È un brano del prologo del mio libro, Gerusalemme senza Dio (Feltrinelli 2013). Parla delle uniformi che ognuno dei gerosolimitani indossa, quando esce di casa e gira per la città. Tutti con le divise addosso, tutti riconoscibili, con il proprio marchio di fabbrica. “Come un codice a barre tatuato sulla guancia”. Tutti riconoscibili. Ed è il motivo per il quale, in questi giorni di guerra civile, si colpiscono a Gerusalemme coloro che indossano la divisa del nemico. Tutti riconoscibili, tutti bersaglio.
Il fatto è che in molti pensano di possederla, la Gerusalemme di oggi. La rivestono con i paramenti sacri di tutte le fedi, la travestono – spesso – come una città solo sacra. La Gerusalemme di Dio, di un Dio esclusivo per ciascuno dei suoi fedeli. E per farla propria indossano le uniformi della esclusività. Sono divise incontaminate, che si fondano su di un unico assioma: l’ortodossia, quasi sempre costruita a tavolino. Sono uniformi reali, concrete, con le quali si esce di casa perché la propria riconoscibilità fa parte integrante del proprio equilibrio e di quello che si ritiene il proprio posto nel mondo. Sono le uniformi a definire i battaglioni, le pattuglie di questi eserciti senza nome che percorrono le strade di Gerusalemme. Uomini e donne intruppati dentro abiti e definizioni secche: ebrei ortodossi, ultraortodossi, laici, modern religious, new age; ebree ortodosse velate, col cappello, con la parrucca. I soldati con la kippà, i nuovi arrivati nell’esercito israeliano, da sempre uno dei settori più laici della società. E poi i palestinesi: i musulmani laici e borghesi, le contadine con abito tradizionale, i ragazzi in odor di ortodossia salafita, le religiose all’acqua di rose con foulardino intonato a camicetta e pantaloni. Forse i palestinesi di fede cristiana sono i più impermeabili alle divise, ma non ai segni di riconoscimento. Li potremmo confondere, insomma, se non fosse per quella croce esibita dovunque, dal tatuaggio sul polso o sul braccio, sino alle collane pacchiane degli adolescenti.
Tutti debbono essere definibili e incasellati. Se possibile attraverso le uniformi che ognuno si cuce addosso, e che consentono a chi è di fronte di scegliere con chi parlare, a chi aprirsi, da chi – al contrario – allontanarsi e difendersi. Nessuno stupore. Gerusalemme è divisa. Divisa prima e dopo la linea del 1967. Suddivisa persino nominalmente dentro la Città Vecchia, dove le invisibili porte che conducono dentro i quartieri indicati dalla religione di appartenenza sono ancora lì, dai tempi del Mandato Britannico, perché il contributo europeo a Gerusalemme è stato, paradossalmente, la cristallizzazione di una divisione per appartenenze religiose. Quartiere musulmano, quartiere cristiano, quartiere ebraico, persino quartiere armeno. Una divisione che continua appena si esce dalle porte delle antiche mura di Solimano. Divisa nel suo comunitarismo urbano, Gerusalemme passa dal chiuso mondo ortodosso di Mea Shearim al quartiere impiegatizio di Rehavia, sino alle ville del notabilato palestinese di Sheykh Jarrah. Passa dalle transenne ormai quasi permanenti con cui la polizia decide i percorsi dei cittadini, sino alle strade invisibili che i cittadini percorrono a seconda della propria appartenenza. O presunta tale.
La concezione formale, che è la più diffusa nella Città Tre Volte Santa, dà insomma da vivere a tre diverse sartorie che sfornano in continuazione divise, uniformi, sai, cappelli, veli: tutto il guardaroba necessario a mascherare il proprio sé con un abito che sia “riconoscibile” dai propri simili, e dunque accettabile. Corazza impenetrabile all’osmosi, al dubbio, all’abbandono, all’assaggio. O di qua, o di là, o comunque da qualche parte, come se si fosse in un reality, ognuno col proprio ruolo assegnato. Parte in commedia. Mai apolide, mai senza fede, mai multiplo, mai meticcio, mai contaminato, mai affascinato da chi ti sta di fronte. Bisogna essere puri, altrimenti quella divisione in compartimenti stagni non regge alla prova dell’intelligenza e del raziocinio.
Se Gerusalemme non fosse il suo mito, infatti, quegli involucri trasparenti che ricoprono i suoi abitanti si dissolverebbero, mostrandoli nudi l’uno all’altro. E allora, finalmente, Gerusalemme sarebbe una città compiuta. Il luogo della contaminazione.