos’è successo in quello che a buon titolo è diventato il principale laboratorio politico di tutta la regione è Mohammed El Sayyed Said, esponente dell’intellighentsjia laica, vicedirettore del centro (governativo) di studi strategici Al Ahram, e uno dei più importanti esponenti del dissenso. “Negli scorsi quindici anni – dice – si è messo in atto un processo gigantesco di mutua comprensione”. Comprensione tra la vecchia sinistra degli atenei e l’ala pragmatica degli islamisti, superando gli stereotipi con cui gli uni dipingevano gli altri. Sono i cinquantenni, infatti, i pragmatici dei Fratelli musulmani, quelli che guidano gran parte dei potenti ordini professionali, ad aver superato lo steccato e cominciato il dialogo. Senza, comunque, aver messo in gioco la propria identità di militanti islamisti. Dall’altra parte, a rispondere al dialogo, ci sono stati intellettuali del calibro di Saad Eddin Ibrahim, il più importante sociologo del paese, messo in galera per un anno e mezzo tra 2001 e 2002 formalmente per aver ricevuto fondi da potenze straniere (l’Unione Europea) per il suo centro di studi Ibn Khaldoun. Che, però, aveva parlato di violazioni verso i copti nelle elezioni politiche del 2000. Saad Eddin Ibrahim i Fratelli musulmani li ha conosciuti dietro le sbarre, e il rapporto gli ha solo confermato quello che già pensava: che con l’Ikhwan bisognasse non solo parlare, ma pensare al loro ingresso legale nel panorama politico. Stessa conclusione alla quale sono arrivati i ragazzi (laici) messi in galera assieme agli altri ragazzi (islamisti) nella tornata di arresti della primavera 2006. “Questa nuova razza di islamisti legge blog, guarda Al Jazeera, canta le canzoni sha’by, parla di storie d’amore appassionate e canta “via Mubarak””, ha spiegato nella primavera del 2006 il più grande blogger egiziano, Alaa di manalaa.net, dopo essere uscito da un mese e mezzo di prigione per aver manifestato pacificamente in piazza al Cairo in sostegno dei giudici che chiedevano autonomia.
Nonostante le dimensioni èlitarie di Kifaya, il cartello delle opposizioni egiziane ha reso evidente quello che stava già bollendo in pentola nel dissenso in atto in tutto il mondo arabo contro regimi considerati, nella migliore delle ipotesi, da riformare profondamente o addirittura da superare in quanto ostacolo a una democrazia compiuta. La riforma nella regione, dice la più parte degli intellettuali arabi sostenuta anche dalla gran parte degli studiosi europei e persino americani, è possibile solo a patto che si crei un’alleanza tra l’area genericamente laica (al cui interno vivono, in diverse diluizioni nazionali, liberal, socialisti, neo-nazionalisti) e i movimenti di massa islamisti. Gli unici “movimenti di massa del XXI secolo” nel mondo arabo, precisa un rapporto stilato nel marzo del 2006 dal Carnegie Endowment for International Peace, think tank americano ma dalle posizioni distanti da quelle dell’amministrazione Bush.
Nathan Brown, Amr Hamzawy e Marina Ottaway sono categorici, nel loro rapporto: “nella gran parte dei paesi gli islamisti rappresentano le uniche forze di opposizione praticabili contro i regimi non democratici esistenti”. Forniscono, insomma, ai movimenti di massa islamisti quella licenza di fare politica, quella patente di interlocutori necessari che ribalta la prospettiva sinora tenuta dalle cancellerie occidentali. Nonostante, sia ben chiaro, anche gli esperti del Carnegie non dipingano il panorama come tutto rose e fiori. I problemi non sono stati tutti chiariti, insomma, e nell’islam politico ci sono ancora almeno sei “zone grigie”. Dal ruolo della shar’ia, della legge islamica all’interno dei quadri giuridici nazionali, sino all’uso della violenza, che se è stato rimosso da gran parte dei movimenti, è ancora presente in casi importanti come quello del partito sciita Hezbollah in Libano o Hamas in Palestina. Dal pluralismo politico alla difesa dei diritti civili, entrambi aspetti che in molti ancora ritengono non tutelati nel caso di ascesa al potere degli islamisti. E infine le due questioni più scottanti, i diritti delle donne e il ruolo delle minoranze religiose, sulle quali gli occidentali spesso concentrano il loro sguardo critico. E su cui invece, in una cospicua parte dell’intellighentsjia araba, il dialogo va avanti.
Perché la domanda che si è posti è stata semplice. Banale, si direbbe. Perché l’islam politico ha resistito per decenni, senza perdere smalto e soprattutto appeal verso i suoi sostenitori? La sempre più presente dicotomia tra un occidente indistinto e un islam altrettanto confuso può fornire una delle chiavi di lettura. Ma non la più esaustiva. Soprattutto a osservare il comportamento delle donne, vera cartina di tornasole. Sono state loro a fare la differenza, in alcuni paesi e in alcune elezioni, nonostante la questione delle donne sia ancora considerata – e non solo dagli analisti del Carnegie Endowment – una delle “zone grigie” del pensiero islamista. In Palestina, per esempio, le donne sono state il simbolo dello scollamento ormai diffuso tra i nazionalisti di Fatah e la loro base storica nella laicissima società palestinese. A Hebron, alla vigilia delle elezioni legislative del 25 gennaio 2006 che avrebbero decretato la vittoria di Hamas (inattesa nelle sue proporzioni anche dallo stesso movimento integralista), era chiaro cosa avessero scelto le donne del capoluogo della Cisgiordania meridionale. Quasi nessuna di loro è andata al comizio conclusivo di uno degli uomini più potenti di Fatah, Jibril Rajoub, circondato da una folla di poche migliaia di uomini che avevano più l’aspetto e il sapore della clientela politica. A decine di migliaia, e decisamente convinte, hanno invece scelto il comizio del fratello minore, sheykh Nazef Rajoub, leader di Hamas, dando visibilità alla separazione ormai palese tra un partito-Stato e una società che non si sente più riconosciuta e rispettata, e che ha scelto l’arma elettorale per punire chi ha usato il potere senza farne beneficiare il popolo. Piuttosto – è stata l’accusa – ha alimentato corruzione e privilegi di una piccola casta.
La Palestina, peraltro, non è un unicum, in questa scelta femminile. Basta scendere lungo la penisola arabica, sino ai deserti kuwaitiani, per scoprire che il tanto atteso voto alle donne, ricercato per decenni dalla popolazione femminile e concesso solo nella primavera del 2005, è stato approvato soltanto quando le islamiste hanno premuto sui dirigenti dei loro partiti perché cambiassero atteggiamento, togliessero il veto e consentissero l’ingresso di un’altra fascia di elettorato in gioco. Sicuri, in fondo, che ne avrebbero guadagnato in termini di consensi e di seggi.
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