A Pilsen, dove i migranti ce l’hanno fatta

20130708-175036.jpg

Pilsen è arrivata sulla Lonely Planet. Anzi, è proprio grazie alle Lonely Planet che l’ho scoperta, da turista-fai-da-te. Uno dei tanti quartieri della storica immigrazione di Chicago, ricovero all’inizio per chi veniva dall’est Europa e in particolare dalla Cecoslovacchia. Palcoscenico delle prime lotte operaie, vanta tra i suoi storici abitanti il responsabile per il MidWest dell’International Ladies’ Garment Workers Union, il più importante sindacato tessile che riuniva soprattutto l’immigrazione italiana e quella ebraica. Ora è uno dei cuori dell’immigrazione ispanica, e in particolare messicana.
Pilsen è uno di quei quartieri con forti problemi di disagio e di malessere sociale che a un certo punto diventano interessanti per gli immobiliaristi. Non molto lontano dal centro, appena quattro chilometri dal Millennium Park, collegato benissimo con la metropolitana di superficie, Pilsen sta diventando un mix tra Soho e Testaccio, ma la comunità messicana resiste, e cerca di non farsi espellere per far posto all’imborghesimento (meglio in inglese, gentrification) del quartiere.
Una battaglia persa? Forse. La stessa combattuta a Musrara, a Gerusalemme, negli anni Settanta, e però vinta dai residenti di un quartiere su cui c’erano molte mire speculative e immobiliari. Per ora, Pilsen sembra ancora Pilsen, almeno a un occhio esterno. Molto quartiere, molto paese, molto comunitario. Lo spagnolo non è solo la lingua dell’identità, della nostalgia o dell’appartenenza. È la lingua di Pilsen, e basta. E i murales che riempiono l’intero quartiere, dalle chiese ai negozi, saranno anche diventati col tempo un richiamo per i turisti (americani), ma sono anche la rappresentazione di un pensiero comunitario che mette assieme l’Olimpo dei miti messicani (tutti effigiati in mosaico lungo una delle scuole di integrazione linguistica) con la condizione attuale. Il disagio, le battaglie sindacali, la fede, l’educazione…
Gastronomia, quella vera, totalmente messicana: da rosticceria romana o, per chi è stato a Gerusalemme, da rivenditori di shawerma su Salaheddin street. O a Hebron, il ristorante inimitabile chiamato Abu Mazen. Lo sguardo del vecchio messicano che si porta nella taqueria la sua famiglia, nipotini compresi, è di quelli indimenticabili. “Sì, ce l’ho fatta – sembra dire -. Sono a Chicago, quasi confine col Canada, lontano dal Messico. Ma ce l’ho fatta, e sono sereno. Qui, a mangiare tacos, con la mia nipote più piccola che gioca con le fette di limone. La tv accesa su Messico-Panama di calcio, e poi sulla telenovela di rito. Sono qui, e tanto basta”.
Molti migranti ce l’hanno fatta. Sono quelli di Sambuca di Sicilia che sono rimasti a Chicago e a Rockford. Sono i messicani di Pilsen. Sono i nostri migranti interni, dalla Calabria a Roma, e su, verso il triangolo industriale. Un destino che i migranti sbarcati a Lampedusa, invece, non hanno spesso condiviso, chiusi nei centri che dovevano essere di accoglienza, ostaggio di una politica talvolta crudele e senza pudore.

Con il pensiero a Lampedusa, la gratitudine a Papa Francesco, un bel sorriso a due vescovi seri e liberi: Francesco Montenegro e Domenico Mogavero. E, certo, un altro sorriso a Laura Boldrini, che quei migranti e quei morti anonimi nel Mediterraneo non li ha mai dimenticati. Anzi, si è sgolata perché noi non li dimenticassimo.

Lascia un commento