Corpo e resistenza

“Mostrare i nostri corpi è una forma di resistenza” (cit.)

Corpi abusati. Corpi soprattutto sottratti alla visione. Corpi violati. Corpi nascosti. Corpi incarcerati, e dunque rinchiusi tra muri di cinta, pareti di celle. Corpi scomparsi, e cercati e pianti di nascosto da famiglie in attesa di una notizia. Di un segno. Corpi uccisi. Corpi fatti ritrovare sui cigli di una strada, quando va bene. Quando va ancora peggio, di quei corpi non si sa più nulla.

angels

Corpi esposti, nelle tute bianche delle uniformi carcerarie. Ma solo per un attimo, di sfuggita, di nascosto, dietro una gabbia. Corpi vestiti di bianco mostrati nelle foto che, con amore, punteggiano il web.

Sono loro, quelli più a rischio, a spiegare cosa significa, quotidianamente, portarsi addosso un corpo che, per i regimi, è il segno pieno della resistenza. Oltre gli atti e l’intelligenza, è la stessa fisicità del corpo a mettere i regimi sotto accusa. La stessa esistenza, tridimensionalità, volume, presenza dei corpi dei ragazzi rende i regimi colpevoli. E’ per questo che occorre, per chi li teme, espungerli dalla pagina, toglierli violentemente dal panorama, strapparli in particolare dalle piazze e dalle strade. Dai caffè, dalle metropolitane, dagli uffici delle associazioni per la difesa dei diritti.

“Mostrare i nostri corpi – dicono – è di per se stesso un atto di resistenza”. Lo dicono, loro, con sereno coraggio.

[In uno dei tanti graffiti del martirologio della rivoluzione egiziana, uno studente ucciso dalla polizia, Belal Ali Gaber, in una manifestazione dell’autunno 2013]

 

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