Mimmo Cuticchio chiede che la tradizione dei pupi venga salvata da chi, tra le autorità, ha la competenza e la possibilità per farlo. Non dovrebbe chiederlo, non dovrebbe sentire l’urgenza di chiederlo perché le autorità, non solo regionali ma nazionali, ci avrebbero dovuto pensare prima. Nel caso delle autorità nazionali, non penso a una questione di competenza, che il maestro Cuticchio concentra nelle autorità regionali. Penso a una politica culturale che perde di vista il senso complessivo di sé. Ora possiamo andare oltre l’Expo, oltre la vetrina, e provare a riflettere su ciò che dobbiamo fare sulle diverse identità di cui siamo composti. Il primo dovere è conservare. E su questo pilastro, possiamo costruire tutto il resto, inventare, innovare.
Rispondo alla richiesta gentile di Elisa Puleo, e pubblico la lettera che il maestro Mimmo Cuticchio ha indirizzato al governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, chiedendogli di salvare i pupi di uno dei grandi opranti, il cavaliere Emanuele Macrì
“Pupi armati e pupi disarmati disarmano la nostra coscienza”
Non avrei mai più voluto leggere articoli come quello pubblicato sul “Giornale di Sicilia” lo scorso 17 ottobre, nel quale si da notizia che i pupi di un grande puparo qual è stato il Cav. Emanuele Macrì, andranno all’asta. Ogni qual volta mi capita di leggere simili annunci, si sommano dolorosamente i ricordi di un tempo non troppo lontano, in cui gli opranti sono stati costretti a svendere il mestiere per coprire debiti e altri bisogni materiali.
I pupi di un oprante sono come i componenti di una “famiglia”: la separazione da loro ha lo stesso effetto di strappare un tassello dal grande mosaico che costituisce la loro vita.
Non posso appellarmi neanche al ministro Dario Franceschini, perché essendo la Sicilia una regione a statuto speciale, non può intervenire a favore della tutela dei beni culturali, com’è accaduto per i quadri di Klimt e di Chagall che il sindaco di Venezia avrebbe voluto mettere all’asta per ripianare i debiti dell’amministrazione.
La Sicilia è piena di studiosi, intellettuali, antropologi, storici, musei di tradizioni popolari, pronti alla levata di scudi quando in pericolo è il proprio patrimonio. Non si capisce perché gli stessi non intervengono quando chiude un teatro dei pupi che ha fatto storia (come nel caso del Teatro Ippogrifo), quando una prestigiosa famiglia di opranti, colpita dall’incapacità della politica, perde il suo teatro (com’è accaduto recentemente alla famiglia Napoli di Catania), quando una preziosa collezione di pupi, come quella appartenuta ad Emanuele Macrì di Acireale, rischia di essere smembrata.
Un pezzo di storia venduto all’incanto come fosse un souvenir, i pupi oggetti d’arredo. Quest’isola dalla memoria corta non ricorda più che il Teatro dei Pupi è uno dei simboli più forti della Sicilia, parte integrante dell’identità di questa terra, recentemente riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Emanuele Macrì è stato uno straordinario oprante recitante, capace di diffondere e rilanciare ciò che Mariano Pennisi, suo padre adottivo, gli trasmise con passione, amore e mestiere. Lo conobbi intorno agli anni Sessanta, in occasione di una rassegna di Teatro dei Pupi a Macchia di Giarre (CT), dove mio padre era stato invitato a rappresentare uno spettacolo. Quando arrivammo con la nostra Balilla stracarica di pupi e altro materiale scenico, in piazza erano già montati due palcoscenici, in uno c’era Macrì, l’altro era per noi. Due tradizioni a confronto. Macrì rappresentò uno dei suoi cavalli di battaglia, La morte di Orlando a Roncisvalle, mio padre la Zuffa infernale tra i maghi Malagigi e Tuttofuoco e la morte di Dama Rovenza. La piazza era gremita di appassionati e curiosi giunti da diversi luoghi della provincia di Catania. Sembrava un confronto tra due campioni di boxe per un titolo, l’attesa e l’aspettativa per i due maestri era fortissima.
Avevo visto i pupi di Macrì, alti, imponenti, fieri. Ne ero rimasto affascinato per la bellezza delle armature finemente sbalzate, i volti meravigliosamente scolpiti, i costumi curati. Solo a guadarli non ci si poteva non innamorare. Pensavo tra me e me: “questi pupi sono più belli dei nostri”. A fine serata i commenti del pubblico e gli apprezzamenti si dividevano per l’uno e per l’altro, ma la simpatia e le lodi propendevano per i pupi di scuola catanese. Il Cav. Macrì cercava di far capire che la differenza stava solo nella dimensione dei pupi e di conseguenza nella modalità di messa in scena, e che la passione, l’abilità e il mestiere dei due opranti erano identici. Il dibattito si animò e coinvolse un capannello di appassionati che si era radunato intorno ai due maestri. Un signore, non molto alto di statura, insisteva nel dire che l’Orlando catanese era un gigante rispetto a quello palermitano e siccome, come si sul dire, “l’altezza è mezza bellezza!…” Mio padre ascoltava e osservava in silenzio quella discussione, fino a quando Macri, forse un po’ scocciato, disse al signore: “Scusi, tra lei e un uomo più alto di lei, che differenza c’è?” E quello rispose: “Nessuna”.
“Ecco – disse Macrì – e allora Orlando grande o Orlando piccolo, sempre Orlando è”.
Fu una lezione per tutti.
“La grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui persiste nella ricerca”, diceva Martin Heidegger.
Macrì dedicò tutta la sua esistenza ai suoi pupi. Altri ne hanno raccolto il testimone fino ad oggi. Cosa racconteremo ai nostri figli quando ci domanderanno perché non siamo riusciti a tutelare il nostro patrimonio culturale?
Spero che il governatore Crocetta, titolare dei Beni Culturali in Sicilia, si possa e si voglia occupare di questa triste vicenda, bloccando la svendita e trovando un modo per salvare questo immenso e insostituibile patrimonio. Vorrei ricordare che, oltre al nostro dovere, dovremmo dare risposta anche alla nostra coscienza.
Mimmo Cuticchio
Oprante puparo e cuntista