Da Tahrir a Emaar Square. Il titolo dell’articolo del Guardian è di quelli che catturano l’attenzione. O perlomeno attirano l’attenzione di chi, come me, è affascinata da come lo spazio urbano diventa non solo palcoscenico, ma protagonista a suo modo della storia. E anche della storia sociale. Da Tahrir a Emaar Square. Emaar Square? Mai sentita. Ma dal Cairo manco da tempo, e conoscere tutta la megalopoli significa mentire.
Se di Emaar non ho sentito parlare, però, c’è una ragione. Piazza Emaar non esiste. Almeno per il momento. È un progetto, di quelli che conoscendo l’Egitto speculativo ed edilizio sarà fatto a spron battuto. Completato e venduto. Il progetto della UpTown Cairo, con quel vezzo tipicamente egiziano di occhieggiare all’America quando conviene. Perché a New York sì, e non anche al Cairo? Anche il Cairo ha una sua UpTown, a dire il vero una collinetta, un altopiano di poche centinaia di metri (duecento? Forse) dalle parti della Cittadella da cui i turisti hanno ammirato la grandezza della città, lo sterminato affastellarsi di case, palazzi più o meno fatiscenti, quartieri nuovi. E poi quell’infinito rincorrersi di luci, alla sera, quando l’inquinamento risparmia per qualche giorno il Cairo e ne fa risaltare il fascino struggente e comunque polveroso.
Emaar, insomma, sorgerà lì. Dalle parti del Moqattam, di quell’area enorme e complessa, fatta di zone popolari, di altre residenziali per la nuova borghesia, della cittadella dell’immondizia degli zabaleen (costruita letteralmente sui rifiuti). Lì sorgerà Emaar Square al centro di UpTown. Un tipico luogo del potere, perché comunica con tutto: pochi chilometri la separeranno dal centro del Cairo, dalla zona industriale, dai quartieri-bene. E dentro, dentro questo luogo del potere, ci sarà tutto per poter vivere tranquilli, sorridenti come in un Truman Show che non ha niente di cinematografico, ed è tragicamente reale.
Lontano da Tahrir, e se possibile per dimenticare Tahrir. Il sito che pubblicizza la nuova UpTown (grazie al Guardian che l’ha scovato e ne ha parlato) lo fa capire. Ma ancor di più lo fa comorendere la proprietà dell’enorme terreno su cui UpTown verrà costruito: il ministero della difesa egiziano, che allestirà una cittadina sicura, una cittadella. Lontano dalla polvere, e poi dal sangue, di Tahrir, della città storica e reale. Della città in cui la rivoluzione si è consumata.
È successo già prima del 25 gennaio del 2011, quando attorno al Cairo sono sorte cittadine fornite di tutto, dalla scuola all’ospedale, lontane dalla contaminazione della megalopoli, da quel mix incredibile di povertà e borghesia, grandi alberghi e bambini di strada, carretti e Suv. Cittadine igienizzate dal melting del Cairo, che ti si attacca addosso e non ti lascia. Ora UpTown promette di igienizzare tutto addirittura dentro il Cairo. E di far dimenticare Tahrir. Ma fino a quando?
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Diverso (ma quanto poi diverso?) il Mall di Gerusalemme. Non è una città, non è una piazza classicamente intesa. Non è quella piazza che manca a Gerusalemme per renderla veramente una città. È simile alla Emaar Square che stanno progettando al Moqattam al Cairo, e lontanissima da Tahrir. Eppure a suo modo è una piazza, tragicamente edulcorata e igienizzata anch’essa.
“al mall si stipula solo una tregua non scritta. Appena fuori, a pochi chilometri di distanza, è tutta un’altra storia. Le pietre volano, e i lacrimogeni anche. Eppure, nonostante la tregua non scritta nel centro commerciale non incida per nulla sui destini politici della città, è altrettanto vero che il Malha Mall è un elemento importante nella composizione attuale di Gerusalemme. Non rappresenta solo una parentesi in una vita quotidiana fatta di conflitto. Non rappresenta solo una boccata d’aria (climatizzata) in una giornata fatta di tensioni continue. Riveste, in un certo senso, una funzione di “terra di nessuno” al di là della dimensione politica e tutta dentro la dimensione sociale. Come se il grande magazzino potesse anche soddisfare quella necessità di tregua, di cessate-il-fuoco nelle giornate di Gerusalemme, descritta da Zygmunt Bauman con una sintesi perfetta: “Gli shopping mall rendono il mondo (o quella parte del mondo attentamente racchiusa tra mura, monitorata in modo elettronico e strettamente sorvegliata) un posto sicuro per la vita-come-passeggio”.
Nella città ambita dei pellegrini, il vero spazio di pacificazione (o almeno di non belligeranza) non si trova all’ombra dei templi, dei luoghi sacri dentro la Città Vecchia, bensì in un grande magazzino guardato a vista dalla vigilanza che controlla gli ingressi e la sicurezza, e rende possibile lo struscio, il passeggio, il camminare sfiorandosi. Una parentesi che non tocca le identità pregresse, o meglio, sottolinea che israeliani e palestinesi, laici e ortodossi, nemici e avversari condividono una sola identità. Quella consumistica, e in genere una modernità liquida che, però, non riesce a intaccare la solidità del proprio senso di appartenenza a una comunità, a un popolo, a una cultura e a una fede.
La parentesi del Malha Mall, o del supermercato Mega, o dello struscio a via Jaffa è necessaria per non impazzire, a Gerusalemme. È equivalente – in tutto e per tutto – all’ora d’aria in carcere, perché chi si concede la parentesi nel confortevole spazio del grande magazzino sa benissimo che quella non è la realtà e non è la vita. È uno spazio fintamente neutrale (gli accessi sono controllati dagli israeliani, per esempio), dove sono possibili persino deroghe ai codici sociali delle rispettive comunità”.
Da Gerusalemme senza Dio