Avevo un appuntamento sabato scorso, a Roma, sulla strada del ritorno a Gerusalemme. Era un appuntamento importante, condiviso con migliaia di persone in una delle basiliche romane, San Giovanni. Si ordinava un vescovo, uno dei vescovi ausiliari di Roma. Un amico di tanti anni, Matteo Zuppi, sacerdote e vescovo. Uomo di pace, sacerdote, parroco, pastore.
Un rito, una festa, e un abbraccio vero e non scontato. Il rito dell’ordinazione, la festa per Matteo Zuppi, l’abbraccio di una singolare folla eterogenea, in cui tutti avevano spazio: i parrocchiani di Trastevere e di Torre Angela, i ragazzi disabili di Primavalle, i suoi amici: poveri, artisti, barboni, intellettuali, rom, anziani, famiglie, bambini, sacerdoti, cattolici, agnostici.
Matteo parla di grazia, nel suo discorso, da leggere con attenzione, perché dentro c’è una precisa visione della comunità (da laica immagino sia una comunità fatta non solo di fedeli), del noi, e dei regali che riceviamo dalla vita e dagli altri che compongono quel noi. Ce n’era anche sabato scorso, di grazia, in tutti i fermo-immagine che ognuno di noi ha scattato, e si è portato a casa. E quei fermo-immagine mi hanno fornito la conferma che monsignor Matteo Zuppi troverà il suo specialissimo modo di essere vescovo. Modo, metodo, visione, cuore.
Ecco il discorso. Buona lettura. Testo e foto (molte) si trovano sul sito della Comunità di Sant’Egidio. E nel testo, anche una citazione che parla di Doroteo di Gaza, asceta del VI secolo.
Davvero tutto, tutto, è grazia. Non smetterò mai di comprendere e ricomprendere i tanti doni di amore che hanno accompagnato la mia vita. Farlo mi fa bene, perché scopro quanto sono stato amato, mi libera da orgoglio e presunzione e mi conferma che la gioia più vera è quella che trovo nella gioia degli altri, quella che è donata e che vivo con il prossimo. Non c’è gelosia nell’amore!
Per grazia sono cresciuto in una famiglia ispirata da forti e vissuti valori religiosi, quinto figlio di sei, da due genitori che si amavano, buoni e cristiani; appassionato divulgatore del Vangelo e della chiesa papà, unito alla essenziale fermezza di mamma; con un prozio che preferiva gli oneri agli onori ed una zia che lievemente e con bonomia viveva la sua vocazione religiosa.
Per grazia ho incontrato fin da giovane la Comunità di Sant’Egidio, dove ho vissuto l’adozione a figlio, negli anni del dopo Concilio: speranza e impegno, carità senza confini e preghiera, vangelo legato alla vita, radicale e vera vocazione per tutti; comunità e amore per i poveri; segni dei tempi e profezia; passione per la pace e dialogo, sono elementi che si sono trasformati con gli anni, ma senza perdersi, alla ricerca di una chiesa viva, che continui a dare carne al Vangelo e a guardare con immensa simpatia il mondo. In essa è maturata la mia vocazione sacerdotale che mi ha portato a servire la chiesa di Roma per più di trenta anni, dei quali undici come parroco presso la Basilica Santa Maria in Trastevere. Per grazia, per troppo poco tempo, ho vissuto il servizio nella Parrocchia dei SS. Simone e Giuda Taddeo, una vera zona pastorale, nel grande quartiere di Torre Angela. Ne proverò tanta mancanza. Insomma ho trovato già il cento volte tanto assicurato a Pietro e ho la chiara consapevolezza di avere ricevuto da tanti tantissimo amore, di avere lasciato così poco e delle troppe occasioni e parole sciupate!
Per grazia, e la grazia è tale se non cercata, inizio oggi questo nuovo servizio alla Chiesa e alla chiesa di Roma, avvertendo la personale inadeguatezza e provando timore per un’aspettativa così superiore alle mie qualità, delle quali conosco i limiti e le miserie. Serenamente e liberamente
proprio per questo mi affido alla forza dello Spirito, riversato in un vaso di creta, certo che Lui saprà guidarmi e proteggermi. Ringrazio il nostro Vescovo, il Papa Benedetto e lei, eminenza per la fiducia, unico titolo che mi accompagna. Assicuro la mia obbedienza filiale e sincera e, per quello che potrò, il mio impegno a servire la Chiesa e la città, collaborando con tutta la
franchezza e l’intelligenza del cuore, perché solo con queste si può trafiggere il cuore degli uomini della nostra generazione. Vedo tanti, tanti amici, una folla di persone.
Vi ringrazio tutti, in particolare quanti, e sono tanti, venuti da lontano. Ognuno di voi rappresenta un pezzo importante e unico della mia vita ed insieme viviamo questa gioia, davvero “nostra” perché solo Sua. Tra questi volti mi sembra di vedere fisicamente anche quelli delle persone che non ci sono più, dei miei cari, dei miei genitori, di mio fratello, e uno per uno dei tanti fratelli e sorelle della comunità che dolorosamente ci hanno preceduto nella pienezza dell’amore, degli anziani che mi hanno amato come un figlio e mi hanno insegnato che è possibile sperare sempre e che affidarsi a Dio è tendere le mani per farci condurre dove la paura non vorrebbe e dove troviamo salvezza.
Infine. Quando sono andato a Torre Angela ho pensato che quello che sembra perduto in realtà si conserva. Lo sento vero anche oggi. Pensai, allora, che il centro è dove sta Gesù, la sua comunità, i suoi fratelli più piccoli, i poveri. Torno, geograficamente al Centro di Roma, attraversato da tutta la città e non solo, perché centro di una città così particolare come la nostra e di una chiesa che presiede nella carità. Come disse Mons. Feroci, Direttore della Caritas di Roma, la Chiesa deve essere “come il fiume, che non ha paura di sporcarsi per attraversare la sua città”. E l’acqua è quella della carità che rende fertile la vita di tutta la città, specialmente quella di chi ha più bisogno di amore.
Scriveva Olivier Clement, raccontando di un certo Doroteo di Gaza: “I raggi sono distinti. Ma al centro si uniscono. Avvicinarsi al centro, che è Dio, è avere la rivelazione del prossimo”. “La natura dell’amore è così: quando ci allontaniamo dal centro del cerchio e non amiamo Dio, altrettanto ci allontaniamo dal prossimo. Ma se amiamo Dio, quanto ci avviciniamo a lui
per amore, altrettanto siamo uniti con amore al prossimo”. Ecco, direi che più andiamo verso il Signore e mettiamo Lui al centro, più ci uniamo tra noi! Questo è il servizio del Centro della città: vivere e testimoniare comunione. Questo è ciò che vorrei per me, sempre con l’aiuto di Dio: servire la comunione, e lo si può fare, credo, solo con l’umiltà, mettendo sempre da parte l’io per cercare il noi che da senso e valore a ognuno. La chiesa è comunione e questa é indispensabile per tutti; non è solo il fine ma deve essere anche il metodo; ne abbiamo bisogno per sconfiggere i tanti agguerriti nemici, l’individualismo e l’amore per sé, che intiepidiscono, tolgono forza e
fanno sciupare opportunità e i talenti. In realtà ogni uomo è chiamato alla comunione, perché è da questa che viene la vita. Ne ha tanto bisogno l’uomo della nostra città, spesso ridotto a isola, che guarda con forte preoccupazione, se non con angoscia, il suo futuro, soprattutto in questo tempo di crisi. Ne ha bisogno la chiesa, comunione dei santi, che quando ne è priva è più debole e
non riesce più ad essere credibile e perde quella “simpatia” che deve avere e suscitare in tutto il popolo. Se c’è comunione siamo tutti più forti; il Vangelo prende corpo, capiamo e viviamo quello che altrimenti resta virtuale; non ci allontaniamo dalla vita vera; sentiamo la maternità di cui tutti abbiamo bisogno in una vita spesso complicata e dura. Nella comunione capiamo chi
siamo, si rafforza la nostra fede ed impariamo a riconoscere e valorizzare l’altro, senza paura. Sempre con gioia. Perché la gioia del Signore è la nostra forza. E anche, perché no, con buon umore, perché questo protegge dalle tentazioni.
Chiedo per me gli occhi spirituali che sanno vedere quando le messi già biondeggiano. Ed anche alla fine di tutto potere dire solo, come i piccoli: grazie. Sempre con un’abbondante raccomandazione alla misericordia di Dio.
Mons. Matteo Maria Zuppi
Roma, Sabato 14 aprile 2012
Uomo straordinario e straordinario interprete del vangelo!
(Ma chi è che non conosci?)
Cordiali saluti. Ignazio