La prima volta che vidi una creazione di Steve Jobs non fu in Italia. 
E’ stato a Budapest. Per l’esattezza, a Pest, nel cuore della Pest dei primi del Novecento, accanto all’accademia di musica dedicata a Franz – o meglio Ferenc – Liszt. Era un Macintosh, uno strano oggetto, per me. Faceva bella mostra di sé – ovviamente – sulla scrivania della mia amica Margit, che aveva una galleria di arte contemporanea in una deliziosa piazzetta a due passi dai grandi viali. Eravamo nello stesso condominio, un palazzo enorme, austero, con una grande corte e i larghi corridoi su cui si affacciavano le porte. La porta del mio piccolo appartamento. E la porta della sua sorpendente galleria. Si era laureata da poco in economia, alla facoltà di Budapest, la stessa da cui sono usciti alcuni degli alti dirigenti ungheresi di oggi, e degli allora giovanissimi dissidenti.
Era il 1991. La cortina di ferro era caduta da poco, e Budapest stava esprimendo il meglio di sé. Vivacità culturale, librerie dove si leggeva, si creava, si faceva politica culturale. Una rivista letteraria aperta da adolescenti e giovanissimi. E i vecchi dissidenti che uscivano finalmente allo scoperto, così come i loro samiszdat, finalmente degni di una pubblicazione un po’ meno precaria di un foglio clandestino. Per molti degli italiani, invece, gli ungheresi (come i polacchi e i cecoslovacchi) avevano su di sé uno stereotipo simile a quello che gli arabi si portano sulle spalle da molti anni. Dei poveracci, usciti dal comunismo, per nulla moderni. Eppure, Margit aveva un macintosh, si era laureata sul marketing dell’arte contemporanea, e tentò vanamente di convincermi che il Macintosh era meglio dei computer che usavo io. Quelli che, allora, si chiamavano gli IBM-compatibili.
Non le diedi retta, alla mia amica ungherese che mi stava dando lezioni di modernità, e continuai con i computer per la massa. Quelli che sembravano facili (ma era di certo più facile il Macintosh), quelli che non davano problemi di compatibilità tra di loro, quelli che – insomma – “tutti ce l’hanno”. Se penso, però, alla Apple, a Steve Jobs, a quello che ha creato, non posso non appaiarlo a un palazzone di Jokài Ter, a Budapest, a Margit, a un popolo curioso e aperto alla bellezza di un mondo possibile.
Confesso che da parte mia, invece, ho continuato così, sino ad ora. Non ho mai comprato un computer della Apple, pur ammirandoli sempre. Sono rimasta vecchia, e non mi sono fatta portare dalla mia amica Margit. Ho invidiato i miei amici grafici e fotografi che usavano i computer della Apple. Ma allo stess tempo ho sempre sostenuto che il genio fosse lui, Steve Jobs. Genio per anni riservato a una nicchia di cultori, se paragonati a tutti gli altri utenti dell’informatica di massa. Sino a che, un giorno, un altro mio amico non mi ha convinto che sull’IPhone non potevo. Non potevo non cedere. Ci ho pensato per mesi, e poi ho fatto quel grande passo che avrei dovuto compiere esattamente vent’anni prima. E così ho capito finalmente, appieno, la grandezza di Steve Jobs. E’ riuscito a semplificare ciò che non è semplice, a entrare nella mia testa e capire i processi della mia mente, quando sono di fronte a un oggetto così complesso. Un oggetto complesso, bello e piacevole. Perché l’estetica ha la sua parte.