paralleli e retrogusti

Ora, a me i paralleli storici non piacciono. Per meglio dire, non li digerisco per questioni di metodo. A che serve fare paragoni tra Vattelappesca nel profondo nord del mondo, e l’Isolachenonc’è all’emisfero opposto? Cambia tutto, protagonisti, dinamiche sociali, menù, abitudini, e perfino il clima… E poi non serve. Non serve paragonare qualsiasi tipo di violazione al nazismo. Qualsiasi riprovevole uccisione di massa a un genocidio già avvenuto nel corso della Storia. Una violazione è una violazione. Un percorso della storia è unico, irripetibile, e – ahimè – nulla insegna.

Bene. La lezioncina di metodologia applicata agli studi storici l’ho fatta. E dunque mi posso permettere quel “però, insomma, qualche reminiscenza a me sale in gola”. È come quando si prova un vino, e i sommelier – veri o presunti – te lo presentano per il suo retrogusto fruttato, persino con qualche traccia di… che so… mandorla.A me sale in gola lo sciopero dei camionisti in Cile dell’autunno 1972. Non c’è niente da fare. Provo a ricacciarmelo in gola, quello sciopero, e però ritorna. Iconico. E quel cattivo sapore dello sciopero si unisce con queste onde, moleste, cattive, dei pestatori nel mortaio del razzismo e del disagio, del perbenismo e del populismo.

Il problema però – e questo sì che mi tocca da vicino – è che il giornalismo italiano non può tirarsi fuori da questa melma. Perché le parole utilizzate sulla stampa (certa parte di stampa, ma questo non ci assolve affatto, a noi come categoria-casta) sono state un pessimo serbatoio a cui il populismo si è abbeverato. Parole, vocabolario, concetti: gli strumenti – affilatissimi – in mano al giornalismo italiano sono parte integrante del panorama che osserviamo attoniti. Quando non ne siamo partecipi, del tristo panorama. Può o meno consapevoli.

 

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