È un popolo in fuga, dentro una gabbia. Popolo, civili, che scappano da un quartiere di Gaza City per rifugiarsi in un altro quartiere, in un posto che pensano meno insicuro. Fuggono da Shujayya, un quartiere che già negli scorsi attacchi militari israeliani nella Striscia era già stato pesantemente colpito. Shujayya, teatro già nel 2008-2009 di una battaglia tra soldati israeliani e uomini delle fazioni armate palestinesi.
Le notizie dei coraggiosi giornalisti che sono ancora dentro Gaza danno rabbrividire. Questo popolo che fugge si lascia alle spalle bombardamenti senza sosta, decine e decine di morti, feriti che non possono essere soccorsi e portati via con le ambulanze, giornalisti e infermieri uccisi. Una vera e propria carneficina. Una carneficina che ci interroga anche su di noi, giornalisti, e sul modo in cui abbiamo raccontato il conflitto israelo-palestinese in questi anni.
In questo giorno di dolore, in questa domenica non benedetta, in questo ramadan di sangue, aggiorno il blog con la relazione che ho scritto per i Dialoghi di Pace di Erice, che si sono conclusi ieri con un panel in cui abbiamo, appunto, dialogato con Luca Parmitano e Shadi Hamadi, aiutati da Carmen Lasorella, che moderava la sessione. Chi vuol sapere chi c’era, nelle sessioni precedenti, può scoprirlo sul sito di flyforpeace. In una situazione singolare, in un luogo magnifico e sereno, il dolore della guerra era un sottile ronzio dentro ognuno di noi. Eppure abbiamo parlato e ascoltato. E abbiamo, se possibile, accarezzato e sublimato questo dolore con le splendide immagini che il maggiore Parmitano ha scattato dalla navicella spaziale. Immagini splendide, e parole ponderate, una per una.
Dare volto agli invisibili
Di Paola Caridi
È stato chiamato l’uomo delle stelle. Un appellativo che a noi, qui in Sicilia, ricorda un triste e bellissimo film di Giuseppe Tornatore. Nel film di Tornatore, l’uomo delle stelle era colui che portava la modernità, il cinema nei paesini dell’entroterra siciliano. Non era un personaggio edificante, a dire il vero, ma portava a chi era rinchiuso nel proprio paese, chiuso all’esterno per povertà e (anche) tradizione, il mondo in una pellicola.
Suleiman Baraka, invece, ha portato non il cinema, bensì un telescopio, a Gaza, per guardare le stelle. Una volta, nelle nostre conversazioni via Skype, mi diceva che ai bambini fa vedere non solo quello che c’è in cielo. Le stelle. Spiega anche che sopra i caccia che sorvolano la Striscia, e che negli ultimi dieci giorni hanno bombardato Gaza, ci sono le stelle. Fa vedere ai bambini, che per esempio non hanno mai avuto la possibilità di salire su un aereo, come passeggeri, ciò che c’è oltre i confini nei quali sono costretti a vivere.
Suleiman Baraka quel telescopio, comprato dal centro culturale francese, lo ha portato a Gaza nel 2009, dopo un’altra guerra. Era negli Stati Uniti, a lavorare per la. NASA, quando in un bombardamento israeliano durante l’Operazione Piombo Fuso è stata colpita la sua casa, ferito gravemente suo figlio di 11 anni. Suo figlio sarebbe morto di lì a poco. Suleiman, astrofisico, ha deciso di tornare a rinchiudersi a Gaza, lui che poteva rimanere fuori da quella che è una prigione a cielo aperto. Ha una cattedra UNESCO in astronomia, astrofisica e scienze dello spazio all’università di Al Aqsa. È lui stesso il fondatore del centro di astronomia e scienze spaziali dell’ateneo.
Studia le stelle a Gaza, invertendo quella meravigliosa constatazione del maggiore Luca Parmitano sulla Terra vista dallo spazio. Anche lo spazio, come la terra, quando lo si guarda dalla terra, non ha confini, e lo sguardo sullo spazio – da Gaza così come in una notte siciliana – rende liberi. Il confine, il limes, la frontiera, la barriera, il muro, è una superfetazione degli uomini. Una ferita e una lacerazione sulla terra, e sulla natura.
Avevo chiesto a Suleiman, nelle ultime conversazioni via mail – abbiamo usato per superare i confini la meravigliosa realtà virtuale, mail, Facebook, whatsapp, viber, Skype – di scrivere qualcosa, registrare i suoi messaggini audio per essere comunque qui. Non ho sue notizie dal 13 luglio, mi aveva detto che si spostavano di casa in casa a Khan Younis per proteggere “i nostri bambini e le nostre donne”. Mi ha scritto, pregate per noi, e nel mio piccolo è quello che ho fatto. Da laica.
Mi è sembrato doveroso, e giusto, raccontare Suleiman per farlo essere comunque qui con noi. Ho raccontato una piccola parte della storia di Suleiman Baraka, astrofisico, scienziato, palestinese, di Gaza. Uomo delle stelle di Gaza. Ma questo racconto è parte integrante, direi fondamentale, di una riflessione necessaria sulla pace nella comunicazione. Direi meglio, pace con la comunicazione.
Nei molti anni dall’altra parte di questo mare, prima al Cairo e soprattutto nei miei 10 anni a Gerusalemme, mi sono certo fatta molte domande sulla mia professione. La mia professione di giornalista, in questo caso, che però non può, non può mai, essere disgiunta dalla mia professione di storica. Mi sono fatta domande, ovvie, sulla neutralità dei giornalisti, che secondo me non esiste, perché nessun essere umano lo è.
La mia risposta, in questo caso, si chiama onestà intellettuale, nei confronti soprattutto del pubblico che ci legge o guarda i nostri servizi tv. Si può essere onesti, persino quando si è embedded, si segue cioè un conflitto con una delle parti in conflitto, se e solo se si dichiara con chi si è, e per quale motivo. Si dichiara da dove parte il proprio sguardo. E dove, su chi si posa. Una cosa è guardare Gaza dalla collina, in Israele. Una cosa è essere di fronte al porticciolo di Gaza, dentro Gaza. Una cosa era essere dentro Sarajevo, di fronte al viale dei Cecchini, una cosa era essere sulla collina di Grbavica. Una cosa è essere a Baghdad o a Kabul fuori dalla zona verde, una cosa è rimanere al suo interno, guardare il mondo dal buco della serratura. Una cosa è essere sulle spiagge di Tel Aviv, altra cosa è conoscere gli israeliani, andare nelle periferie di Rishon Lezion, nelle case popolari israeliane a Gerusalemme.
Sembra superfluo, dover discernere di neutralità e onestà, di imparzialità e parzialità. Eppure è proprio questo, ancora oggi, il nodo. La pace non si costruisce attraverso una comunicazione viziata, attraverso l’adesione alle propagande delle parti in conflitto, come spesso succede nel conflitto israelo-palestinese. O come succede quando si liquidano le rivoluzioni arabe come un conflitto laici-fondamentalisti, in cui i regimi passati fanno la figura degli stabilizzatori. Propaganda, non giornalismo.
La pace – parola ferita, abusata, violentata – si costruisce ancora oggi con lo sguardo, la testimonianza, il racconto. I visi, i desideri degli uomini, le sofferenze, le aspirazioni dei giovani, le voci, le fragranze di cui parlava ieri mons Mogavero.
Chi mi conosce, sa che ho un blog. Dal 2008, che è un tempo lungo, per i blog. Si intitola Arabi invisibili, e prende il nome da un mio libro, il primo della mia riflessione sul medio oriente e sul nord Africa. Non è ovviamente un titolo causale. Il tema della invisibilità è centrale nella mia riflessione sulla comunicazione e sulla pace. Gli invisibili non solo non li vediamo. Ma non vedendoli pensiamo che non esistano. Gli invisibili non ci sono. Non hanno corpo, e se non hanno corpo non sono come noi. Non sono noi. Chi è invisibile non ha diritto a essere riconosciuto come essere umano. Come fratello e sorella.
Chi è invisibile può essere ucciso della guerra, senza un nome. Può affogare di fronte a Lampedusa, giacere sul fondo del Mediterraneo che – ha scritto Lina Prosa in un testo teatrale molto bello, Lampedusa Beach – se fosse svuotato mostrerebbe una realtà incontrovertibile: le due sponde sono la stessa terra, potremmo incamminarci sul fondo del Mediterraneo e passare dall’Africa all’Europa. Degli invisibili possiamo non sapere nulla, finché non compaiono da noi, e ci sfidano con l’arma della verità, e della realtà.
Agli invisibili siamo chiamati noi, giornalisti, a dare corpo, voce, tridimensionalità, posto nel mondo. Niente numeri. Solo nomi, carte di identità. Racconti. Ed è su questo punto che, in questi anni, ho visto il fallimento della nostra categoria, di noi giornalisti, nel raccontare il Medio Oriente, la guerra e la pace, le migrazioni, le rivoluzioni. Non abbiamo saputo raccontare, dimostrando che forse – ma non è detto – il nostro tempo è finito. Ed è ora il tempo degli artisti, che possono raccontare, più di noi. Raccontare perché non possiamo limitarsi a una descrizione che, se rimane tale, rischia di falsare la realtà, mistificando la descrizione come cronaca oggettiva. La sfida, già raccolta dagli artisti ma non da tutti i giornalisti, è passare dalla descrizione alla comprensione. Comprensione della realtà, dei fatti, della cronaca, della storia degli uomini. Di ogni uomo. E di ogni donna.
Ricordava di recente un nostro grande, bravissimo collega, Pietro Veronese, un uomo che raccontato Sarajevo e Africa, il vicino e il lontano da noi. In fondo, anche nella prima guerra mondiale sono stati gli scrittori, i poeti, gli Ungaretti a dirci l’essenza del dolore, della crudeltà della guerra, della follia. E di quanto la guerra, e dunque la pace, mettono in gioco sentimenti e valori spesso dimenticati, qui su questa sponda.
Concludo dunque con quei versi, che molti di noi avevano lasciato chiusi nel cassetto dei ricordi scolastici. A un secolo da quello scempio.
Cima Quattro il 23 dicembre 1915
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
