In aereo!

Nessuna foto e nessuna lacrima. Qui, su questo blog, non si postano foto, oggi e domani. E non perché non riconosca il defatigante lavoro dei fotografi tra campi profughi e mare, tra i pochi testimoni di una tragedia semi-invisibile. E’ che le foto, oggi, qui, sono le nostre foglie di fico. E’ successo con l’immagine di Aylan al Kurdi, entrata nel flipper della nostra realtà virtuale e scivolata via con la stessa irruenza e rapidità con la quale vi era stata immessa. No, niente foto, alle quali ci abbeveriamo come se fossimo nel videogioco in cui ora viviamo. Tutti noi che usiamo e amiamo il web, me compresa.

Dobbiamo usarla, la realtà virtuale? Ma certo. Non è necessario essere dei luddisti elettronici, non si può combattere contro una piattaforma meravigliosa come il web. Solo ricordarci che la si può utilizzare in modo che oggi, di fronte a una vergogna che sta facendo affogare, assieme ai profughi, anche l’Europa, si reagisca. E, soprattutto, si raggiunga un obiettivo serio, di immediata e lunga durata assieme.

Se c’è una possibilità, nel mondo virtuale che convive con quello reale, è riuscire a fare advocacy. A convincere le persone. C’è una sola risposta al massacro in corso nel Mediterraneo. Il viaggio. Il viaggio normale, in aereo, con un visto fornito da un paese europeo. Lo aveva fatto comprendere Papa Francesco facendo viaggiare in aereo con sé i ’12 apostoli’ che ha portato in Italia. Viaggio, in aereo, come dice da sin troppo tempo la mia amica Igiaba Scego. E non è una questione di costi, visto quanto stiamo pagando alla Turchia di Erdogan, visto quanto costa Frontex, visto quanto costa un pattugliamento, visto quanto costano i centri e le sigle che li contengono (i nostri campi di concentramento, insomma).

Salvarli. Farli salire su un mezzo di trasporto onorevole e dignitoso. Strapparli all’onda. E strapparli dal fango.

Come? ll modo lo si trova, e lo si è sempre trovato. La domanda è: usando quale pressione su classi dirigenti che non sono all’altezza del compito? Su questo, ora, alzo le braccia. Non lo so, lo vorrei sapere. E forse il caso di cominciare a parlarne.

2 commenti su “In aereo!”

  1. Cara Paola, trovo che la retorica delle immagini sia in effetti pessima. Ma ho paura che la retorica contro le immagini giustificata dalla loro saturazione possa diventare ancora peggiore. Una fotografia non è mai tutto, è sempre un frammento incompleto, spesso una mera citazione, eppure ci sono foto che entrano nello sguardo e non ne escono più, e quasi mai sono le più clamorose. E\’ come prendersela con chi racconta perché la sua testimonianza non potrà mai eguagliare un\’azione. L\’emozione è sempre all\’inizio di un percorso, mai alla fine, alla fine, come dici tu, ci sono gli aerei (che non tutti però sapranno o vorranno prendere). Eppure è indubbio che Robert Capa avesse trovato con le sue fotografie un suo modo di combattere accanto ai repubblicani spagnoli. Persino nell\’equivalenza delle immagini, che è il regime attuale della comunicazione, non tutte le immagini si equivalgono. Quanto alle lacrime, di cui comprensibilmente diffidi, la mia impressione invece è che si pianga sempre di meno, sempre di meno come Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata. Viviamo una crisi di empatia, altro che, una crisi di immedesimazione nell\’altro: eliminando persino il sospetto che ciò che ci guarda (sia pure dalla superficie di una fotografia che ci arriva come la luce di una stella morta) in realtà ci riguardi, l\’auto-assoluzione diventa totale, e totale il deserto che crediamo di lasciarci virilmente alle spalle. Per il resto, sono totalmente d\’accordo con te, ma anche questo accordo rischia di essere un po\’ troppo ovvio: non è certo ai già persuasi che bisogna parlare.

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