Barella, sbarre, gabbia. Sono alcune delle parole chiave del processo a Hosni Muibarak, ai suoi figli, agli uomini a lui più vicini, iniziato ieri al Cairo. Il Faraone in barella, dietro alle sbarre di una gabbia. Un uomo vecchio, umiliato. Sarà pur vero, ma prima di pensare all’umiliazione di Mohammed Hosni el Sayyed Mubarak, accusato di essere il mandante delle almeno ottocento vittime della rivoluzione egiziana, bisogna pensare all’umiliazione subita per decenni dal popolo egiziano. Popolo fatto di individui che sono stati incarcerati molto spesso senza la minima garanzia, torturati nelle stazioni di polizia, processati senza le garanzie di cui gode Mubarak, imputati dietro quelle stesse sbarre su cui si è concentrata la telecamera della tv di Stato. L’unica a cui, ieri, è stato dato il permesso di filmare la prima udienza del processo.
Mi chiedo dove fossero i molti – politici e giornalisti occidentali – che parlano del vecchio Faraone umiliato e tradito, quando singoli individui senza il potere di Mubarak sono stati torturati, malmenati, uccisi. Senza la minima garanzia del diritto. La Rivoluzione poggia su questa umiliazione continua e continuata. Lungi da me sostenere la legge del taglione. Al contrario. Mi aspetto che Mubarak abbia i diritti che lui stesso ha negato ai cittadini egiziani. Mi aspetterei, da molti miei colleghi, la stessa empatia per quegli altri individui – invisibili – di cui ci si è dimenticati per anni. Salvo poi scoprire che potevano fare la rivoluzione, e buttare giù il dittatore. Il Faraone.
L’articolo (mio) qui sotto è stato pubblicato dai giornali locali del Gruppo Espresso-Repubblica.
“Lei è Mohammed Hosni el Sayyed Mubarak?” “Presente, Vostro Onore”. Le poche parole pronunciate ieri mattina nell’aula-bunker dell’accademia di polizia al Cairo dall’ex rais egiziano sono già una suoneria per telefonini che i ragazzi egiziani scaricano da internet. La rivoluzione, sulle rive del Nilo, si traduce anche in questi che possono sembrare solo gadget, piccoli simboli, oppure sberleffi verso il potere. Per gli egiziani, invece, sentire Mubarak che risponde a un giudice vuol dire rendere concreto quell’incredibile cambiamento iniziato il 25 gennaio scorso. Se è vero, infatti, che Hosni Mubarak ha lasciato il potere e il Cairo poco meno di sei mesi fa, è altrettanto vero che la fine del regime non è ancora completa. Tutt’altro. Il singolare esilio a Sharm el Sheykh, prima nella sua lussuosa villa e poi in una suite dell’ospedale internazionale, ha sempre rappresentato un vulnus, una fragilità estrema per una rivoluzione popolare, diffusa e senza capi.
L’onnipotente Mubarak, l’ultimo Faraone, ha dovuto invece finalmente rispondere alla giustizia egiziana. Dire “Presente, Vostro Onore.” Ascoltare i capi d’accusa assieme ai suoi due figli, odiatissimi nel paese, e al famigerato ministro dell’interno. Accusato di essere il mandante del sangue versato nelle tante Piazze Tahrir d’Egitto, di quei cecchini e di quei poliziotti che hanno ammazzato almeno ottocento persone. Moltissimi appena ragazzi. Sul suo volto, nessuna contrizione. Semmai – questa è la lettura dell’egiziano medio – la solita arroganza, di chi è stato abituato per decenni a controllare il più importante paese arabo con i poteri sostanziali di un dittatore. Nonostante fosse su di una barella, dentro la tipica gabbia dove in Egitto gli imputati seguono i processi penali, Mubarak non ha suscitato profondi sentimenti di pietà. La pietà riservata al rispetto per la vecchiaia, per un ultraottuagenario alla sbarra. Per gli egiziani, è un uomo che ha rubato, defraudato un paese.
E’ per questo che il suo processo è un fatto di rilevanza storica. Una cesura non solo nella storia egiziana, ma in quella di tutto il mondo arabo. Una stagione, quella dei regimi sorti dai movimenti indipendentisti, che ha strangolato e oppresso popoli che non devono diventare democratici, ma lo sono già. Paradossalmente, poi, il processo è un punto a favore di Piazza Tahrir, sgomberata appena tre giorni fa dai familiari delle vittime dei cecchini e dei poliziotti che volevano fosse resa giustizia ai loro cari. L’esercito aveva riaperto la piazza-simbolo della rivoluzione al traffico, anche usando le maniere forti. La comparsa di fronte alla giustizia egiziana di Mubarak e di alcuni tra i suoi fedelissimi, rende la fine del suo regime un fatto compiuto, un punto dal quale ripartire per una transizione che – invece – è ancora confusa e soprattutto fragile.
Il dopo-Mubarak, insomma, è iniziato veramente ieri, con il ritorno del rais al Cairo, come aveva chiesto Piazza Tahrir. E con la sua chiamata in correità, come capo di quel sistema di corruzione e autocrazia che ha umiliato e oppresso gli egiziani negli ultimi tre decenni. I rischi per una rivoluzione giovane – in tutti i sensi – sono però ancora molto alti. A partire dal ruolo del Consiglio Militare Supremo, che ha preso le redini del paese e della transizione. Le sue decisioni sempre più ambigue rendono difficile e complicato il periodo preelettorale. E a confondere le acque c’è il ruolo dell’islam politico – quello espresso dal vertice conservatore della Fratellanza Musulmana e dalla galassia salafita radicale – che venerdì scorso ha occupato Tahrir scalzando i ‘ragazzi’ che hanno reso la piazza famosa dal 25 gennaio in poi. Dopo Mubarak, dunque, comincia la nuova storia egiziana. Ed è tutta da scrivere.
La foto è una rivisitazione di Guebara, nell’album Support the Revolution.