Per sapere qualcosa di Hamas

copertina

Ho scritto un libro sulla storia di Hamas, pubblicato nel 2009 da Feltrinelli. E’ la storia politica di Hamas, basata su interviste, documenti, cronaca, elaborata e scritta durante la mia lunga permanenza a Gerusalemme, con diverse puntate nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e nei paesi arabi. Il libro si conclude con l’Operazione Piombo Fuso (lo completai mentre l’attacco militare israeliano contro Gaza si stava compiendo). La versione in inglese, pubblicata prima da PASSIA a Gerusalemme est, riprende da quel punto. E la versione americana, pubblicata dalla newyorchese e prestigiosa Seven Stories Press nel 2012, va ancora oltre. E dunque, siccome credo fermamente che il giornalismo si debba fondare sulla conoscenza più approfondita del contesto, degli avvenimenti, dei protagonisti, ho deciso di mettere qui, sul blog, l’ultimo capitolo dell’edizione americana.

 E’ la prosecuzione del volume pubblicato da Feltrinelli. Parla del rapporto Goldstone sulla violazione dei diritti umani e civili da parte dei contendenti, ma soprattutto e in particolare da parte di Israele. Parla del senatore John Kerry, spedito a Gaza da Obama all’indomani della tregua. Parla di egiziani, di processo di riconciliazione tra Fatah e Hamas. Parla di paludi politiche e ignoranza. Parla della gente di Gaza, militanti o meno di Hamas, e della loro sofferenza.

Buona lettura

 

Dalla Resistenza al Governo

E Hamas? Cosa è successo durante l’Operazione Piombo Fuso? Cosa è successo alle diverse ali del suo apparato di sicurezza, alle Brigate Izzedin al Qassam e a quelle migliaia di uomini in armi assorbiti dai corpi di polizia sotto il ministero dell’Interno, che dall’ottobre 2007 aveva dissolto la Executive Force? Non c’è dubbio che l’Operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza sia stata, per i settori militari di Hamas, un colpo duro, dei cui particolari – per la coltre di silenzio che copre le operazioni clandestine e l’ala armata del movimento islamista palestinese – si sa pochissimo. Neanche lo stesso Rapporto Goldstone, che sintetizza anche i risultati dei rapporti indipendenti sulla guerra, riesce a schiarire la nebbia che ricopre la dimensione militare, a cominciare dalle perdite subite dalle Brigate Izzedin al Qassam, limitandosi ad accettare nella sostanza le rilevazioni statistiche che parlano di meno di un quinto del totale dei morti tra le file dei combattenti, distinguendo anzi i combattenti dagli appartenenti ai corpi di polizia sotto la direzione del ministero dell’interno di Gaza . Sul numero delle vittime tra i militari e gli uomini in armi durante l’Operazione Piombo Fuso si è anzi innescata una battaglia delle cifre che ha assunto un preciso e ineludibile significato politico, dall’una e dall’altra parte. Mentre le autorità israeliane, soprattutto nel primo periodo, hanno descritto le vittime come appartenenti a Hamas, contenendo al massimo, nelle loro statistiche, il numero dei civili colpiti dai bombardamenti e dagli attacchi dell’IDF, dall’altra parte Hamas ha incentrato tutta la comunicazione riguardante la guerra sulle vittime civili.

È ormai accertato che Hamas si è trovata impreparata di fronte alla massiccia campagna militare israeliana. The movement “had prepared for a two-week confrontation with limited Israeli incursions along the lines seen during the second intifada”, ha successivamente ammesso un leader di Hamas agli analisti dello International Crisis Group . L’apparato militare, che ha assunto anche il comando dei gruppi armati della Striscia espressione delle altre fazioni, come le brigate della Jihad Islamica e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, si è dunque trovato a cambiare in corsa la sua strategia, cercando soprattutto di portare la fanteria israeliana sul proprio terreno. Quello di un confronto nelle strade di Gaza. La strategia dell’IDF, dietro un mandato politico preciso, è stata al contrario quella di contenere al massimo le perdite tra i soldati, e dunque lo scontro diretto tra forze combattenti, per evitare di dover fronteggiare una opinione pubblica ormai restia a sostenere il peso di un numero alto di vittime nell’esercito, come avevano dimostrato le critiche pesanti della società israeliana per i 121 soldati morti nella guerra del 2006 con il Libano.

La reazione di Hamas all’inattesa dimostrazione di forza dell’IDF è stata quindi quella di attuare una “conservative military strategy” nella gestione dei confronti diretti tra i combattenti palestinesi e l’esercito israeliano. Impiegare pochi uomini alla volta sul terreno, e soprattutto continuare a lanciare razzi da Gaza verso le cittadine del Negev e verso Ashkelon, per dimostrare che la pur potente macchina militare israeliana non aveva inciso sulla capacità delle brigate Al Qassam e degli altri gruppi armati di colpire al di là della frontiera di Gaza. Se dunque, da un punto di vista della strategia militare, Hamas ha reagito tentando di assorbire con costi umani contenuti il colpo di una operazione dura e sanguinosa come l’Operazione Piombo Fuso, le ripercussioni politiche sono state molto più complesse, e diluite nel tempo.

Già all’indomani delle due tregue annunciate contemporaneamente – quella proclamata da Israele e quella, parallela, dichiarata da Hamas, entrate in vigore il 18 gennaio 2009 -, Hamas ha dovuto affrontare il dopoguerra indossando a volte parallelamente, a volte uno sopra l’altro, sia i panni di un governo che aveva il pieno controllo del territorio di Gaza, sia i panni di un movimento che sin dalle sue origini nella Fratellanza Musulmana ha costruito la sua influenza e il suo consenso sulla presenza sociale, nel cuore dei campi profughi, nelle strade di Jabalya, di Deir el Balah, di Khan Younis, di Gaza City. Appena le armi hanno taciuto, dunque, il fronte interno è stato assorbito dalla conta delle distruzioni, dalla crisi umanitaria, dalla gestione dell’emergenza. Immediati e pubblici sono stati gli aiuti diretti (e finanziari) alla popolazione, per esempio attraverso i rimborsi in dollari a chi aveva subito la distruzione o il danneggiamento della propria casa, anche per tamponare possibili manifestazioni di protesta.

La questione più complessa da risolvere, però, è stata subito quella del rapporto tra il governo de facto, e dunque anche dalla burocrazia in tutte le sue forme, e coloro che nei fatti hanno gestito l’imponente macchina degli aiuti d’emergenza e capillari alla gran parte della popolazione di Gaza. Vale a dire le organizzazioni internazionali. Colpite anch’esse dall’Operazione Piombo Fuso – Israele ha poi per esempio rimborsato l’ONU per i danni subiti dagli edifici dell’UNRWA nella Striscia a causa dei bombardamenti dell’IDF -, le organizzazioni internazionali hanno dovuto incanalare gli aiuti della ricostruzione che la comunità internazionale ha man mano inviato, con il mandato di non farli passare attraverso il governo de facto guidato da Hamas. Una situazione difficile, paradossale, che ha avuto diversi attori in gioco, assieme alle organizzazioni internazionali e a Hamas: Israele; l’ANP di Abu Mazen e Salam Fayyad, unico referente di Europa e Stati Uniti; e infine l’Egitto, non solo come mediatore su più tavoli negoziali, ma anche come guardiano della porta di Rafah. La frontiera meridionale di Gaza.

Sin dall’immediato dopoguerra, Hamas e il governo de facto guidato da Ismail Haniyeh non hanno ostacolato l’idea che fossero le organizzazioni internazionali, in massima parte l’Onu attraverso le sue agenzie che lavorano dentro Gaza, a distribuire gli aiuti. Si sono semmai strenuamente opposti a una gestione degli aiuti da parte dell’ANP, da Ramallah, con cui i rapporti non sono migliorati, neanche nei giorni più duri dell’Operazione Piombo Fuso. Nella leadership di Hamas, ma anche nelle opinioni pubbliche arabe, si è subito avuto il dubbio – sin dall’inizio dell’Operazione Piombo Fuso – che l’ANP di Ramallah non si fosse spesa quanto possibile per aiutare i ‘fratelli’ palestinesi di Gaza. Ci sono state, da subito, anche voci che dicevano che a Ramallah, così come al Cairo, si sapesse da prima dell’intenzione israeliana di attaccare la Striscia. Una conferma, dei dubbi e delle voci, è arrivata nell’autunno del 2010 dai documenti della diplomazia statunitense resi pubblici da Wikileaks. E’ stato Ehud Barak, ministro della difesa durante le ostilità e successivamente anche nel governo di Benjamin Netanyahu, a confermarlo sei mesi dopo, nel giugno del 2009, in un incontro con due importanti delegazioni di deputati e senatori americani, one from the Senate Foreign Relations Committee led by Senator Casey, the other from the House Committee on Foreign Affairs led by Congressman Ackerman. Barak “explained that the GOI had consulted with Egypt and Fatah prior to Operation Cast Lead, asking if they were willing to assume control of Gaza once Israel defeated Hamas. Not surprisingly, Barak said, the GOI received negative answers from both”*.

Con una base di consenso proveniente in gran parte dal mondo dei profughi, Hamas conosceva invece da sempre la macchina dell’ONU, oliata da decenni di presenza nei campi e di gestione degli aiuti, spesso d’emergenza, nella Striscia ancor più che negli altri Territori Palestinesi Occupati. La differenza, evidente già prima dell’Operazione Piombo Fuso, è che Hamas non è più stata solo una presenza di fatto nei campi profughi e nel tessuto sociale di Gaza, ma si è trasformata nel 2006 nella detentrice del potere, nonostante tutti i leader di Hamas abbiano sempre distinto formalmente tra lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, da una parte, e il governo, la cosa pubblica, l’amministrazione, dall’altra.

Le frizioni che si sono verificate tra l’Onu e il governo di Hamas, soprattutto nelle prime settimane del dopoguerra, sono state appunto il prodotto di questa nuova situazione, resa ancora più confusa dal ruolo assunto dalla comunità internazionale, ‘costretta’ a occuparsi nuovamente di Gaza durante e dopo la campagna militare israeliana . Dopo aver assistito, senza intervenire se non in modo tardivo e con l’accusa di aver addirittura avallato dietro le quinte l’Operazione Piombo Fuso, sempre più diffusa nelle opinioni pubbliche della regione, la comunità internazionale decide di intervenire e imbastire in tutta fretta una conferenza dei donatori a Sharm el Sheykh all’inizio di marzo del 2009, con l’obiettivo ambizioso di raccogliere tre miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Alla gigantesca questua per Gaza a Sharm el Sheykh partecipano ottanta paesi, e la raccolta totale di ben quattro miliardi e mezzo di dollari supera di gran lunga gli obiettivi. È una pioggia di soldi, quella che si dovrebbe riversare su Gaza, su cui, però, regna confusione. Perché nulla si sa allora, né si capirà qualcosa di più anche dopo, sui tempi e sulle modalità attraverso le quali i finanziamenti raccolti sarebbero arrivati alla popolazione di Gaza. Il nodo di fondo rimane lo stesso dei precedenti tre anni: il rapporto con Hamas divenuto attore politico e istituzionale a tutti gli effetti, e, di conseguenza, con il governo di Ismail Haniyeh che dal 2007 controlla del tutto la Striscia di Gaza, beneficiaria degli aiuti per la ricostruzione. A chi, materialmente, sarebbero andati i finanziamenti? E chi, soprattutto, li avrebbe gestiti? Al suo ingresso formale sulla scena mediorientale, il nuovo segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton appoggia pubblicamente l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas e di Salam Fayyad, senza mai nominare Hamas.

Il tentativo di veicolare i finanziamenti ancora una volta attraverso l’ANP di Ramallah, per evitare il contatto con Hamas e continuarne l’isolamento, si scontra però subito con i fatti sul terreno, con la necessità immediata di aiutare la popolazione di Gaza, e con il paradossale risultato che l’Operazione Piombo Fuso ha avuto riguardo al ruolo di Hamas dentro e soprattutto fuori i confini di Gaza e della Cisgiordania. All’indomani della conferenza dei donatori a Sharm el Sheykh, il commento di Rami Khouri, uno dei più seguiti e acuti analisti politici del Medio Oriente, palestinese-giordano, è secco: “Using billions of dollars in international aid to maintain much of the Israeli siege of Gaza while trying again to prop up the Abbas government and ignoring the role of Hamas will not move anyone closer to genuine peace or security” .

Il giudizio severo di Rami Khouri sottolinea quanto, ancora una volta, la comunità internazionale sia stata colta impreparata dagli eventi che hanno sconvolto Gaza, e più in generale lo scenario israelo-palestinese. Le cancellerie occidentali, ma anche i loro alleati arabi, non riescono a superare lo scoglio che ha inficiato la loro strategia nei tre anni precedenti: l’isolamento di Hamas come risposta al suo ingresso nelle istituzioni dell’ANP con un peso inatteso. L’Operazione Piombo Fuso, però, ha la caratura di una cesura nella cronaca mediorientale dell’ultimo decennio. Con la guerra, Hamas è ritornata – volente o nolente – sul palcoscenico internazionale come una delle parti in causa. Israele non è riuscita a rovesciare il governo di Gaza, l’esito del conflitto non è stato una resa senza condizioni, e, anzi, con Hamas bisogna trattare per il cessate il fuoco che deve porre fine alle ostilità prima che la nuova amministrazione americana si insedi. Sono quei negoziati sul cessate il fuoco, mediati dagli egiziani, a raccontare quanto la guerra abbia creato una situazione addirittura più complessa di quella precedente al 27 dicembre, e abbia avuto un risultato esattamente contrario alle aspettative di molti. La guerra ha rimesso in gioco Hamas.

Con Hamas non si parla, ma si tratta

In piena guerra, il 9 gennaio, escono da Gaza attraverso il valico di Rafah i leader di Hamas che avrebbero negoziato la tregua. Tra di loro, Jamal Abu Hashem, Salah el Bardawil, Ayman Taha. Esponenti di tre generazioni diverse di Hamas, dagli uomini della prima ora, passando per la generazone di mezzo, sino a Ayman Taha, allora 38enne, figlio di una delle figure più note della Fratellanza Musulmana a Gaza. Tutti e tre considerati uomini di mediazione, anche – per quanto riguarda Abu Hashem – nei tentativi di riconciliazione tra il movimento islamista e Fatah. Nel corso di una settimana vi sarebbero stati numerosi incontri, al Cairo, tra le autorità egiziane, i dirigenti di Hamas di Gaza, e alcuni degli esponenti dell’ufficio politico di Hamas a Damasco, in prima fila Moussa Abu Marzouq, numero due del bureau, assieme all’uomo considerato più vicino a Khaled Meshaal, Mohammed Nasr. “Il momento più difficile”, avrebbe poi definito quei colloqui serrati sul cessate il fuoco Salah al Bardawil .

Dopo una trattativa difficile con gli egiziani, Hamas accetta la tregua, se entro una settimana dalla sua proclamazione Israele si impegna a ritirare i suoi uomini da Gaza. L’accordo verbale si fa, e a Moussa Abu Marzouq tocca il compito di annunciare il cessate il fuoco a mezzogiorno del 18 gennaio. Israele ritira tutti i suoi uomini molto rapidamente, ben prima di una settimana. In meno di due giorni, prima dell’alba del 21 gennaio e poche ore dopo l’insediamento di Barack Obama, i soldati di Tsahal si riposizionano lungo il confine tra Israele e Gaza, in una mossa considerata un tentativo di allentare la tensione con la nuova amministrazione statunitense. In fact, doubts arised that the President-elect transition team “also helped persuade Israel to end the bombing of Gaza and to withdraw its ground troops before the Inauguration” . L’Operazione Piombo Fuso ha oggettivamente messo in imbarazzo la nuova amministrazione Americana, e lo si intuisce anche dai segnali pubblici di Obama, appena diventato il nuovo inquilino della Casa Bianca. La prima telefonata a un leader straniero da parte del presidente appena insediatosi non è ai vertici israeliani, al capo dello Stato Shimon Peres o al premier Ehud Olmert. E’ al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. Esattamente il 21 gennaio.

Israele, intanto, è in piena atmosfera preelettorale, in vista delle consultazioni anticipate del 10 febbraio. Una campagna elettorale concentrata in massima parte proprio sulla guerra di Gaza, decisa il 26 dicembre 2008 “all’unanimità” dal governo presieduto da Ehud Olmert, col fermo consenso dell’allora ministro della difesa Ehud Barak e di Tzipi Livni, non solo ministro degli esteri, ma anche candidata del partito Kadima alle imminenti elezioni politiche. La vittoria ai punti di Kadima è, di fatto, una sconfitta per il precedente governo, proprio sulla questione dell’Operazione Piombo Fuso. Un insuccesso che spiana la strada al candidato dell’opposizione Benjamin Netanyahu, capace di convogliare su di sé una coalizione di destra, ostaggio dei coloni e dei settori ultrareligiosi, con la partecipazione di un Labour sempre più debole, spostato su posizioni centriste e monopolizzato dalla figura di Ehud Barak. Non è solo Israele, però, a trovarsi in una situazione politica delicata. Anche gli Stati Uniti vivono la più importante fase di passaggio da un decennio, con la transizione dalle amministrazioni repubblicane di George W. Bush jr. e dalla loro aggressiva politica mediorientale, al nuovo protagonista democratico, Barack Obama, che ha appena vinto le elezioni presidenziali poco prima che il governo Olmert inizi la più imponente campagna militare contro i palestinesi dai tempi del 1967.

Ci sono, sullo scacchiere mediorientale, troppe variabili che si sono modificate, rispetto al periodo precedente all’Operazione Piombo Fuso. Non ci sono solo le vittime dei bombardamenti e la conclamata crisi umanitaria di Gaza, piegata dalle devastazioni e dalla distruzione del sistema produttivo, di fabbriche, serre, terreni agricoli, allevamenti. C’è anche la posizione indebolita di Israele, su cui si addensano le accuse di uso sproporzionato della forza, provenienti non solo dal mondo arabo e dal mondo musulmano, ma anche da settori sempre più diffusi dell’opinione pubblica e della politica occidentale. Man mano che i giorni trascorrono, monta l’idea di un possibile deferimento dei vertici militari israeliani alla giustizia internazionale (tra le ipotesi, anche quella del Tribunale Penale Internazionale Permanente), mentre all’ONU passa senza troppa difficoltà la proposta dell’istituzione di una Fact-Finding Mission, alla cui testa si designa il giudice sudafricano Richard Goldstone.

Sul piano strettamente politico, c’è, poi, il risultato mancato dell’Operazione Piombo Fuso, che riguarda esclusivamente i rapporti di forze tra Israele e le due dirigenze palestinesi, divise tra Gaza e Ramallah. Il potere di Hamas non è stato toccato in misura importante, a Gaza, dove il controllo del territorio da parte del movimento islamista rimane pressoché completo. Gli omicidi mirati compiuti da Israele contro dirigenti di alto livello – il potente ministro dell’interno Said Siyyam, soprattutto – non hanno intaccato in misura importante la flessibilità della struttura di Hamas, com’era già accaduto molto spesso nei vent’anni precedenti con la politica degli assassinii dei leader più in vista del movimento islamista e la loro rapida sostituzione con altri dirigenti. Anche i bombardamenti delle sedi del movimento e degli obiettivi che gli israeliani consideravano importanti nell’organizzazione dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya, non sono riusciti a intaccare in misura seria la struttura. Le incursioni aeree e le azioni dell’artiglieria in cui è stata coinvolta la popolazione civile, e sulle quali si sono appuntate le pesanti accuse del Rapporto Goldstone, sono riuscite solo nell’intento di terrorizzare la popolazione, ma non in quello di farla ribellare contro Hamas. I gazani non si sono rivoltati contro le autorità, nonostante nel corso dei mesi e degli anni successivi alla guerra sia poi diventata palpabile la crescente insoddisfazione verso il regime, accusato non tanto di aver sottovalutato la reazione armata israeliana nel dicembre del 2008, quanto piuttosto di aver gestito successivamente il potere interno con un clientelismo simile a quello di Fatah. Meno personalistico, certo, votato a rafforzare il movimento piuttosto che gli individui, ma allo stesso modo incline a privilegiare la propria fazione, mentre i confini di Gaza sono rimasti sigillati come prima della guerra.
Anche la questione della ricostruzione, in una situazione di isolamento pressoché totale della Striscia che perdura anche nel 2009 e 2010, assume dopo l’Operazione Piombo Fuso un significato eminentemente politico. Lo sforzo finanziario che la comunità internazionale deve affrontare è di non poco conto, e il modo in cui gestirlo è il vero nodo della questione. Cosa fare, dunque? Continuare nell’emarginazione di Hamas o cercare di aprire un canale con i dirigenti islamisti? Nelle prime settimane del dopoguerra è quello che succede. La diplomazia corre parallela ai discorsi ridondanti della conferenza dei donatori di Sharm el Sheykh e alle dichiarazioni pubbliche. I segnali di questo nuovo passo sono evidenti soprattutto nei diversi tour a Gaza compiuti da molte personalità internazionali, dal senatore americano John Kerry all’inviato del Quartetto Tony Blair, dal ministro degli esteri norvegese a quello britannico per la cooperazione internazionale, Douglas Alexander, e al responsabile per la politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana. Sino, poi, a Gerry Adams, storico leader dello Sinn Fein nord-irlandese: Adams è un uomo politico senza nessuna delega specifica sul conflitto israelo-palestinese, ma la sua presenza è, in quel periodo simbolica. Testimonia l’idea che si fa strada all’interno di alcuni settori intellettuali e di alcuni think tank, sull’applicazione di un modello nord-irlandese per comprendere (e forse aiutare) la possibile transizione di Hamas dall’uso politico della violenza all’ingresso definitivo nelle istituzioni rappresentative palestinesi.
La diplomazia non parla con Hamas, dunque, ma a Gaza – controllata capillarmente da Hamas – si va formalmente a vedere le distruzioni causate dalla guerra. Nella sostanza, si tenta di comprendere se c’è uno spazio di azione per aprire un canale con Hamas, pur senza modificare – per il momento – la strategia dell’isolamento di Gaza. Per questo, si intensificano i contatti con la leadership fuori da Cisgiordania e Gaza, sia attraverso i diplomatici, ma soprattutto attraverso esperti, politici, parlamentari di varie nazionalità europee che si recano a Damasco per incontrare Khaled Meshaal. Esemplificativa di un clima, è la videoconferenza con “domande e risposte” tra Khaled Meshaal e deputati britannici riuniti a Westminster, organizzata ad aprile da Clare Short, per sei anni segretario di stato per lo sviluppo internazionale nel governo Blair. La videoconferenza, che scatena forti polemiche a Londra, fa seguito a una visita di Clare Short e di altri tre deputati a Damasco, a cui – a differenza di altri incontri – viene data risonanza mediatica. Degli altri colloqui, attraverso canali riservati, si sa veramente molto poco, anche perché l’Unione Europea non può neanche avere contatti con esponenti di Hamas, inseriti dal 2003 nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.

Le cancellerie, i servizi segreti, i funzionari dei ministeri degli esteri debbono, dunque, utilizzare canali extraeuropei ed extraamericani per sondare Hamas e comprendere se c’è una possibilità di manovra che faccia uscire tutta la diplomazia dall’impasse. Uno dei pochi casi divenuti pubblici è stato il ruolo di facilitatore che la Svizzera sembra essersi assunta, in virtù anche della sua tradizionale neutralità e del suo ruolo di paese ospite di organismi dell’ONU. Mahmoud A-Zahhar si reca nel giugno del 2009 in Svizzera, dove incontra la ministra federale degli esteri, Michelin Calmy-Rey, che si attira l’irritazione del governo israeliano anche per le dichiarazioni successive. “Hamas is an important political actor and must not be left out in discussions over a solution to the Middle East conflict,” dice la ministra Calmy-Rey alla radio pubblica, specificando che la Svizzera, “unlike the European Union, did not consider Hamas a “terrorist organisation”, but condemned any terrorist activities” . Mahmoud A-Zahhar, assieme al ministro della salute del governo de facto Bassam Naim, incontra anche altre due figure, l’ex sottosegretario di stato americano Thomas Pickering e Robert Malley, una delle teste pensanti dell’International Crisis Group nonché assistente speciale per gli affari arabo-israeliani di Bill Clinton proprio durante l’organizzazione di Camp David nel 2000.

Non è dato sapere il contenuto di quegli incontri, ma non è causale che questo lavorio – in cui è compresa anche la diplomazia parallela dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter, proseguita anche per tutto il 2010 – avvenga proprio nei mesi successivi all’Operazione Piombo Fuso e all’insediamento di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti. Nessun cambiamento di strategia è all’orizzonte, per Washington, ma i contatti segnalano la necessità, per la nuova amministrazione, di conoscere meglio lo stato delle cose in casa palestinese. Dunque, anche dentro Hamas. È infatti la questione israelo-palestinese uno dei punti centrali del discorso che Barack Obama tiene all’università del Cairo il 4 giugno 2009.

Discorso di discontinuità, rispetto alle due amministrazioni di George W. Bush jr., nei confronti del mondo musulmano, ma anche del Medio Oriente. Discorso che, per le orecchie palestinesi, registra un passaggio fondamentale: il riconoscimento delle legittime aspirazioni del popolo palestinese, considerate alla pari rispetto al “recognition that the aspiration for a Jewish homeland is rooted in a tragic history that cannot be denied”. “On the other hand – affirmed Obama in Cairo -, it is also undeniable that the Palestinian people – Muslims and Christians – have suffered in pursuit of a homeland. For more than 60 years they’ve endured the pain of dislocation. Many wait in refugee camps in the West Bank, Gaza, and neighboring lands for a life of peace and security that they have never been able to lead. They endure the daily humiliations – large and small – that come with occupation. So let there be no doubt: The situation for the Palestinian people is intolerable. And America will not turn our backs on the legitimate Palestinian aspiration for dignity, opportunity, and a state of their own” . È quanto basta ai palestinesi, a tutti i palestinesi, per ritenere che vi sia stato un cambiamento importante nella politica statunitense. Un cambiamento contenuto in una frase, più di altre: “Israelis must acknowledge that just as Israel’s right to exist cannot be denied, neither can Palestine’s”.

Vi sono poi le parole non dette, nel discorso di Obama. La parola “terrorismo” non è mai pronunciata dal presidente statunitense, né quando affronta lo scenario afghano e pakistano, né quando parla del dopo-11 settembre. Sono i termini “violent extremism” oppure “violent extremists” a definire il panorama così complesso della violenza politica nel mondo musulmano, dando anche in questo caso un segno di discontinuità rispetto agli otto anni precedenti. Perché è così importante questa cambio di passo linguistico? Perché è all’interno di questo vocabolario complesso che Obama non elude la questione, e cioè la presenza di Hamas nel panorama politico palestinese, ma – anzi – riconosce a Hamas quel consenso sancito dalla vittoria elettorale. Ed è solo dopo aver riconosciuto questa legittimazione politica che chiede a Hamas di rispettare le condizioni del Quartetto. Il passo del discorso di Obama è chiaro: “Hamas does have support among some Palestinians, but they also have to recognize they have responsibilities. To play a role in fulfilling Palestinian aspirations, to unify the Palestinian people, Hamas must put an end to violence, recognize past agreements, recognize Israel’s right to exist”. I palestinesi, dice, “must abandon violence” and “focus on what they can build”.

Il messaggio di Obama, netto e chiaro nel chiedere a Hamas di abbandonare la violenza, è ciò nonostante accolto con una sostanziale apertura, dal movimento islamista, proprio per il cambiamento evidente nel linguaggio usato verso il mondo musulmano. Lo dice Khaled Meshaal, in un discorso teletrasmesso venti giorni dopo quello di Obama e due settimane dopo quello tenuto da Benjamin Netanyahu alla Bar Ilan University, in quella che è subito apparsa come la risposta israeliana alla nuova amministrazione americana. “We sense a change in the American tone and rhetoric towards the region and the Islamic world, as was evident from President Obama’s speech in Cairo. We welcome this with great courage. We evaluate any change in an objective manner”, dice Meshaal da Damasco. Fornendo, però, solo un’apertura temporanea a Obama. “We are not entranced by speeches. Speeches do not win us over. The effect of rhetoric is temporary. We are looking for change in the policies on the ground” . I cambiamenti sul terreno ai quali Meshaal si riferisce non sarebbero arrivati, dalla nuova amministrazione democratica, che nel corso dei mesi successivi avrebbe lanciato segnali di diverso tipo in Medio Oriente, a seconda dei protagonisti della complessa macchina della politica estera americana, ripartiti tra Dipartimento di Stato e Casa Bianca.

Dal canto suo, Hamas continua anche con la nuova amministrazione a seguire la sua politica di ambiguità riguardo alle richieste sul rispetto degli accordi di pace firmati dall’OLP e sul riconoscimento di Israele, rendendo difficile – se non impossibile – per l’amministrazione Obama una sua riconsiderazione delle posizioni tradizionali sul movimento islamista. A giocare contro un ammorbidimento della linea seguita dall’amministrazione Obama, è anche la risposta di Hamas ai risultati contestati delle elezioni presidenziali di metà giugno in Iran. In linea con un comportamento adottato costantemente dalla leadership nel corso di oltre vent’anni di esistenza del movimento, Hamas assume un atteggiamento distante rispetto alle questioni di politica interna dei suoi alleati, o comunque dei paesi con i quali intrattiene rapporti. Non stigmatizza la repressione dei Fratelli Musulmani in Siria e in Egitto, non attacca neanche Ahmadinejad appena rieletto. La leadership di Hamas, anzi, si congratula con Ahmadinejad per la sua rielezione a presidente iraniano, nonostante le manifestazioni di piazza, le accuse di brogli e la repressione dura attuata dal regime di Teheran. “No doubt what is happening in Iran concerns and worries us, but we consider it to be an internal affair”, afferma per esempio Meshaal in una intervista rilasciata a metà agosto al giornale qatariota Al Watan. “But we are definitely not worried about the relationship with Iran or the support that Iran offers us.”

L’alleanza con Teheran, dunque, non subisce nessun contraccolpo dalla contestata rielezione di Ahmadinejad, e questo non può non influenzare la politica occidentale, serrando anche i timidi spiragli che si sarebbero potuti aprire all’interno delle cancellerie europee e americana. D’altro canto, l’alleanza tattica tra Hamas e l’Iran influenza gli stessi rapporti tra i principali paesi arabi e il regime di Ahmadinejad. A tal punto, che Hamas diventa motivo di attrito tra Riyadh e Teheran, come descritto dallo stesso re saudita Abdallah in un incontro della primavera 2009 con il consigliere della Casa Bianca sull’antiterrorismo, John Brennan, nel quale lo mette corrente del duro scambio di battute avuto con l’allora ministro degli esteri iraniano Mottaki. “The King described his conversation with FM Mottaki as “a heated exchange, frankly discussing Iran’s interference in Arab affairs.” When challenged by the King on Iranian meddling in Hamas affairs, Mottaki apparently protested that “these are Muslims.” “No, Arabs” countered the King, “You as Persians have no business meddling in Arab matters.”* Hamas avrebbe comunque continuato a lanciare segnali all’amministrazione Obama, sin dall’insediamento del nuovo presidente, soprattutto con una serie di lettere, sempre provenienti da Gaza e sempre scritte dal vice ministro degli esteri ed esponente della parte pragmatica Ahmed Youssef, complice il suo lungo periodo negli States e dunque la conoscenza diretta delle dinamiche americane come politologo. Sono missive tutte dello stesso tenore e di simile contenuto. Come la lettera consegnata al senatore democratico John Kerry, in visita a Gaza nel febbraio 2009, a poche settimane dalle tregue proclamate da Israele e Hamas, per rendersi conto delle distruzioni causate dalla guerra. Era stato – appunto – Ahmed Youssef, ad averla scritta, ed era stata Karen Abu Zayd, alto commissario dell’UNRWA, a consegnarla a John Kerry, che – senza aprirla – l’aveva data al console americano a Gerusalemme, Jacob Walles. Una procedura macchinosa che fa salva la forma – e cioè l’impossibilità per i funzionari e i politici di parlare con Hamas – e rispetta la sostanza. Uno il messaggio a Obama: “There can be no peace without Hamas”, e cioè non è possibile escludere il movimento islamista, all’indomani dell’Operazione Piombo Fuso, da una qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale.

In una successiva missiva in arabo, inviata attraverso un gruppo di donne americane in visita a Gaza, Ahmed Yousef va oltre e invita Obama nella Striscia, alla vigilia del discorso del Cairo e nei giorni in cui il giudice sudafricano Richard Goldstone compie un sopralluogo a Gaza per stilare il rapporto sulla guerra dei 22 giorni. La legalità internazionale è, in quella fase, considerata determinante, in vista dell’indagine sull’Operazione Piombo Fuso, ed è per questo che Youssef usa la lettera per sottolineare che Hamas si considera dentro i parametri indicati dall’ONU. “We are, in the Hamas government, committed to a just solution to the conflict in keeping with international law and the rulings of the International Court of Justice and the [UN] General Assembly and human rights organizations. We are ready to continue with all parties on the basis of mutual respect, without any prior requirements or conditions”, scrive il vice ministro degli esteri .

I tentativi di Hamas, di aprire un canale con il nuovo presidente americano che suscita molte aspettative nel mondo arabo e musulmano, non servono a cambiare la politica mediorientale degli Stati Uniti. Non servono soprattutto a modificare l’atteggiamento pubblico di Washington nei confronti di Hamas, nonostante – soprattutto nel corso del 2010 – arrivino vari segnali dall’interno stesso dell’amministrazione americana che spingono per un sostanziale coinvolgimento del movimento islamista per arrivare a una soluzione negoziale duratura. La pace, insomma, non si fa senza Hamas, viene detto da alcuni analisti e anche da team di esperti, nello stesso periodo in cui gli USA superano in Afghanistan la pregiudiziale anti-talebana e si aprono a un possibile negoziato con una parte degli “studenti di Dio”. Ciò che però sembra possibile a Kabul lo è molto meno nello scenario mediorientale, nonostante la possibilità di un coinvolgimento di Hamas al tavolo della pace arrivi sino alle testate più autorevoli della stampa americana e venga non solo chiesto da esperti autorevoli , ma anche consigliato da team di analisti dentro la burocrazia della politica internazionale americana.

A indicare che la linea ufficiale seguita dagli Stati Uniti in Medio Oriente non è condivisa da tutta l’amministrazione che si occupa di difesa e politica estera è il rapporto confidenziale inviato dal cosiddetto Red Team allo US Central Command – CENTCOM – e divenuto pubblico alla metà del 2010 grazie a Mark Perry, su Foreign Policy. Al suo destinatario, il generale David Petraus, il rapporto redatto da alti ufficiali dell’intelligence americana fornisce una prospettiva diversa da quella delle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione Obama, e indica una soluzione ai conflitti mediorientali che va oltre la crisi israelo-palestinese e comprende tutto il Levante. “The U.S. role of assistance to an integrated Lebanese defense force that includes Hizballah; and the continued training of Palestinian security forces in a Palestinian entity that includes Hamas in its government, would be more effective than providing assistance to entities — the government of Lebanon and Fatah — that represent only a part of the Lebanese and Palestinian populace respectively”, dicono le conclusioni del rapporto del Red Team. Perché, spiegano, nonostante Hezbollah e Hamas “embrace staunch anti-Israel rejectionist policies,” i due movimenti islamisti libanese e palestinese sono “pragmatic and opportunistic.”

È un approccio realista, quello del Red Team, condiviso soprattutto da Jimmy Carter, che sin dalle elezioni politiche nell’ANP del 2006 e dalla vittoria di Hamas tenta di tenere aperto un canale con il movimento islamista per coinvolgerlo nella transizione politica palestinese e nel processo negoziale con gli israeliani. Nonostante tutti i funzionari americani abbiano più volte sottolineato che l’anziano ex presidente americano non ha alcun ruolo nell’amministrazione Obama, il dipartimento di Stato conferma pubblicamente di essere a conoscenza degli spostamenti di Carter , che tra 2006 e 2010 ha numerosi incontri con tutti i principali esponenti di Hamas, a Gaza, in Cisgiordania e soprattutto a Damasco. La shuttle diplomacy di Jimmy Carter non è parte della diplomazia ufficiale americana, ma è nei fatti il canale aperto tra Hamas e gli Stati Uniti, perché Washington abbia notizie e input diretti dal movimento islamista palestinese.

Gaza, però, non è Kabul. Il rapporto privilegiato tra Stati Uniti e Israele, e la strenua opposizione di Tel Aviv a coinvolgere Hamas senza precondizioni, fa sì che la politica americana non si sia spostata dal binario classico, anche dopo l’ascesa di Barack Obama alla presidenza. Anche sul blocco di Gaza, l’amministrazione americana non ha premuto a tal punto per allentare l’isolamento della Striscia, allineandosi alle posizioni israeliane che – nonostante gli avvicendamenti al governo e le diverse coalizioni al potere – hanno mantenuto di fatto una linea identica rispetto a Hamas. L’assedio della Striscia non ha subito cambiamenti, se non quando è entrato in gioco un attore regionale che ha sparigliato le carte sulla tavola mediorientale e ha deciso di inserirsi a forza nel dossier Gaza. È stato l’entrata in gioco della Turchia con l’affaire della Freedom Flotilla, infatti, a scompaginare l’impasse su Gaza e a costringere Israele a modificare in misura considerevole le regole capestro che aveva imposto sull’ingresso dei prodotti. Lo scontro tra Israele e Turchia, prima latente e poi deflagrato con il sanguinoso attacco della marina militare israeliana contro la nave turca Mavi Marmara il 31 maggio del 2010, mostra però ancora una volta che la strategia americana in Medio Oriente non è cambiata. Israele è ancora il pilastro della politica regionale statunitense, e persino un alleato come la Turchia – determinante dal punto di vista del posizionamento militare degli USA nell’area – non riesce a scalfire il legame tra Washington e Tel Aviv. La Turchia, dopo il contenzioso con Israele sulle responsabilità dell’attacco all’ammiraglia della Freedom Flotilla, si sposta con più evidenza verso Oriente.

The shifting sands of reconciliation

L’attacco avviene in diretta. Sono le 4 e 30 del mattino, l’alba deve ancora sorgere sul Mediterraneo orientale quando i gommoni e l’elicottero dell’unità speciale della marina militare israeliana attaccano la Mavi Marmara. E’ la nave più grande del convoglio chiamato Freedom Flotilla, sei navi in rotta verso la Gaza, intenzionate a rompere il blocco navale imposto da Israele e a portare nella Striscia 10mila tonnellate di aiuti umanitari. Gli uomini dello Shayetet 13 sono armati di tutto punto. Calano dalle corde, salgono sulla nave. Tutto registrato dalle telecamere dei giornalisti a bordo della nave battente bandiera turca, salpata da Istanbul dieci giorni fa. Poi, fuoco, feriti, sangue. I giornalisti riescono a trasmettere fortunosamente l’assalto israeliano: sono le ultime notizie dalla Mavi Marmara. Da quel momento, dalle 5 e 08 della mattina del 31 maggio, mentre albeggia, non si sa più nulla, se non per quello che arriva dalle fonti ufficiali israeliane. Sul destino dei pacifisti, degli oltre 700 pacifisti provenienti da tutto il mondo, cala una coltre di silenzio che dura per ore. Il bilancio dell’attacco sanguinoso compiuto dalla marina militare israeliana in acque internazionali avrebbe segnato un prima e un dopo nei rapporti tra Tel Aviv e Ankara. I nove morti dell’assalto alla Mavi Marmara sono tutti turchi.

A Gaza, intanto, il porticciolo è ancora rosso delle bandiere turche, mezzaluna e stella in centro. Nei giorni precedenti, era diventato una sorta di mèta per le famigliole che speravano di avvistare la flottiglia pacifista. I leader di Hamas – in testa il premier del governo de facto Ismail Haniyeh – si erano continuamente fatti ritrarre sul piccolo molo, o sulle barche della polizia uscite a pattugliare le acque antistanti il porto, focalizzando la loro retorica tutta sui ‘liberatori’ che arrivano a rompere il blocco navale che stringe la Striscia. L’orizzonte di fronte a Gaza City, però, rimane vuoto. La Freedom Flotilla è stata fermata prima di arrivare sulla costa. Ma la Turchia diventa, per i gazawi, l’unica potenza che è riuscita a non piegarsi a Israele, e a sfidare il blocco imposto attorno a Gaza a prezzo della vita di nove uomini. Si organizzano funerali in absentia per i morti della Mavi Marmara, si inaugurano strade in loro onore, mentre i vessilli turchi diventano importanti quasi quanto la bandiera nazionale palestinese. La Turchia entra di peso sulla questione di Gaza, e dunque nel conflitto israelo-palestinese e nel dossier sulla riconciliazione tra Fatah e Hamas. Il movimento islamista, che già guardava al premier turco Recep Tayyep Erdogan come un modello per quello che sarebbe potuto succedere nell’ANP nel 2006, vede in Ankara un alleato importante per i diversi tavoli negoziali in cui è coinvolta. Molto più importante, per la possibile apertura di un canale con gli occidentali, di quanto lo siano Siria e Iran.

E’ soprattutto dallo scoppio dell’Operazione Piombo Fuso che la Turchia si afferma nella regione come lo strenuo difensore di Gaza, il paese che, nonostante sia uno dei pilastri della Nato nel Mediterraneo, chiede a gran voce la rottura del blocco che strangola la Striscia. La guerra di Gaza, anzi, è la pietra tombale della facilitazione che Ankara aveva promosso tra Israele e Siria nel 2008. Il governo Erdogan aveva cercato più volte di inserirsi a pieno titolo come una delle potenze regionali chiamate a intervenire con i loro buoni uffici nel conflitto israelo-palestinese, insidiando il ruolo rivestito per decenni da Giordania ed Egitto. Ed è proprio per questo motivo che la Turchia si affaccia anche sul palcoscenico della riconciliazione tra Fatah e Hamas, chiedendo alla fine di luglio del 2009 di entrare nel negoziato interpalestinese. La presenza di un governo islamista moderato ad Ankara, come quello di Recep Tayyep Erdogan, qualifica la Turchia come un facilitatore interessante per Hamas, di nuovo molto isolata anche sul fronte arabo e regionale.

Sin dall’inizio della mediazione sulla riconciliazione, l’Egitto era apparso più una delle parti in causa che un attore neutrale. Storicamente il patron di Fatah, il Cairo vive in particolare dal 2005 una difficile e delicata transizione alla democrazia, legata alla successione al presidente Hosni Mubarak, che rende il paese arabo ancor più sensibile a ciò che succede nella regione. Soprattutto quando entra in gioco l’islam politico, che in Egitto è da decenni il vero e l’unico competitor del partito al potere, il National Democratic Party, in cui la presenza del secondogenito di Mubarak, Gamal, è sempre più importante. La riconciliazione tra un partito da sempre appoggiato dall’Egitto, Fatah, e un movimento islamista come Hamas, rafforzato da una vittoria elettorale e dal controllo completo di Gaza, è quasi una questione di politica interna, per il Cairo. “Egypt’s delicate domestic situation cannot withstand the emergence of a successful or partly successful Muslim Brotherhood-inspired experiment anywhere in the Arab world, and certainly not on its very doorstep”, commenta Khaled Hroub , analizzando uno dei periodi più farraginosi del processo di riconciliazione.

La proposta reiterata più volte dalla Turchia, di inserirsi nella mediazione per fare da ponte tra Fatah e Hamas preoccupa l’Egitto, che cerca invece – anche attraverso la riconciliazione palestinese – di mantenere il proprio ruolo nella regione, anche agli occhi degli Stati Uniti. Ankara, insomma, è più un competitor che un paese con il quale condividere il peso del dialogo tra Fatah e Hamas. Non sorprende, dunque, il commento dei leader islamisti palestinesi su quello che è successo dietro le quinte della mediazione. “Turkey was not able to play a role, because Egypt vetoed it in order to monopolise the talks, and that U.S. officials at the time backed Egypt up” . Le difficoltà di Ankara a entrare di peso nei tavoli negoziali, e nella tessitura diplomatica mediorientale non riesce, comunque, a ridimensionare il ruolo che la Turchia ha deciso di rivestire in ambito regionale e che da alcuni, erroneamente, viene definito come neottomanismo. Riesce, semmai, a spingere Erdogan a utilizzare strumenti diversi per far sentire il proprio peso, compresi quelli non ortodossi dal punto di vista della gestione classica dei rapporti diplomatici. L’affaire della Freedom Flotilla fa parte a pieno titolo di questo interventismo turco nel conflitto israelo-palestinese, perché qualifica la Turchia come l’unica potenza regionale – in predicato di rafforzare i suoi legami con l’Unione Europea – che spende il proprio peso per rompere il blocco di Gaza. Ma l’attivismo di Ankara non riesce a raggiungere lo scopo. L’Egitto rimane l’unico a gestire i principali tavoli negoziali su cui si lavora dopo la guerra di Gaza del 2008-2009.

Sono molti, infatti, i tavoli negoziali a cui Hamas è invitata a partecipare, tutti attraverso la mediazione dei servizi di sicurezza egiziani, sotto la guida costante di Omar Suleyman. Sono addirittura tre, perché ai due dossier sulla riconciliazione tra Fatah e Hamas, sullo scambio dei prigionieri tra Shalit e i palestinesi detenuti nelle carceri israeliani, si è aggiunta la trattativa tra Israele e Hamas su una tregua di media durata. Attraverso il Cairo, gli israeliani e il movimento islamista discutono di una tregua che, rispetto a quella del 2008, deve però contemplare la riapertura dei valichi, la cui chiusura – anche dopo la guerra – continua a isolare Gaza dal resto del mondo. È proprio l’intersecazione e la sovrapposizione dei tre tavoli negoziali aperti a segnare in modo indelebile una mediazione – quella egiziana – che non riesce a mantenere, nel corso degli anni, una posizione lineare. A momenti di sorprendente accelerazione, in cui il risultato è apparso a portata di mano, hanno fatto seguito tra 2009 e 2010 fasi di impasse segnate da continui rinvii, dilazioni e cambiamenti degli stessi punti all’ordine del giorno. I singoli dossier sono stati usati, di volta in volta, anche come propedeutici l’uno dell’altro, tanto da dare luogo a una situazione bloccata, a una tela di Penelope che molte delle parti in causa non hanno avuto interesse a tessere sino alla fine. The Egyptian ambiguity seems to be more understandable after a careful reading of some US diplomatic documents leaked by Wikileaks during Autumn 2010. Omar Suleiman, the Egyptian security services’ chief, adamantly explained Cairo’s priorities regarding the Palestinian question: “Egypt’s three primary objectives with the Palestinians were to maintain calm in Gaza, undermine Hamas, and build popular support for Palestinian President Mahmoud Abbas”*.

Alla metà febbraio del 2009, per esempio, l’intesa sulla tregua tra Hamas e Israele sembra in fase avanzata, a un passo dalla conclusione. La politica interna israeliana è il principale fattore che spinge Hamas verso l’accordo, da raggiungere prima che il presidente israeliano Shimon Peres incarichi uno dei due contendenti, Tzipi Livni ma più probabilmente Bibi Netanyahu, di formare il nuovo esecutivo. Al Cairo, vi sono stati prima contatti con una delegazione di medio livello di Hamas di Gaza, dove la parte politica e dialogante ha avuto un ruolo importante. Poi, è arrivato Mahmoud A-Zahhar accompagnato anche da un dirigente, Nizar Awadallah, che dalle scarne informazioni che se ne hanno ha avuto un ruolo nella formazione dell’ala militare tra anni Ottanta e Novanta. Zahhar, che ha nelle vene sangue palestinese ed egiziano (da parte di madre), ha poi lasciato l’Egitto per andare a discutere direttamente a Damasco delle offerte egiziane. Ed è poi tornato indietro nella capitale egiziana, accompagnato da Moussa Abu Marzouq e da Mohammed Nasr, considerato il braccio destro di Khaled Meshaal.

Alla fine di questo round, Moussa Abu Marzouq dichiara che la tregua è possibile. All’agenzia di stampa egiziana MENA, il numero due dell’ufficio politico dice che la prima fase dell’intesa è stata accettata: cessate il fuoco tra Hamas e Israele della durata di un anno e mezzo, in cambio dell’apertura dei valichi tra la Striscia e il Territorio israeliano, con l’incognita delle merci che vi potranno passare. Sulla seconda fase, quella dello scambio di prigionieri, non si sa molto. Quello che si intuisce è che i dossier sono gestiti come un domino. Prima di tutto viene l’intesa su tregua e valichi. Poi, lo scambio tra il caporale Gilad Shalit e circa mille detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, meno di un decimo di quelli in prigione. Nella terza fase c’è invece il dialogo interpalestinese con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale. Passaggio necessario, questo, per risolvere il nodo del valico di Rafah, su cui Hamas sembra mantenere una posizione dialogante, che consentirebbe l’arrivo della guardia presidenziale di Mahmoud Abbas a gestire e sorvegliare il passaggio della frontiera. Fonti di Hamas a Gaza sostengono, infatti, che il movimento islamista palestinese non ha alcun voglia di porre complicazioni alla riapertura di Rafah. E’ evidente – dicono – che deve essere il frutto di un accordo, con la presenza delle forze egiziane, di quelle dell’Autorità nazionale palestinese e di quelle di Hamas. Israele, però, decide di cambiare l’ordine dei dossier, e chiede la liberazione di Gilad Shalit, prima della tregua e dell’apertura dei valichi di Gaza.

Le carte, dunque, si rimescolano, e l’Egitto decide di mettere da canto i primi due fascicoli e di dare il via alla trattativa sulla riconciliazione, il processo che dovrebbe ricostituire l’unità tra i palestinesi, e ricucire lo strappo tra Fatah e Hamas. Per anni, il dialogo è rimasto ostaggio non solo di una transizione interna bloccata, ma anche (se non soprattutto) delle diverse spinte che venivano dai diversi attori internazionali. Non solo da Israele, parte in conflitto, interessata a gestire un possibile negoziato con una sola parte della rappresentanza politica palestinese. Gli Stati Uniti e l’Egitto hanno avuto un ruolo preponderante sull’impasse in cui la riconciliazione ha vissuto per almeno tre anni, racchiusa in un bozzolo fatto di pressioni e di controspinte, di dilazioni sine die, di improvvise vampate di interesse poi subito sopite.

Il 26 febbraio del 2009 si svolge il primo vero incontro negoziale del dopoguerra, con la formazione di cinque commissioni per superare gli ostacoli, anzitutto la riorganizzazione dei servizi di sicurezza e la liberazione degli esponenti di Hamas detenuti dall’ANP in Cisgiordania, e di quelli di Fatah nella prigione di Gaza. Il convitato di pietra è però, ancora una volta, la riforma dell’OLP, prevista nell’accordo tra le fazioni palestinesi del marzo del 2005 al Cairo, e mai attuata. A distanza, i contendenti sfiorano il problema di fondo, l’ingresso di Hamas dentro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che significa la legittimazione di Hamas oltre il territorio amministrato dall’Autorità Nazionale Palestinese, e incide proprio sull’immagine e sul peso di Hamas nel mondo dei profughi, da cui in massima parte proviene. E’ tanto stringente, come nodo, che Khaled Meshaal lo pose come conditio sine qua non nella partecipazione al governo di unità nazionale, prima dell’accordo della Mecca del febbraio 2007, quando invece le sue posizioni si ammorbidirono. E’ tanto stringente, la questione della partecipazione all’OLP, che è stata uno dei cardini dell’accordo – voluto, mediato e concluso proprio da Abbas – del marzo del 2005 tra tutte le fazioni palestinesi: l’accordo che aveva dato il via alla partecipazione di Hamas alle elezioni politiche. E, appunto, al suo ingresso in una OLP riformata. Khaled Meshaal, dopo la guerra di Gaza, paventa di creare un’altra piattaforma nazionale per quei gruppi che non sono nell’OLP. Una OLP parallela, insomma: solo un ballon d’essai di Meshaal, ma la riforma dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è e rimane il punctum dolens che non è mai stato affrontato, perché vorrebbe dire minare le basi del potere di Fatah, di singoli individui e degli altri partiti presenti nell’organizzazione, e comunque di un potere politico palestinese che si regge in questo modo da decenni. In più, nelle contingenze attuali, una riforma dell’OLP metterebbe in discussione la stessa posizione di Abu Mazen, fragile dopo la fine del mandato da presidente dell’ANP, scaduto il 9 gennaio 2009, mentre le armi tuonavano a Gaza. Abu Mazen, però, mantiene la carica di presidente dell’OLP, e l’OLP è il legittimo rappresentante di tutto il popolo palestinese. Riformare l’OLP, dunque, vorrebbe dire andare al cuore della questione della rappresentatività delle diverse forze politiche palestinesi.

Le trattative per la riconciliazione vanno comunque avanti, sempre mediate da Omar Suleyman, che a marzo si reca anche a Washington, si dice nella stampa internazionale, per moderare la posizione americana su Hamas e consentire la costituzione di un governo di unità nazionale. Le aspettative, però, vengono presto deluse. Il 19 marzo i colloqui, che avevano peraltro previsto elezioni presidenziali e politiche insieme per il 25 gennaio del 2010, vengono aggiornati. Riprendono solo dopo il summit della Lega Araba, il 2 aprile, con un vertice al quale partecipano alcuni degli esponenti più importanti di entrambe le fazioni. Nabil Shaath e Ahmed Qureia per Fatah, Moussa Abu Marzouq per Hamas. A rendere ancor più difficili i negoziati, è la possibilità che Salam Fayyad – che aveva presentato ad Abu Mazen le sue dimissioni nel momento in cui fosse stato formato un governo di unità nazionale o “di coalizione” – possa guidare un esecutivo di transizione. Se Hamas non dice chiaramente di aver posto il veto su Fayyad, è evidente che la sua figura non può essere quella attorno alla quale le divergenze tra Fatah e Hamas possono essere superate. È considerato troppo poco neutrale, e troppo appoggiato dai paesi occidentali.

Lungi dall’essere solo un tecnocrate, dopo quasi due anni al governo, Salam Fayyad ha assunto nel 2009 già un peso politico a se stante, per nulla schiacciato né sulle posizioni di Abu Mazen, né tanto meno su quelle di Fatah, con cui anzi le frizioni non cessano. Sulla frattura sempre più profonda e insanabile tra Cisgiordania e Gaza pesano infatti, oltre le recriminazioni sempre crescenti tra le due fazioni, anche due protagonisti istituzionali, il governo di Salam Fayyad a Ramallah nato dopo il coup di Hamas nella Striscia, e l’esecutivo de facto guidato a Gaza da Ismail Haniyeh. Lungi dall’essere espressione pedissequa delle due fazioni che si contrappongono, i governi di Ramallah e Gaza fanno anche politica a sé. La Palestina, che non è ancora uno Stato, ha in compenso già due burocrazie che gestiscono una parte dell’esistenza dei palestinesi (lo spazio lasciato libero dalla burocrazia israeliana dell’occupazione), e che si contrappongono l’una all’altra. Questo nuovo protagonismo riguarda soprattutto l’esecutivo dell’ANP a Ramallah, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che vi riversa gli ingenti aiuti economici che ne regolano la sopravvivenza. Lungi dal rimanere solo un tecnocrate, Salam Fayyad ha invece costruito il governo in maniera tale da mantenere una gestione centralizzata dell’esecutivo, e dal 2009 in poi ha cominciato a giocare una sua partita personale tutta politica, cercando di emergere come un leader a tutto tondo, una sorta di Ben Gurion palestinese, com’è stato definito soprattutto dopo aver varato il programma del 13mo governo dell’ANP, persino dal presidente israeliano Shimon Peres, nel febbraio del 2010. Un programma concentrato su di un obiettivo: rafforzare gli istituzioni perché siano pronte a sostenere uno Stato palestinese con piena sovranità sui Territori Palestinesi Occupati nel 1967, e con Gerusalemme est come sua capitale. Tempo a disposizione: due anni, entro l’agosto 2011 , per portare a compimento il rafforzamento della struttura amministrativa dello Stato. Il programma, lungo 37 pagine, rimane però a tutti gli effetti un documento tecnico e burocratico, e forse tale voleva rimanere. La visione, legata alle politiche economiche, sociali, culturali, ne è in buona sostanza esclusa, ma ciò non significa che Salam Fayyad non abbia assunto, dalla sua designazione a primo ministro in poi, un ruolo via via sempre più politico.

È soprattutto il controllo del territorio, e cioè di quelle città della Cisgiordania definite Area A dagli accordi di Oslo e dunque formalmente sotto l’autorità di sicurezza dell’ANP, che per Fayyad rappresenta il nodo della sua presenza al governo. Il premier palestinese si accredita sempre di più, presso l’Europa e gli Stati Uniti, ma anche presso una parte dell’establishment israeliano, come la figura sulla quale concentrare il sostegno internazionale, anche a discapito di una spinta energica verso la ricomposizione della divisione della casa palestinese. È attraverso il sostegno al governo di Salam Fayyad che si può realizzare la tesi – molto diffusa tra le cancellerie – del West Bank First, della costruzione di un possibile Stato palestinese partendo dalla Cisgiordania. Prima che qualsiasi riconciliazione tra Hamas e Fatah abbia luogo. Se questa è l’idea che circola nelle cancellerie occidentali, e che sottende alla strategia verso i palestinesi, la reazione all’interno delle due principali fazioni non è altrettanto positiva. Anzi, il ruolo di Fayyad – già considerato troppo vicino agli americani – non viene più giudicato neutrale. E l’operato delle forze di sicurezza dell’ANP incide, e non poco, nei già difficili tentativi di appianare la distanza tra Hamas e Fatah.

È quello che succede alla fine di maggio del 2009, mentre gli incontri a cadenza regolare al Cairo tentano di superare i punti di discordanza, e cioè il governo di unità nazionale e il suo programma, la riforma dei servizi di sicurezza, la legge elettorale e l’organizzazione delle consultazioni. Il copione è sempre lo stesso: alle riunioni tra i rappresentanti di Hamas e Fatah nella capitale egiziana si alternano i rinvii e le accuse reciproche di non voler arrivare a un vero accordo. A pesare sugli incontri del Cairo è la situazione sul terreno in Cisgiordania, e soprattutto l’operato delle forze di sicurezza dell’ANP. A Qalqilya, nella Cisgiordania settentrionale, due scontri a distanza di cinque giorni l’uno dall’altro tra le forze di sicurezza dell’ANP e membri dell’ala militare di Hamas fanno salire di nuovo la tensione tra le due fazioni. Il bilancio dei conflitti a fuoco del 31 maggio e del 4 giugno è pesante: otto morti, tra loro militanti islamisti, poliziotti, civili. In risposta, Hamas arresta membri di Fatah a Gaza. Le associazioni palestinesi che si occupano di difesa dei diritti umani confermano che Fatah e Hamas adottano una politica repressiva nei confronti della fazione avversaria, stigmatizzano gli arresti a Gaza, e parlano di centinaia di attivisti di Hamas nelle carceri palestinesi in Cisgiordania . Si teme un’impennata nella violenza tra le fazioni, che riproponga in Cisgiordania lo scenario vissuto nelle strade di Gaza nel 2006. Per l’ANP di Ramallah, però, il pugno duro nei confronti dell’ala militare di Hamas non è soltanto il frutto amaro dello scontro tra le fazioni, ma rappresenta anche la realizzazione del progetto di rafforzamento dell’apparato di sicurezza attorno ad Abu Mazen, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso la presenza del generale Keith Dayton. Controllare la Cisgiordania, a cominciare da quella settentrionale, significa rispondere alla richiesta di sicurezza di Israele. E questo obiettivo, per Hamas, è uno dei motivi per i quali la riconciliazione non è possibile. “Tra i fratelli palestinesi di Hamas e Israele, Fatah ha scelto Israele. Ha deciso di stare dalla parte dell’occupante”, è il commento secco pronunciato un anno e mezzo dopo i fatti di Qalqilya da Mushir al Masri, il più giovane tra i deputati di Hamas eletti nel 2006, a Gaza . Il rapporto tra gli apparati di sicurezza dell’ANP in Cisgiordania e i consiglieri americani è comunque rimasto uno degli ostacoli alla riconciliazione, anche dopo l’uscita di scena di Keith Dayton e la sua sostituzione, nell’ottobre del 2010, con Michael Moeller, di cui Hamas chiede subito le dimissioni. Perché – dice in una dichiarazione – bisogna riformare le forze di sicurezza in linea con una “ethics which prohibit security coordination and integration with the enemy” .

Se la riconciliazione interpalestinese è stata, dunque, spesso ostaggio degli attori internazionali, è però altrettanto vero che il fallimento del dialogo tra Hamas e Fatah è frutto di una divisione interna alla società, alla politica e alle istituzioni palestinesi che il tempo ha reso sempre più profonda. “Reconciliation remains elusive, […] as neither Hamas nor Fatah really want an agreement”, said for example Egyptian general intelligence services’ chief Omar Suleiman to US CENTCOM Commander General Petraeus*. Entrambe le fazioni hanno infatti usato le ripetute impasse nel negoziato per rafforzare le proprie posizioni, la propria burocrazia, il proprio potere, allontanando Cisgiordania e Gaza l’una dall’altra, e lasciando – in un certo senso – Gerusalemme est al suo destino. Esemplificativo è quello che è successo in occasione del sesto congresso generale di Fatah, divenuto nell’estate del 2009 l’ennesimo ostacolo posto sulla strada della riconciliazione.

Rimandato più e più volte, organizzato e poi rinviato, l’araba fenice del sesto congresso ha segnato per vent’anni le recriminazioni tra le diverse anime del partito nazionalista, e in particolare lo scontro sottotraccia tra la leadership che dall’esilio è tornata in Palestina al seguito di Yasser Arafat e degli accordi di Oslo, e l’èlite che si era formata nella prima intifada e nei Territori Palestinesi Occupati. Uno scontro interno che si è acuito dopo la cocente sconfitta elettorale del gennaio 2006 e, poi, la presa del potere da parte di Hamas a Gaza. La conferenza che si apre il 4 agosto nella scuola di Terrasanta di Betlemme, però, si snoda su logiche diverse da quella della riforma interna di Fatah, che molti quadri del partito avevano chiesto per tutto il periodo che ha separato il quinto congresso, celebratosi nel 1989, dal sesto. Le assise si basano, soprattutto, sulla necessità per Abu Mazen di avere l’imprimatur dei delegati come il nuovo capo di Fatah, il vero successore di Arafat, l’uomo che – forte dei voti congressuali – può dire di avere un reale consenso tra i palestinesi.

Mahmoud Abbas riesce, sin dalla vigilia della conferenza, a dirigere i lavori in maniera tale da ottenere il massimo del sostegno interno. Anzitutto, spinge perché il congresso si svolga dentro la Cisgiordania, e non – com’era sempre successo – all’estero. Un modo per rafforzare la centralità del territorio sotto il controllo dell’ANP e per sminuire il peso di alcuni settori di Fatah nel mondo dei profughi, in particolare quello di Farouk Qaddoumi. La scelta di Betlemme segna già di per sé la vittoria della linea di Abu Mazen, che riesce a rafforzare la sua leadership nella votazione finale, contenendo di molto il sostegno a Marwan Barghouthi, leader in absentia, e agli esponenti a lui più legati. Il convitato di pietra delle assise, però, è Gaza. I delegati della Striscia non riescono ad arrivare alla conferenza: Hamas ne ha impedito l’uscita, dopo il fallimento del negoziato in cui il movimento islamista chiedeva la liberazione di molti dei suoi esponenti cisgiordani rinchiusi nelle carceri dell’ANP. Per un attimo, si era anche pensato che l’assenza dei delegati di Gaza potesse addirittura mettere a rischio il congresso. “Senza Gaza non c’è conferenza”, aveva detto Nabil Shaath, che aveva cercato senza successo di facilitare un accordo perché, secondo lui, Gaza era “il catalizzatore dei nostri fallimenti, il risultato dei nostri problemi” . E invece il congresso era andato avanti, nonostante tutto, dando ad Abu Mazen, 74 anni, quella legittimità per ottenere la quale il congresso era stato indetto. Mahmoud Abbas era stato formalmente designato come successore di Arafat alla testa di Fatah, senza però riformare il partito.

È solo da una posizione rafforzata, se non di forza, che Abu Mazen è dunque pronto a riaprire il dossier sulla riconciliazione. Ancora una volta, com’era già successo nei primi mesi dopo la guerra di Gaza, gli egiziani spingono per la firma di un documento che ponga fine alla frattura tra Hamas e Fatah, proprio mentre si rincorrono le voci che anche la Germania sia intervenuta nella trattativa tra Israele e Hamas per la liberazione del caporale Gilad Shalit in cambio del rilascio dalle prigioni israeliane di detenuti palestinesi appartenenti a tutte le fazioni politiche. A rafforzare l’ipotesi che vi siano anche stavolta due tavoli negoziali concomitanti, quello sulla riconciliazione e quello sui prigionieri, è la (rara) visita che Khaled Meshaal compie al Cairo all’inizio di settembre, dove arrivano anche altri leader di Hamas, provenienti da Gaza, un esperto dei negoziati con Fatah ma anche con gli egiziani, come Khalil al Hayya, e il figlio di Ismail Haniyeh. Anche Mahmoud Abbas è nella capitale egiziana: i due leader non si incontrano, perché la frattura è troppo profonda, ma la loro presenza contemporanea significa che quella tranche di negoziati è arrivata a un punto importante. I tempi si fanno rapidi: gli egiziani preparano un documento sul quale non accettano nessuna variazione, nessun emendamento, nonostante le reiterate richieste di parte islamista. Prendere o lasciare, dunque.

Uno dei nodi da sciogliere è quello delle elezioni, e del sistema attraverso il quale votare per il nuovo parlamento: la nuova proposta è quella per un sistema misto, in cui però la quota proporzionale raggiunge l’80 per cento dei seggi, rispetto a quella maggioritaria. Fatah accetta, Hamas deve ancora decidere, ma le posizioni, stavolta, non sono distanti. L’accordo sembra a portata di mano, grazie anche a quello che sta succedendo sull’altro tavolo delle trattative, lo scambio dei prigionieri. Un video di due minuti che ritrae il caporale Shalit viene consegnato il 2 ottobre agli israeliani, in contemporanea con la liberazione di venti donne palestinesi detenute. È la prima volta, da quando Shalit è stato catturato alla fine di giugno del 2006, che si possono vedere le condizioni in cui si trova il soldato israeliano, che nel video legge una lettera. E nel primo (e unico) risultato tangibile tra il 2006 e il 2010 c’è la mano dei Bundesnachrichtendienst (BND), i servizi d’informazione tedeschi guidati dal 2005 da Ernst Uhrlau. Nella veste di mediatore, Uhrlau aveva ottenuto un successo importante nel 2003, quando il governo israeliano guidato allora da Ariel Sharon giunse a uno scambio di prigionieri con Hezbollah, in cui furono liberati anche prigionieri giordani e palestinesi. Durante il suo mandato di capo dei servizi di sicurezza, poi, aveva ottenuto un altro successo nel 2008, di nuovo con una mediazione tra Israele e Hezbollah per lo scambio dei corpi di soldati e miliziani morti in diversi conflitti. Duecento salme di miliziani Hezbollah e la liberazione di Samir Kuntar, responsabile di uno dei più efferati atti di terrorismo compiuti in Israele, contro la consegna da parte del “partito di Dio” libanese a Israele dei corpi dei due soldati la cui uccisione in un agguato, due anni prima, era stata la miccia per la guerra dei 33 giorni tra Tel Aviv e Beirut. A mediare, nello scambio, è Gerhard Conrad, un funzionario dei BND di cui si sa poco, salvo che conosce bene l’arabo e ha studiato in Siria: sarebbe stato lui, dall’estate del 2009, ad affiancare gli egiziani nella trattativa per lo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas.

La doccia fredda arriva quando l’accordo per la riconciliazione è praticamente fatto. A rimescolare le carte, è la decisione presa dall’Autorità Nazionale Palestinese – non dal governo, ma dalla presidenza – di accettare il rinvio della discussione sul rapporto stilato dalla United Nations Fact-Finding Mission on the Gaza Conflict, led by Justice Richard Goldstone, reso pubblico a metà settembre. Un rapporto durissimo, che accusa Israele di aver compiuto violazioni gravi dei diritti umani e delle leggi umanitarie, tali da far sospettare che siano stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pur incolpando anche Hamas, soprattutto riguardo al lancio di razzi sulle cittadine israeliane, il Rapporto Goldstone è indubbiamente un j’accuse contro la condotta di guerra israeliana, inserita in una condanna complessiva dell’occupazione della Cisgiordania e del blocco di Gaza. L’ANP, però, non approfitta di una contingenza insperata per discutere le responsabilità di Israele. Al contrario, temporeggia per almeno due settimane, come poi avrebbe scoperto la commissione palestinese istituita per indagare proprio sul comportamento dell’ANP riguardo al Rapporto Goldstone. Con una decisione dell’ultima ora, il I ottobre, l’ambasciatore palestinese a Ginevra, Ibrahim Khreishe, accetta la dilazione a marzo del dibattito sul Rapporto Goldstone in sede di Consiglio ONU per i diritti umani.

È una decisione inattesa, che scatena una tempesta talmente pesante da mettere a dura prova la stabilità della presidenza di Mahmoud Abbas. La prima vittima del rinvio della discussione del Rapporto Goldstone è la riconciliazione interpalestinese: Hamas si rifiuta di firmare l’accordo, considerando il comportamento dell’ANP non solo un attacco al movimento islamista, ma un’offesa alle vittime dell’Operazione Piombo Fuso e una presa di distanza dalle sofferenze della popolazione di Gaza. L’ondata di indignazione monta in pochissimi giorni, tanto da costringere i consiglieri più vicini ad Abu Mazen a cercare di riparare i danni di Ginevra. Da Amman, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat fa sapere che Abbas sta seriamente considerano l’ipotesi di far arrivare il rapporto Goldstone all’assemblea dell’Onu e al consiglio di sicurezza. Gli attacchi, però, non si fermano, e arrivano da tutti i settori della società palestinese, così come dalle opinioni pubbliche arabe. La commissione d’inchiesta che indaghi sul come e perché l’ANP abbia deciso il rinvio del Rapporto Goldstone diventa ineludibile. E le sue conclusioni confermano che è stato lo stesso Mahmoud Abbas a cedere alle pressioni americane per la dilazione .

La sospensione sine die del dossier sulla riconciliazione influenza anche l’altro tavolo negoziale aperto, quello sullo scambio dei prigionieri. Nel silenzio che avvolge una trattativa difficile e segreta, esce all’inizio del 2010 la notizia che Gerhard Conrad abbia rassegnato le dimissioni, dopo che il suo lavoro di tessitura si è incagliato sul destino di alcuni dei prigionieri palestinesi inseriti nella lista consegnata da Hamas a Israele, con l’imprimatur della decisione presa da tutt’e quattro le constituency del movimento. La trattativa sullo scambio dei prigionieri, insomma, è di nuovo congelata, e non ha nessun effetto neanche il sofisticato video in 3D prodotto dalle Brigate Izzedin al Qassam che a sorpresa viene reso pubblico ad aprile, in cui si minaccia una conclusione cruenta della storia, mostrando il padre di Gilad Shalit, Noam, ormai anziano, che attende al valico di Erez l’arrivo di suo figlio, in una bara . Nonostante l’ala politica abbia immediatamente smentito – attraverso le parole di Mahmoud A-Zahhar, che quel video possa rappresentare la linea di Hamas, è evidente sia il tentativo di attuare una “guerra psicologica” da parte dell’ala militare su Israele, che però non ha riaperto nessun canale, sia la volontà, da parte delle brigate al Qassam, di avere un un peso politico nel negoziato sui prigionieri.

Per Netanyahu, le linee rosse che il governo non può superare sono sempre state due. Da un lato, Israele vuole che alcuni dei detenuti non ritornino ai proprio luoghi di origine, in Cisgiordania, ma siano invece espulsi verso Gaza o addirittura fuori dai Territori palestinesi, riproponendo – in sostanza – il modello della deportazione di Marj al-Zuhour nel 1992. Dall’altro lato, il governo guidato da Benjamin Netanyahu non accetta di liberare i nomi più importanti della lista, che comprende detenuti appartenenti a tutte le fazioni Il “no” di Israele si appunta sui nomi di Marwan Barghouthi, il segretario di Fatah in Cisgiordania, Ahmed Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e poi su quelli di alcuni uomini di Hamas, Abbas Al-Sayyed, Hassan Salameh, Ahlam al-Tamimi and Qahera al-Sa’di. Due conditio sine qua non che Netanyahu avrebbe ripetuto più volte, anche dopo la pressione più forte dal punto di vista mediatico, esercitata dal padre di Gilad Shalit, Noam, protagonista tra il giugno e il luglio del 2010 di una marcia attraverso Israele per costringere il governo a riaprire la trattativa, dopo sei mesi di congelamento di qualsiasi canale. Gerhard Conrad avrebbe rimesso piede a Gaza, infatti, solo all’inizio di ottobre del 2010, per riprendere le fila di un discorso lasciato interrotto molti mesi prima, proprio negli stessi giorni in cui – e non sembra casuale – anche la trattativa sulla riconciliazione interpalestinese aveva appena ripreso fiato. Né sembra casuale che tutti e due i dossier siano stati riaperti nel momento nel quale il processo di pace appena riaperto tra Netanyahu e Abbas si è arenato sul mancato congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

D’altro canto, La politica di Israele verso Hamas, tra 2009 e 2010, non si distanzia molto da quella precedente. Perdura il blocco di Gaza, così come la scelta di non aprire nessun canale con il movimento islamista e di premere perché soprattutto i paesi occidentali non modifichino la strategia isolazionista. Un cambiamento importante c’è sulle modalità con le quali si combatte Hamas dal punto di vista securitario. Non con un attacco massiccio, com’era stato quello scelto dal vertice del governo presieduto da Ehud Olmert, Tzipi Livni e Ehud Barak in testa. Bensì con azioni mirate contro individui, in linea con la strategia sempre seguita da Benjamin Netanyahu nei suoi premierati. Nel 1997, era stato Netanyahu – anche allora primo ministro – a dare il suo benestare al tentativo di assassinio di Khaled Meshaal, fallito dal Mossad. Di nuovo a capo del governo, Netanyahu dà il via libera a un’altra azione eclatante, com’è stato il 19 gennaio 2010 l’omicidio di Mahmoud al-Mabhouh a Dubai. Esponente dei Fratelli Musulmani a Gaza, membro della prima ora di Hamas e soprattutto della sua ala militare, legato a Salah al-Shehadeh, Mabhouh è da anni a Damasco. Le sue azioni militari – come racconta nel dettaglio in una intervista rilasciata l’anno prima ad al-Jazeera , in cui si presenta incappucciato e senza svelare la sua identità – sono tutte conchiuse nei primi anni dell’esistenza di Hamas e dirette contro soldati israeliani.

Mabhouh, 58 anni, non è un personaggio conosciuto al grande pubblico, neanche a quello israeliano. Diventa noto solo quando viene ucciso in un grande albergo di Dubai, al-Bustan Rotana, dove viene trovato morto il 20 gennaio nella stanza che aveva occupato il giorno prima. Soffocato, sembra, con un cuscino. Si pensa subito a un’azione del Mossad, ed è questa la tesi del capo della polizia di Dubai, Lt Gen Dahi Khalfan Tamim, che – dopo indagini molto rapide – riesce a rendere pubbliche le immagini di decine di uomini e donne implicati nell’assassinio. Gli spezzoni di video che mostrano gli uomini del commando pedinare al-Mabhouh, le foto dei passaporti, le immagini che immortalano i volti dei potenziali agenti del Mossad fanno il giro del mondo. Sono volti e identità ricavati da diecimila ore di filmati registrati dalle videocamere sparse per tutta Dubai, dall’interno dell’albergo all’aeroporto, e dalle tracce lasciate dalle carte di credito, dai passaporti, dalle ricevute rilasciate a un gruppo composto da almeno 35 persone. Prove importanti, come le impronte digitali e i rilievi del DNA, vengono inviate all’Interpol con una richiesta di cattura. Il generale Dahi Khalfan Tamim non ha tentennamenti: a uccidere il comandante militare di Hamas è stato il Mossad, anche se da Israele – come sempre succede in questi casi – non si conferma e non si smentisce l’operazione.

Qualunque sia stato però lo scopo dell’azione compiuta a Dubai, l’omicidio di al-Mabhouh si trasforma, com’era successo per il tentato omicidio di Meshaal, in un boomerang per Israele. Nel caso i volti appartengano veramente ad agenti segreti israeliani, la loro carriera è stata irrimediabilmente interrotta da una pubblicità inattesa: decine di agenti vengono – come si dice in gergo – “bruciati” dall’esposizione in pubblico dei loro volti. Le indagini accertano, poi, che gli agenti israeliani sono entrati nell’emirato arabo con 45 passaporti clonati da altrettanti documenti veri per l’espatrio, appartenenti a diversi paesi europei e all’Australia. L’assassinio di al-Mabhouh si trasforma così subito nel Dubaigate, in uno scandalo che mette a dura prova i rapporti tra Israele e paesi importanti della comunità occidentale, alcuni dei quali considerati molto amici di Tel Aviv. Gran Bretagna, Francia, Germania, Irlanda, Australia – tutti paesi coinvolti nella clonazione dei passaporti – reagiscono in vario modo al Dubaigate. Si passa dalla semplice convocazione dell’ambasciatore israeliano accreditato, all’espulsione di funzionari e diplomatici, come quelli rimandati in Israele da Gran Bretagna, Irlanda e Australia, sino all’arresto di un cittadino israeliano nell’estate del 2010 in un paese che però non vuole dire molto di più del caso.

L’assassinio di al-Mabhouh a gennaio getta, poi, una luce diversa su di un episodio di appena tre settimane prima, a cui non era stato dato – al contrario – molto risalto mediatico. Due guardie del corpo di Osama Hamdan, rappresentante di Hamas in Libano, vengono uccise da una esplosione alla fine di dicembre del 2009, in un quartiere totalmente sotto il controllo di Hezbollah a Beirut Sud, Haret Hreik. Un luogo, dunque, considerato inattaccabile dalle operazioni dei servizi segreti israeliani. Sul caso, si rincorrono ipotesi molto diverse tra di loro: che si sia trattato di un attentato, e cioè di un pacco esplosivo arrivato in uno degli uffici di Hamas, a Beirut Sud, oppure che si sia trattato di un “incidente” provocato da uno spostamento maldestro, da parte degli uomini di Hamas, di materiale esplosivo. La cortina di mistero attorno a quell’episodio non è mai stata diradata, neanche da Hamas, che da Gaza – attraverso il suo portavoce, Ayman Taha – ha ammesso subito dopo l’attentato che le “circumstances of the explosion are unclear and it is too early to name the party” responsible. Che sia stato o meno un attacco diretto contro Osama Hamdan, la strana esplosione di Haret Hreik ripropone, assieme all’assassinio di al-Mabhouh, la questione dell’uso degli omicidi mirati nella strategia armata seguita da Israele contro Hamas.
In casa palestinese, intanto, il solco tra Fatah e Hamas si approfondisce, mentre i due governi di Ramallah e Gaza rafforzano il proprio potere sul territorio. Quello che succede per mesi, dopo il fallimento dell’accordo sulla riconciliazione dell’ottobre del 2009, è business as usual: dichiarazioni ridondanti, recriminazioni, accuse reciproche di reprimere, arrestare, torturare gli avversari. La visita di Nabil Shaath nella natia Gaza nel febbraio del 2010, la prima di un alto dirigente di Fatah dai tempi del coup di tre anni prima, apre solo un timido spiraglio, nonostante la rilevanza mediatica che viene dato all’evento. Per volere sia di Shaath, sia degli esponenti di Hamas, i protagonisti dell’incontro si fanno ritrarre nelle photo opportunity mentre si sorridono e si abbracciano. Nabil Shaath avrebbe cercato anche a Ramallah di proporsi come pacificatore, incontrando alcuni dei leader di Hamas in Cisgiordania, ma il suo tentativo ha poco spazio .

Qualcosa di realmente significativo cambia solo nella tarda primavera, e secondo fonti di Hamas la ragione dietro a una ripresa del dossier sulla riconciliazione è un sostanziale “non intervento” dell’amministrazione americana, che avrebbe deciso di non opporsi più al dialogo tra Hamas e Fatah. Mahmoud Abbas affida a quattro figure importanti nel panorama politico e intellettuale palestinese il compito di avvicinare le due fazioni. Il mandato del comitato è breve: appena poche settimane, sino a giugno, un periodo in cui Munib al Masri, Hanan Ashrawi, Hanna Nasser e Nasr Eddin al Shaer riescono ad organizzare quattro o cinque incontri, e ad arrivare alla conclusione che il documento egiziano – quello su cui si era quasi raggiunto l’accordo nell’ottobre precedente – non è sufficiente, e che sia necessario un accordo tra palestinesi sui punti contesi, per poi andare tutti insieme al Cairo. Il comitato non discute dei punti specifici, ma solo della cornice, e cioè di un compromesso tutto raggiunto in casa palestinese, che sia parallelo al documento egiziano, considerato inemendabile dai mediatori del Cairo.

Anche se il lavoro del comitato è tutto concentrato in Cisgiordania, e in poche settimane, l’idea di un documento parallelo tutto palestinese – da affiancare a quello inemendabile egiziano – è quella che sottende alla spinta a sorpresa data ai negoziati da Omar Suleyman. È l’inizio di settembre, Fatah e Hamas sono ancor più ai ferri corti dopo la ripresa dei negoziati tra ANP e Israele voluta da Barack Obama. A Washington, il 2 settembre, Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu iniziano colloqui bilaterali, sotto la supervisione della segretaria di Stato Hillary Clinton e dell’inviato della Casa Bianca per il Medio Oriente George Mitchell. L’atmosfera non può essere rilassata, e non solo per i punti controversi all’ordine del giorno – primo fra tutti, quello delle colonie in costante e rapida crescita -. Il giorno prima sono state tumulate le quattro vittime dell’attentato, rivendicato da Hamas, compiuto in una zona simbolica: nel villaggio palestinese di Bani Naim, alla periferia di Hebron, proprio a ridosso di alcune tra le colonie israeliane più radicali in Cisgiordania, prima delle quali Kiryat Arba, nel cui cimitero è sepolto Baruch Goldstein, il colono che massacrò 29 fedeli nella moschea Ibrahimi di Hebron, nel febbraio del 1994.

Quattro coloni, due uomini e due donne, sono stati uccisi in una imboscata, e il messaggio inviato immediatamente dall’ala militare di Hamas è di quelli volutamente ambigui. Da Gaza, il portavoce delle Brigate Izzedin al Qassam, Abu Obeida, precisa nella rivendicazione che l’attacco è avvenuto “nelle terre palestinesi occupate nel 1967”. Non all’interno di Israele, dunque, ma a oriente della Linea Verde. Cosa significa? Che Hamas continua a rispettare quella tregua unilaterale proclamata all’inizio del 2005 e sempre rispettata, che ha posto fine alla lunga stagione degli attentati suicidi dentro Israele? Questa sembra la lettura più verosimile del messaggio di Abu Obeida, ma assieme alla conferma di una – per così dire – limitazione territoriale della violenza, l’ala militare di Hamas lancia un avvertimento diretto esclusivamente all’Autorità Nazionale Palestinese. Hamas ha colpito in un’area, quella di Hebron, che è ancora considerata la roccaforte islamista della Cisgiordania, e proprio per questo sottoposta a un controllo duro e capillare da parte degli apparati di sicurezza dell’ANP di Ramallah. Eppure, le forze di sicurezza e di intelligence non sono riuscite a fermare gli uomini delle Brigate Qassam, se non attraverso centinaia di arresti ex post. La capacità militare di Hamas, insomma, non è stata ridotta in condizioni di non nuocere in Cisgiordania, come si era ritenuto sino a quel momento, e questo non può non incidere sui rapporti tra Ramallah e Gaza, tra Fatah e Hamas, ma anche tra i palestinesi e gli egiziani. Il Cairo, infatti, sente parallelamente il pericolo crescente di una radicalizzazione non più controllabile a Gaza, dove le frange salafite e jihadiste rischiano di legarsi alle insoddisfazioni crescenti nella popolazione del Sinai, da decenni spina nel fianco dei servizi di sicurezza diretti da Omar Suleyman, in uno dei periodi più delicati per la successione a Hosni Mubarak, alla vigilia delle elezioni politiche del novembre 2010.

È proprio Omar Suleyman il protagonista dell’ennesima ripresa di contatti ad alto livello tra Hamas e Fatah per la riconciliazione, avvenuta non casualmente all’inizio di settembre, mentre Israele e ANP sono impegnati nella ripresa dei negoziati. Il ramadan si avvia alla conclusione, ed è approfittando degli ultimi giorni del mese più santo per i fedeli musulmani che si incontrano alla Mecca Suleiman e il leader del politburo di Hamas, Khaled Meshaal. Il potente capo dell’intelligence egiziana è formalmente in Arabia Saudita per riferire alle autorità di Riyadh sullo sviluppo del faccia a faccia tra Abu Mazen e Netanyahu a Washington. L’incontro dell’8 settembre tra Suleiman e Meshaal sarebbe durato due ore, prima della preghiera del fajr, dell’alba, secondo quanto è riuscito a sapere il giornale panarabo Al Hayat. Poi, Suleiman telefona a Mahmoud Abbas. Tra le pieghe dell’articolo di Al Hayat, si indica una delle chiavi per spiegare la nuova impennata nel dialogo interpalestinese: della mancata riconciliazione non beneficia Hamas, e anzi Gaza si può trasformare in una “zona ribelle”, da cui potrebbe partire il terrorismo. Gaza, dunque, si sta radicalizzando perché la chiusura totale della Striscia continua, e gli egiziani sono preoccupati – peraltro alla vigilia di delicatissime elezioni politiche nel prossimo novembre – di essere i primi a pagare per l’instabilità ai confini del Sinai.

Un filo cronologico sembra però anche legare la mossa di Suleiman, di riaprire il tavolo negoziale sulla riconciliazione, con i negoziati israelo-palestinesi. A metà settembre, il senatore George Mitchell è volato a Damasco lasciando a Gerusalemme Hillary Clinton a mediare tra Netanyahu e Abbas nel secondo incontro tra i due leader: la visita di Mitchell a Bashar el Assad, e poi la successiva tappa a Beirut per incontrare le massime autorità libanesi, sono apparse subito come tasselli del puzzle estremamente complicato che compone la strategia mediorientale della Casa Bianca. Sin dal suo esordio, l’amministrazione Obama ha sempre insistito sul fatto che una pace duratura in Medio Oriente non può prescindere da una pace che vada oltre un accordo tra israeliani e palestinesi, e che comprenda anche la Siria nella prospettiva di una soluzione complessiva (e regionale) delle singole questioni aperte. I contatti con i dirigenti siriani e libanesi da parte di Mitchell, dal punto di vista cronologico, anticipano due fatti. Una lettera inviata da Gaza, da Hamas, all’amministrazione Obama, chiedendo di aprire un canale di dialogo, di cui viene data notizia il 19 settembre. Non è la prima, di queste lettere, ma nella dichiarazione si dice che Hamas non si sarebbe opposta alla creazione di uno Stato palestinese sui confini del 1967 con Gerusalemme sua capitale. Dalle forze di sicurezza palestinesi, preoccupate da quello che potrebbe significare un cambiamento nella strategia di Washington, arriva una indiretta conferma del nuovo interesse di europei e americani verso l’idea che Hamas sia coinvolta nel processo negoziale israelo-palestinese, proprio attraverso il grimaldello della riconciliazione. “The Palestinian leadership has learned that the US officials are now studying the situation of Hamas the same way they studied the situation of the PLO in 1990”, dice con chiarezza a ottobre al Jerusalem Post il generale Adnan Damiri, portavoce delle forze di sicurezza in Cisgiordania, quelle addestrate dal programma gestito per anni dal generale Americano Keith Dayton. Sdoganare Hamas, insomma, potrebbe essere una ipotesi sul tappeto.

Qualche giorno dopo, il 24 settembre, ha luogo a Damasco un incontro importante per i palestinesi. Tre ore di colloquio, una piccola maratona tra uomini che contato non solo nelle leadership politiche di Fatah e Hamas, ma anche (forse soprattutto?) nel settore nella sicurezza. La delegazione di Fatah era composta da Azzam al Ahmad, dal generale Nasser Youssef e da Sahar Basiso, capo dei servizi segreti di Fatah. Per Hamas, c’era il leader del politburo Khaled Meshaal, il suo vice Moussa Abu Marzouq, protagonista di tutto il processo della riconciliazione interpalestinese, e poi il capo dell’intelligence Izzat Rishak, e Mohammed Nasr, membro della Shura e considerato il più vicino a Meshaal. All’incontro viene dato rilievo sia da parte di Hamas, sia da parte di Fatah. Si riparte con la riconciliazione, dopo aver affrontato – dicono i protagonisti nella conferenza stampa del giorno dopo – i nodi cruciali che erano rimasti inevasi e irrisolti nelle riunioni precedenti. Gli egiziani hanno mantenuto il punto fermo: il testo dell’accordo 2009 non si tocca, ma la sua realizzazione pratica è soggetta a cambiamenti sui quali Fatah e Hamas debbono preparare un documento parallelo, staccato da quello egiziano. Il seguito del minivertice a Damasco rispecchia i copioni precedenti: dichiarazioni altisonanti e ottimistiche, seguite da recriminazioni e rinvii. Il dato interessante, però, non è quello che succede nella tessitura infinita della riconciliazione interpalestinese, ma quello che accade a latere, e cioè i segnali che arrivano da Hamas sulla possibilità che il movimento islamista accetti la costituzione di uno Stato palestinese sui confini del 1967, con Gerusalemme est capitale e il rientro dei profughi. Hamas, attraverso il voto nelle sue constituency, ha già accettato da anni questa formulazione, ripresa con evidenza mediatica dopo il 2006, ma nel settembre-ottobre del 2010 la ripete nelle numerose interviste che Khaled Meshaal, in una vera e propria offensiva mediatica della leadership di Hamas, rilascia a varie testate americane ed europee.

Cosa è successo di nuovo, perché Hamas insista sulla sua accettazione di uno Stato palestinese sui confini tracciati dall’armistizio del 1949? La novità non sta in una riconsiderazione politica della propria strategia, che appare invece ancora molto simile a quella tracciata durante la svolta partecipazionista del 2005-2006. La novità sembra essere, semmai, tutta interna agli equilibri del movimento, e a quello che sta accadendo a Gaza, dove l’embargo rafforzato da Israele dopo il 2007 ha due risultati: il rafforzamento della constituency di Gaza nei bilanciamenti interni di Hamas, e la sua radicalizzazione crescente causata dalla chiusura del territorio.

We understood better than they did

Un pescatore lancia le reti a mano, immerso in mare sino alla cintola. Mare scuro, torbido, sicuramente inquinato già alla vista. L’odore acre e malsano arriva sin sulla spiaggia, e sullo spiazzo rialzato dove i proprietari del grande e povero caffè all’ingresso di Shati hanno collocato quattro tavolacci e qualche sedia di plastica azzurra. Shati dovrebbe essere un campo profughi, ed è invece diventata la periferia settentrionale di Gaza. Uno dei luoghi più negletti del mondo, dove comunque basta poco per godersi il mare, anche se il mare è quello di Gaza, sporcato dai liquami che arrivano direttamente sulla riva, mentre – a poca distanza, a una manciata di chilometri – le ciminiere della città israeliana di Ashkelon sbuffano fumi bianchi, e ignoti. Barchette di pescatori cercano di portare a casa qualcosa lanciando le reti proprio di fronte al lungomare, a circa duecento metri dalla riva, là dove l’acqua cambia finalmente colore e diventa di nuovo azzurra, chiara. Il colore del mare. Di pesce ce n’è pochissimo, ma inoltrarsi più in là, al largo, vuol dire sfidare il blocco navale israeliano che consente la pesca solo fino a tre miglia marine dalla costa. Per gli accordi di Oslo, il limite era di venti, poi – con gli anni – è stato man mano ristretto, sino alle tre miglia nautiche imposte da Israele dopo l’Operazione Piombo Fuso.

Eppure la corniche di Shati cerca di essere un lungomare come tutti gli altri. Qualche ragazzo fa jogging, tra le rare macchine, gli autobus scarburati e i nuovi arrivi, gli scooteroni, le moto egiziane e i tuk tuk, motorette provviste di cassone per caricare merci. Tutti prodotti che passano attraverso i tunnel che a Rafah uniscono Gaza all’Egitto. A completare il quadro della finta normalità della Striscia, c’è il Gaza Train, un trenino bianco e rosso su gomma per i bambini, arrivato da chissà dove. Non è difficile, però, capire che a Shati c’è una normalità che appartiene solo al grande campo profughi di Gaza City. Nessuna baracca com’era all’inizio, quando sono arrivati i rifugiati, soprattutto tra 1948 e 1951. Ora ci sono solo edifici, palazzetti a due o tre piani, tante case costruite letteralmente una sopra l’altra, sino al limitare della spiaggia. Case spesso senza intonaco, grigie, magari ampliate con i nuovi mattoni che si usano dopo l’Operazione Piombo Fuso, ricavati dal cemento delle macerie dei bombardamenti, triturate e poi rimpastate. Mattoni più grigi degli altri, e meno resistenti, utili solo ad ampliare appartamenti dentro palazzi già costruiti con cemento vero.

La povertà del campo profughi non ha bisogno di essere cercata. È lì, davanti agli occhi di tutti, nei negozietti che si accontentano di vendere oggettini di marca cinese, nelle strade malridotte, nei vestiti di poco prezzo degli abitanti, e nelle ciabatte nere che la gente indossa. Persino i cortei matrimoniali, a Shati, hanno il sapore di quelli popolari del vicino Egitto. La banda che suona le percussioni per festeggiare gli sposi su di un camion colorato con il cassone aperto e senza teli. E poi gli ospiti, tutti su un pullman affittato per l’occasione, perché la macchina è un lusso inarrivabile per molti e il carburante anche. Dopo, anche i mobili della nuova casa (o della stanza in cui gli sposi andranno a vivere) arriveranno su quel camioncino colorato di giallo.

Il palazzetto di Abul Abed, come ancora il premier Ismail Haniyeh è chiamato a Shati, è sempre lì, vicino al lungomare. E soprattutto, Abul Abed non ha abbandonato il suo campo profughi. La differenza è semmai nella sicurezza (discreta ma evidente) vicino alla casa, costituita dalla polizia armata che sosta in un gabbiotto sul lungomare, da una sbarra che chiude la strada di accesso alla casa, da coperture vicino alla porta d’ingresso, per evitare che dall’alto si possano vedere i movimenti. “Che Abul Abed sia rimasto qui, a Shati, ha molta importanza, per me. Più i leader sono vicino a noi, tanto più significa che sono integrati con la popolazione. E che sono rimasti modesti”. Non ha tentennamenti Mahmoud, 33 anni, un giovane uomo alto, i capelli precocemente brizzolati, un paio di occhiali da vista piccoli e discretamente eleganti, una polo dai colori tenui, a righe, identica alle tante che si incontrano lungo tutte le coste del Mediterraneo. “Lui, come primo ministro, può vivere dove vuole. Ha doveri di rappresentanza. Ma il fatto che lui non abbia voluto vivere da altre parti per me ha molta importanza”, dice Mahmoud, che si autodefinisce un attivista di Hamas, uno di quelli che ha creduto (e crede ancora) alla svolta del 2005-2006 e alla partecipazione alle elezioni nei territori amministrati dall’ANP. “Lo vediamo sempre, lo abbiamo incontrato anche durante il ramadan, è ancora l’imam della nostra moschea”.

Mahmoud, l’attivista di Hamas, non è l’unico a raccontare dei leader dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya in questi termini. Non sono corrotti, e neanche gli ultimi tre anni da soli al potere a Gaza sembrano aver cambiato le loro abitudini. Abul Abed vive nella stessa casa del campo profughi di Shati, accanto alla grande moschea su cui spetta la bandiera verde di Hamas. Qualcosa, però, è cambiato, mano a mano che il potere del movimento islamista palestinese si è consolidato, nella Striscia. Se non si è corrotti per sé, individualmente, comunque si rafforza il movimento. Se non si cambiano le proprie abitudini di vita, ciò non vuol dire che il consenso della gente di Gaza sia il medesimo. Anzi. I tre anni di Hamas al potere mostrano un quadro ben più complesso, fatto di luci e ombre. Da un alto, la popolazione riconosce che Hamas in quanto governo e burocrazia sia riuscita ad amministrare un territorio a cui manca tutto: dalle risorse finanziarie a un tessuto produttivo degno di questo nome, da una rete commerciale con l’esterno alla libertà di movimento. Nell’enclave di Gaza, chiusa come una prigione, la quotidianità funziona. Funziona la raccolta dei rifiuti, funzionano i ministeri, collegati in rete e fruibili dal pubblico anche attraverso i siti internet. Funziona la viabilità, e le regole sono applicate, pena sanzioni e multe. Gaza è un mondo a parte dove esiste un governo, una economia parallela, e la raccolta delle imposte su di un mercato – quello dei tunnel – che è anche sbagliato definire mercato nero.

Cosa manca? Manca la libertà perché è un territorio isolato da un blocco impenetrabile, se non dai tunnel. E aumentano le accuse alle istituzioni di Gaza, non solo al governo di Ismail Haniyeh, ma alla magistratura, alla polizia, all’amministrazione, di voler islamizzare la Striscia. Che Gaza, luogo già conosciuto per i suoi costumi tradizionali, sia diventata ancor più chiusa, è evidente allo sguardo di una osservatrice esterna. Sono gli stessi attivisti e leader di Hamas a riconoscere che Gaza si è gradualmente radicalizzata, dando però della realtà sul terreno interpretazioni diverse. “E’ la società a essere più conservatrice del movimento, perché risente della mentalità dell’occupazione”, secondo uno dei leader di mezza età. “L’occupazione – prosegue – rende i comportamenti patologici. È nella libertà che può nascere e svilupparsi l’arte, la cultura. L’esempio? Quello che è successo nel periodo di Al Andalus, nel periodo d’oro del rinascimento musulmano. Ora, invece, anche chi ama l’arte e la coltiva, preferisce farlo nel chiuso della propria famiglia”. Per evitare, dunque, lo sguardo inquisitore della società.

Sono in molti, tra i leader di mezza età di Gaza e Cisgiordania, a sottolineare la radicalizzazione, che colpisce soprattutto le fasce giovani. A Gaza per l’isolamento. In Cisgiordania, dicono gli attivisti di Hamas, per la repressione delle forze di sicurezza dell’ANP. Una delle preoccupazioni più serie, sottolineata dagli esponenti di quella generazione che aveva studiato all’estero o che comunque era riuscita a uscire dai confini dei Territori Palestinesi occupati, è il rapporto dei giovani attivisti con internet. Non perché vi sia una preclusione di carattere ideologico verso le nuove tecnologie. Computer e internet inclusi. Tutt’altro. La preoccupazione è per ciò che in internet passa: non l’Occidente, quanto piuttosto materiale estremista, jihadista, salafita. “Costringere gli attivisti giovani di Hamas in clandestinità – dice per esempio uno dei dirigenti del movimento in Cisgiordania – significa costringerli nella solitudine, evitare che intessano relazioni, lasciarli di fronte a internet e a quello che passa di radicale, e senza mediazioni”. Una lettura straniante, se si pensa che proviene da un leader di Hamas, preoccupato di una deriva estremista rispetto a un movimento che interpreta se stesso come ‘moderato’. La stessa interpretazione arriva anche dagli esponenti più giovani, soprattutto quando si tratta di leggere quello che succede a Gaza. “I ragazzi preferiscono andare dalle Brigate al Qassam, piuttosto che impegnarsi nella politica” spiega uno dei dirigenti di trent’anni più in vista nella nomenclatura di Gaza, Mushir al Masri. “I ragazzi sostengono l’opzione militare, insomma, perché per loro la comunità internazionale non ha più molto appeal. Ritengono che sostenga solamente chi ha il potere, chi è forte, e che non sostengano – nel profondo – chi ha compiuto scelte democratiche, come andare a votare nel 2006 e scegliere Hamas” , conclude al Masri, divenuto nel 2006 a 29 anni il più giovane deputato di Hamas. Mushir al Masri ha una carriera politica dentro Hamas che lo differenzia, a dispetto della sua età, dai suoi coetanei, non solo per i suoi studi di politologia, ma soprattutto per la sua assidua frequentazione con sheykh Ahmed Yassin, con Abdel Aziz al Rantisi, con Ismail Haniyeh. Un ponte tra la vecchia e la nuova generazione, insomma, sin dai tempi in cui guidava il consiglio studentesco universitario.

La generazione dei cinquantenni, formatasi ai sassi della prima intifada, era passata attraverso il terrorismo, gli attentati nelle città israeliane, ai caffè e sugli autobus, ma poi si era astenuta dagli attacchi suicidi, che aveva cessato unilateralmente dal marzo del 2005. Ottenendo, da questa uscita strategica dalla seconda intifada, addirittura un successo politico, seppure di breve durata. Le generazioni più giovani, invece, non solo sono nate e cresciute sulle armi dell’intifada di Al Aqsa, ma sono anche passate attraverso il periodo in cui Gaza ha perso qualsiasi speranza, di un futuro non solo politico, ma economico, sociale. Un paradosso, visto che gli israeliani, da Gaza, se n’erano andati col disimpegno unilaterale del 2005. Dal punto di vista dell’attivismo islamista, poi, le generazioni più giovani, quella dei trentenni e quella di chi è appena arrivato all’età adulta, hanno visto il fallimento della strategia pensata e realizzata dai ‘fratelli maggiori’. Hanno, cioè, visto fallire l’ipotesi di un ingresso nelle istituzioni dell’ANP che facesse raggiungere a Hamas due obiettivi: il riconoscimento di un ruolo dentro la politica palestinese, e lo sdoganamento da parte della comunità internazionale. Di questa strategia, i giovani di Hamas hanno visto solo risultati negativi: l’isolamento di Gaza e la guerra. E hanno poi provato una delusione profonda soprattutto nei confronti dell’Europa, considerata – anche nella Striscia – come la culla e il modello della democrazia. Chiamati a esprimere il loro voto in modo democratico, sono stati puniti per aver scelto Hamas: è la frase ricorrente, questa, ripetuta in tutti i Territori Palestinesi, ma soprattutto a Gaza.

L’esempio più eclatante di questo spostamento verso l’estremo dell’islamismo è oggi, a Gaza, la minaccia salafita, che nell’estate del 2009 è divenuta di dominio pubblico, scavalcando i confini chiusi della Striscia. Nel pomeriggio del 14 agosto 2009 le forze di polizia del governo de facto assaltano la roccaforte di Jund Ansar Allah a Rafah, la moschea Ibn Taymiya. Poco prima il suo leader Abdul Latif Moussa, AKA Abu Al Nour al Maqdisi, medico laureato ad Alessandria d’Egitto e predicatore, aveva dichiarato l’instaurazione di un “emirato islamico”. I combattimenti sono duri, e si concludono solo il giorno dopo, con un bilancio sanguinoso. Venticinque i morti, tra i quali tre bambini, altri tre civili, e sei membri dell’apparato di sicurezza di Hamas. I feriti superano il centinaio, gli arrestati almeno novanta. E tra le vittime c’è anche il leader riconosciuto di Jund Ansar Allah, Abdul Latif Moussa, che – racconta il portavoce del ministero dell’interno, Ihab al Ghussein – fa esplodere la cintura esplosiva che aveva indosso quando lo vanno ad arrestare, la mattina del 15 agosto. Hamas decide, in questo modo, di fermare sul nascere la crescita di un settore non solo salafita, ma jihadista dentro il piccolo territorio della Striscia. Un settore che non solo si mostra come un competitor, ma anche come una spina nel fianco nella stessa compattezza dell’apparato securitario di Hamas. Lo fa intendere una lettera che Ahmed al Ja’bari, l’uomo forte delle Brigate al Qassam, avrebbe scritto e inviato a Khaled Meshaal, mettendolo in guardia dalle divisioni interne alla struttura militare di Hamas, tra il ministero dell’interno e le Brigate al Qassam .

È però, paradossalmente, soprattutto l’influenza politica del salafismo a preoccupare Hamas. Per i suoi fondamenti ideologici, Hamas è decisamente distante dall’interpretazione salafita, letteralista dell’islam. La sua nascita all’interno della Fratellanza Musulmana lo qualifica, al contrario, come un movimento riformatore, che rompe con una lettura tradizionale dell’islam e ne propone una che mette insieme credo religioso e politica, adesione a una visione convinta della fede con l’impegno nella società e nella rappresentanza politica. Hamas interpreta se stessa come una parte dell’islam moderato. E simile considerazione dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya hanno i movimenti salafiti, per i quali Hamas, come parte della Fratellanza Musulmana, ha derogato dalla retta via, quella di una interpretazione letteralista ed estremamente restrittiva dell’islam. Omar al Ansari, leader del movimento salafita Jaish al Islam a Gaza, descrive a modo suo la profonda differenza ideologica e di interpretazione religiosa che divide i settori letteralisti da Hamas. “The problem is that Hamas has decided to deal with modernity, and they chose the path of democracy; thus dealing with the western world. Thus creates a gap between us and them” , spiega Omar al Ansari a metà del 2010, dopo la dura repressione condotta dal movimento islamista contro Jund Ansar Allah, nell’agosto dell’anno precedente. I salafiti, precisa un altro leader in una intervista quasi contemporanea, sono nati nel 2001, ma la spinta a un’affiliazione sempre più diffusa è arrivata dopo il 2005-2006, con la svolta partecipazionista di Hamas. “Hamas’ participation in elections and joining the ‘atheist’ Palestinian Legislative Council was the spark that ignited Salafi thought, gradually appearing and spreading among young men”, afferma Abu al Hareth, uno dei leader di Jund Ansar Allah, che – secondo questa descrizione – costituirebbe assieme alla formazione di Omar al Ansari e ad altri due gruppi salafiti l’ossatura di Jaljalat, la galassia salafita di Gaza, a suo dire forte di undicimila uomini, anche fuorusciti dalle Brigate al Qassam .

Passando oltre la nebbia che ancora avvolge la struttura del salafismo a Gaza e la divisione tra i diversi pianeti della sua galassia, il nodo politico – per Hamas – è affrontare due questioni. Anzitutto, mediare tra la descrizione di se stessi come la parte moderata dell’islam politico e il legame, sempre rivendicato, con la resistenza, con la muqawwama, come pilastro della propria esistenza in quanto movimento nazionalista che si batte contro l’occupazione del territorio. Ritenersi la rappresentazione dell’islam politico moderato in Palestina, però, non ha prodotto risultati tangibili, dal punto di vista del riconoscimento internazionale. Un oggettivo fallimento che, in una situazione di totale isolamento come quello di Gaza, non può non rafforzare i settori più radicali e intransigenti. Non è un caso che, nell’interpretazione che gli attivisti e i dirigenti locali di Hamas hanno dato dello scontro con Jund Ansar Allah, tutti abbiano sottolineato che il salafismo miete consensi soprattutto tra i giovani, che privilegiano l’opzione militare, la lotta armata come reazione a una situazione bloccata da anni. La deriva jihadista e qaedista (se non nei legami diretti e organizzativi con la Rete di Osama bin Laden, almeno dal punto di vista ideologico) è dunque frutto sia della svolta partecipazionista di Hamas, sia della strategia di isolamento del movimento islamista decisa dalla comunità internazionale.

Se il risultato è una crescita del salafismo, la reazione dell’organizzazione del movimento dentro Gaza è stata anche quella di cedere alla deriva radicale, “omogeneizzando” alcune delle sue posizioni sui costumi sociali con quelle salafite, e procedendo verso una sostanziale islamizzazione della società gazana. Una islamizzazione che, seppure perseguita in maniera graduale, sottende in ogni caso uno spostamento a destra di Hamas verso posizioni molto più conservatrici di quelle del 2005-2006, espresse nel programma elettorale della Lista Riforma e Cambiamento. E’ verosimile che questo spostamento a destra incida sugli stessi equilibri interni di Hamas, fuori Gaza, e che si approfondiscano le frizioni tra un’ala del movimento – quella dentro la Striscia – che subisce pressioni importanti da parte del competitor salafita e le altre ali in Cisgiordania e all’estero, dove si continua a sottolineare la distanza tra il letteralismo, la tradizione e, invece, una concezione diversa dell’adesione all’islam dal punto di vista delle norme sociali. È lo stesso capo del bureau politico, Khaled Meshaal, a differenziare la posizione di Hamas, nel 2010, su uno dei temi principe della islamizzazione, il ruolo delle donne in ambito sociale e politico. In una intervista a Al Sabeel, Meshaal afferma che Hamas non avrebbe permesso “the ages of backwardness or the weight of social norms and traditions that stem from the environment rather than the religious text” to distort Islamic concepts, “especially since the environment of Palestine is not a closed one but a historically civilized one, enjoying plurality and openness to all religions, civilizations and cultures.”

Dal punto di vista degli equilibri politici interni a Hamas, la puntualizzazione di Meshaal dice qualcosa di più. Dice che è la stessa leadership a essere preoccupata dalle spinte radicali ai fianchi di Hamas che trovano spazio dentro alcuni settori del movimento a Gaza. La svolta partecipazionista, quella su cui l’intero gruppo dirigente e la maggioranza dei militanti si era trovata d’accordo tra 2005 e 2006, è il primo bersaglio della radicalizzazione che colpisce le generazioni più giovani. Dunque, le generazioni da cui nasce la nuova classe dirigente di Hamas. E se questo è vero, se la transizione decisa dai “cinquantenni” non ha più i denti forti e il seguito che aveva prima tra i “trentenni”, è la stessa possibilità di un coinvolgimento di Hamas dentro l’ANP, dentro l’ANP e anche dentro il processo negoziale di pace tra Israele e Palestina a essere messa in pericolo. Il tempo stringe, lo spazio di azione si restringe. E a saperlo, a comprenderlo appieno, sono proprio i dirigenti di Hamas. Proprio quelli che avevano vinto le elezioni politiche del 25 gennaio del 200

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