Bella, quella ragazza bionda che sorride alla vita e celebra, in questo modo, la sua liberazione. E’ su una Trabant, poco più di una scatoletta, l’auto divenuta il simbolo della DDR e, nel 1989, l’icona della fine di uno Stato abbandonato dai suoi abitanti.
La bella ragazza bionda assomiglia tanto a quell’altra ragazza della Germania orientale, Angela Merkel, da anni alla guida di tutta la Germania. Dietro di lei, il fiume infinito di trabant e altre macchinette che invase nell’estate del 1989 l’Europa orientale. Ungheria compresa. Non volevano fermarsi a Budapest o nella grande campagna ungherese. Volevano andare verso l’Austria, superare la cortina di ferro, liberarsi, fuggire. Come oggi, i treni partivano e arrivavano a Monaco, la porta dell’Occidente per i tedeschi orientali schiacciati dal regime, dalle intercettazioni della Stasi, da una vita controllata sin dentro la camera da letto.
L’onda della Storia arriva, e noi non ci possiamo fare niente. Per meglio dire, possiamo osservare l’onda, calcolare il suo passaggio, la sua altezza, cavalcarla. Non possiamo opporci, perché altrimenti saremo travolti dal suo passaggio. Me lo diceva, qualche anno fa, Rashid Deif, grande scrittore libanese, parlando della sua storia dentro la guerra civile. Nella sua casa di Beirut, mi raccontava quel periodo della sua vita come “dormire sulla cresta di un’onda, in mezzo alla tempesta”. Lungi dall’essere un esempio stereotipato del fatalismo arabo, l’immagine usata da Rashid Deif descrive bene il sano atteggiamento che bisognerebbe avere di fronte a quegli accadimenti della storia che sono subito interpretabili come una cesura.
Nessun paragone tra l’esodo di oggi dai diversi Orienti e l’ondata imponente di uomini e donne che fuggirono dalla DDR nell’estate del 1989, e ne decretarono in questo singolare modo la fine. Se non una similitudine, importante a mio parere. La capacità dei popoli di incidere sulla storia di cui sono vittime. Allora, i cittadini della DDR trovarono nella fuga l’unico modo per rompere le catene di uno Stato divenuto prigione: senza i suoi cittadini-detenuti, la DDR malata da tempo crollò. Ora, i cittadini siriani fuggono dalla guerra, dalla guerra civile, dall’ISIS, dalla distruzione di una terra bellissima e di città meravigliose e colte, dalla dittatura di Assad. Fuggono i cittadini-vittime, e per la prima volta dopo oltre quattro anni e mezzo l’Europa si accorge della catastrofe siriana. Si accorge, nonostante l’ignavia dei suoi governanti, che è in atto una delle peggiori guerre e delle più imponenti fughe della storia contemporanea.
Se i governanti sono incapaci, sordi e ciechi, i popoli reagiscono con i pochi strumenti a loro disposizione. Fuggono, per esempio. E Angela Merkel, che di quel popolo insorto attraverso la fuga ha fatto parte, lo ha capito molto meglio di altri. Per forza! È nel suo dna culturale, politico, umano.
Budapest, l’Ungheria tutta facevano parte di quella stessa storia, allora. Victor Orban faceva parte degli ungheresi che insorsero contro il regime comunista e segnarono l’indomani, la transizione, una transizione subito viziata da uno stupido e retrivo nazionalismo. Un peccato che l’Ungheria si porta appresso da tempo, e che ha segnato – per esempio – il suo rapporto con il fascismo e con il nazismo. Le stazioni ungheresi furono il luogo della deportazione, durante l’occupazione nazista e il regime collaborazionista. Le stazioni ungheresi furono il luogo dell’abbandono, come testimonia questa foto del 1945, che raffigura ebrei alla stazione di Budapest in attesa di andare in Italia. Di nuovo, Budapest è divenuta il set di un dramma che segnerà non solo l’umanità dolente accampata dentro e fuori la stazione Keleti, ma anche la propria stessa popolazione. Un giorno, forse molto presto, saranno gli ungheresi a chiedersi quanto i giorni della stazione Keleti hanno inciso sulla dimensione morale del loro Paese.
No, non è una invasione. È un esodo. E la differenza è tanto sostanziale da dirci molto. Tutto. I popoli, ancora una volta, reagiscono meglio di chi li governa. Gli islandesi che offrono le loro case. I tedeschi che fanno un airbnb per i profughi. Come si è sempre fatto nella storia del mondo: qualcuno bussa alla porta, la porta si apre, e si accoglie il prossimo nostro. Non possiamo fare altro, come diceva Mafalda in una delle più belle stripes del personaggio di Quino. “Mafalda, mi raccomando, noi usciamo, e tu non devi aprire a nessuno. A nessuno”. Mafalda tentò di parlare, ma il padre continuava con il suo severo monito. Fino a che la bambina, imponendosi al padre, gli chiese: “E se bussa la felicità?”
Oggi, alla nostra porta, bussa la Storia. Possiamo aprire, con generosità. Oppure aspettare che qualcuno la porta la sfondi, per farci accorgere che non siamo soli, e non siamo i padroni del mondo e della terra.