Ci sono tempi. Tempi importanti. Duri. Tempi nei quali non c’è alternativa a dire, e a prendere posizione. Sembra così facile, a distanza. Se soltanto ci si avvicina al Cairo, attraverso uno slancio di empatia che restringe la distanza di migliaia di km tra Italia ed Egitto, si comprende quanto invece sia pericolosa anche una firma. La propria firma sotto il documento dei 500 scrittori, artisti, intellettuali, giornalisti, editori, già arrivati a quota 662 nel giro di due giorni. Il documento è un j’accuse diretto, chiaro, secco al regime di Abdel Fattah al Sisi. Non è la difesa corporativa degli scrittori che protestano perché uno di loro – Ahmed Nagi – è ora detenuto con una pena di due anni da scontare in carcere per oltraggio alla morale pubblica. Non è solo la difesa delle libertà messe in pericolo dal regime. È una presa di posizione contro un sistema autocratico di potere e in difesa del Paese, l’Egitto, di nuovo vilipeso dalla repressione.
E non è casuale che la chiamata a raccolta abbia stavolta riunito tutti, tutte le generazioni, tutti gli artisti. Coloro che hanno sempre avversato Al Sisi e il golpe del luglio 2013, sin dal primo momento, come Ahdaf Soueif. E coloro che invece a questa conclusione ci sono ahimè arrivati troppo tardi, come Alaa al Aswani.
A essere colpito dalla stretta repressiva del regime è l’ennesimo, l’ultimo in ordine di tempo: l’ennesimo ragazzo di Tahrir, o meglio, l’ennesimo ragazzo della generazione che, dopo una gestazione lunga almeno sei anni, aveva partorito Tahrir. Uno dei ragazzi, un ‘semplice’ scrittore, uno scrittore arrivato a pubblicare fiction dopo un passaggio lungo attraverso i blog, accusato di aver scritto una pagina troppo osè. Osè, direi soprattutto scandalosa, perché dentro quelle poche pagine c’è la descrizione di ciò che può succedere nel chiuso delle case del Cairo, della città coperta da una cappa di conformismo tradizionalreligioso, un passaggio attraverso alcol, sesso, e canne. Non solo disagio, ma una ribellione sotterranea, chiusa, contro l’ipocrisia del sistema.
Tanto pericoloso, anche lui, anche Ahmed Nagi tanto pericoloso da andare a riempire il folto gruppo dei ragazzi che già sono in galera da mesi, da anni, con sentenze che – se non fossero terribili e tragiche – avrebbero solo il sapore del ridicolo. 5 anni, 15 anni, ergastolo. Per proteste, manifestazioni non autorizzate, atti che ledono l’immagine del Paese. Eccetera.
Fanno paura, l’hanno sempre fatta. Come se la generazione di quelli che hanno cominciato a manifestare nel 2005 e dintorni sia diversa dalle altre. Reale quanto non mai, di fronte ai fantasmi dei regimi che si sono succeduti.
È Ahmed Nagi ad aver descritto in maniera superlativa questo scontro chiaro tra i ragazzi e gli zombie, in una lunga analisi che era stata scritta come prefazione a un volume su gèneration Tahrir ed è stata ora pubblicata dal quotidiano principale dell’opposizione giovane, Mada Masr. Ragazzi contro zombie. La Storia contro i cascami della Storia. I cittadini (giovani) contro lo zombie presidente, lo zombie generale, lo zombie sheykh, lo zombie islamista, lo zombie burocrate.
La stretta repressiva, stigmatizzata nella ‘lettera dei 500’, è un segnale chiaro di debolezza del regime di Al Sisi. Un segnale che ha avuto nel caso di Giulio Regeni il suo balzo nella cronaca europea, dopo una colpevole costante assenza della situazione egiziana dagli interessi della nostra informazione generalista. Di segnali, a ben guardare, ce ne sono però tanti. A cominciare da quelli sociali.
La protesta dei medici non accenna a mitigarsi, per esempio. Ed è una protesta che, come nel caso di piazza Tahrir nel 2011, non è originata da questioni sociali, ma dalla richiesta di rispetto, dignità e riscatto. Originata, nel caso di Tahrir, dall’ennesima uccisione di un ragazzo (Khaled Said, la prima icona dei martiri della rivoluzione egiziana) da parte di poliziotti protetti da una intoccabile impunità. Originata, nel caso recente dei medici, dall’ennesimo episodio di arroganza e protervia dei poliziotti che hanno minacciato i medici di un ospedale alla periferia del Cairo. Professionisti contro potere. Medici contro quei poliziotti (e sono ahimè tanti, in Egitto) che sono protetti da una sostanziale e antica impunità.
Accanto alla protesta eclatante e persistente dei medici, ci sono gli altri segnali. L’insofferenza degli egiziani diventa evidente nella rottura del velo di paura. Prendere in giro il presidente comincia a essere una pratica che si diffonde, e l’esempio più lampante è quello della vendita di Al Sisi su ebay, poi prontamente rimossa, perché il presidente aveva detto in un discorso teletrasmesso che si sarebbe messo in vendita anche lui, se fosse servito all’Egitto. Nessuno avrebbe azzardato una simile mossa goliardica un anno fa. Ora sì, perché probabilmente la misura sembra essere colma a molti. Oltre i circoli delle opposizioni.
Stay tuned.
la vignetta, che mostra il passaggio di un ragazzo (da incarcerare?) tra due potenti, forse Mohammed Morsi e Abdel Fattah al Sisi, è di Andeel, pubblicato su Madamasr. Andeel è coetaneo di Ahmed Nagi. Annata 1986. Un altro ragazzo. Un altro tra i meravigliosi invisibili.

Verità e giustizia