Dhaka: le parole sono fondamentali! – con noterelle a margine

Pillole di radio, tra stanotte e stamattina:

“Diplomatici occidentali”. Ma erano in gran parte imprenditori. Ed erano italiani e giapponesi. I giapponesi sono occidentali? Sono forse filo-occidentali?

“Ma allora ci chiediamo, come si chiede il premier del Bangladesh, che musulmani sono questi?”

Il premier del Bangladesh è una donna (e in Italia ancora non ci è toccato una presidente del Consiglio…). Sheykh Hasina Wazed è alla guida del Paese da dodici anni, suddivisa in due periodi al governo. Fa parte di quella tradizione delle donne al potere in grandi Paesi del subcontinente indiano di cui non si parla praticamente mai.

“Che musulmani sono questi?” Ma perché, sono musulmani o sono terroristi, quelli che hanno seminato morte nel ristorante di Dhaka? Ai terroristi delle Brigate Rosse abbiamo dato la patente di comunisti? Abbiamo descritto i terroristi dell’IRA come ferventi cattolici? La distinzione è fondamentale, sempre. Nelle nostre conversazioni, e ancor di più se di mestiere si fa il/la giornalista. Oltre un miliardo e mezzo di persone musulmane accomunate a una banda di criminali e terroristi che usa una bandiera fintamente religiosa, e che molto spesso – lo si è visto in Europa – non ha una frequentazione seria e profonda con la fede. La fede diventa un’ideologia, il vessillo di mercenari come mercenari sono quelli dell’ISIS.

Ho ascoltato alla radio, alla radio di Stato, tra stanotte e stamattina, una pletora di stereotipi, luoghi comuni, inesattezze, generalizzazioni. Vi è stata una incapacità di distinguere, e di fare domande serie. Carlo Jean cita il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che promuove negli anni recenti l’islam riformatore, e il conduttore non gli chiede che fine hanno fatto 40mila persone nelle carceri egiziane, in una fase in cui le nostre relazioni si sono raffreddate per il caso Regeni. Un esperto di terrorismo, Iacovino, ha messo insieme gli attentati (“quasi quotidiani”…..[sic!]) in Israele e quelli a Kabul. Sempre Iacovino cita Al Azhar per un modello più moderato di Islam [sic!], e parla del jihadismo nelle moschee, ma evita accuratamente di rispondere alla domanda sull’influenza dell’Arabia Saudita sulle madrasa in giro per il mondo.

Sono allibita, e indignata. Siamo sull’orlo del baratro, abbiamo necessità di capire dove stiamo andando, quale mondo ci sarà tra dieci, venti, trent’anni, e il livello di inadeguatezza della nostra informazione raggiunge i livelli più bassi mai raggiunti.

Non ho sentito un ragionamento sul Bangladesh. Non ho sentito una riflessione su chi siano gli imprenditori italiani in Bangladesh, perché hanno investito nel Paese, dove sono le aziende da cui si riforniscono. Eppure, nel 2012 vi è stato un incendio che ha fatto oltre cento vittime a Dhaka, moltissime lavoratrici tessili: un segnale di quanto l’industria tessile fosse e sia importante, tanto da spingere i nostri imprenditori a fare migliaia di chilometri per andare a investire e/o ad acquistare in Bangladesh.

Non ho sentito un ragionamento sul ruolo dell’Arabia Saudita (nostro caro alleato) nella disseminazione di una visione ristretta, wahhabita dell’Islam, dall’Egitto al Bangladesh e oltre. Non ho sentito mettere assieme questo tipo di disseminazione di una visione retrograda dell’Islam propagata da un nostro alleato (l’Arabia Saudita) e gli omicidi e gli attentati contro la parte laica (musulmana) della società del Bangladesh. No, ho sentito mettere assieme jihadismo e attentati, senza alcune riflessione su un ruolo culturale/educativo pericolosissimo dei sauditi.

E non ho sentito un ragionamento sul fatto che, come dice Igiaba Scego, il Bangladesh è fra di noi. Oltre centomila immigrati regolari del Bangladesh. E non solo. Una parola – bangla – che è entrata nel nostro linguaggio. Non è solo un immigrato dal Bangladesh, il bangla. È diventato il sinonimo di un negozietto aperto H24, dove i prezzi sono bassi: il simbolo di un cambiamento sociale, di una integrazione che passa oltre le disinformazioni e l’uso della paura nella comunicazione. C’è persino una app, ormai, per trovare i bangla a Roma (cercate Bangla a Roma).

Stiamo scivolando, rapidamente, su una china fatta di imprecisioni e sottile razzismo. Eppure, si parla tanto della formazione continua dei giornalisti. Su cosa? Su quali temi? Seguendo quali priorità?

E’ ora di cambiare rotta, e subito, se non si vuole essere complici di una visione del mondo a senso unico.

[qualche noterella a margine è necessaria, oggi, a 24 ore da questo post, che ha suscitato un numero sorprendente di condivisioni, qualche mal di pancia e molte reazioni. Di seguito, qualche appunto]
  1. Sono stata molto precisa nell’indicare che mi riferivo alla RadioRai, e non altre testate dell’azienda.
  2. i giapponesi non sono occidentali, neanche per cultura. Anzi, soprattutto per cultura (ahimè, devo precisarlo, per un commento che sostiene un’opinione diversa)
  3. Il riferimento alle presidenti, premier, leader donne del subcontinente asiatico era (ovviamente) anche ironico verso una narrazione, una vulgata, una ‘narrative’ per cui velo equivale a inferiorità, islam equivale a donne senza potere, anche quando si parla di posizioni alte nel sistema istituzionale di paesi a maggioranza musulmana. Non volevo entrare dentro la disquisizione sul rapporto tra regime e opposizione, proprio perché non sono una specialista.
  4. Ho indicato solo alcune perle, non le ho elencate tutte. Comprese le disamine su quanto siano più bravi i nostri (europei) gruppi di intervento rapido rispetto a quelli del Bangladesh.
  5. Non commento le accuse di ‘rosicona’ (invidiosa). Non sono una esperta di subcontinente indiano. Non sono un’esperta di terrorismo (il mio libro su Hamas è un testo sull’islam politico).
  6. per ora passo e chiudo, sottolineando che oltre un miliardo e mezzo di musulmani non si debbono dissociare da nessuno, perché a nessuno si sono associati, e cito ancora una volta Igiaba (Scego): nessuno chiede ai norvegesi di dissociarsi da Breivik.

19 commenti su “Dhaka: le parole sono fondamentali! – con noterelle a margine

  1. Cara Paola,
    Come scrissi (ormai) un anno fa, nella mia tesi di laurea magistrale “la Saudizzazione del Pakistan”, il poco che riesce a filtrare nella stampa ufficiale e non, riguardo all’influenza e alle responsabilità saudite nella promozione di un “particolare” tipo di Islam, è solo la punta di un iceberg dalle dimensioni colossali. È un dato di fatto che troppo spesso vengono a mancare sia la volontà che i mezzi per indagare a fondo nei confronti di un Paese amico come l’Arabia Saudita; il che produce una vlasse di esperti veri o presunti sul terrorismo, che parlano a gran voce omettendo particolari rilevanti per ignoranza o pura convenienza personale. D’altronde come hai giustamente sottolineato tu, un esempio emblematico è quello di voler continuare ostinatamente a considerare Al Sisi come il promotore di un Islam moderato, il quale, a mio avviso, esiste solo nelle parole dei giornalisti (sedicenti) esperti di terrorismo e geopolitica.

  2. L’elemento centrale dell’odierna informazione radiotelevisiva è “l’approssimazione”. Perché ci arrivano tutti.

  3. Sono stata in Bangladesh qualche anno fa: l’investimento dei sauditi in moschee ma anche charity varie è impressionante. Il ruolo e i soldi dei sauditi in tutto questo esplodere di attentati è centrale. Ma pochi ne parlano. Speriamo che le aperture di Obama verso l’Iran spostino gli equilibri e ci rendano meno servi sciocchi dei sauditi.

  4. Sono assolutamente d’accordo sulla faciloneria di tanti giornalisti odierni. In giorni come questi, sarebbe meglio non leggere affatto i giornali, far passare un po’ di tempo, e riaprirli solo quando magari qualche seria ricostruzione dei fatti (neanche analisi!) emerga. Se no è solo gossip e sensazionalismo. Detto questo però, la solita retorica per cui “almeno loro hanno un presidente donna mentre noi ancora no” come se questo fosse indice di chissà quale progressismo, emancipazione, rispetto etc. etc. per le donne, è anche un po’ finita! Che cosa vogliamo dire del fatto, quali conclusioni vogliamo trarre dal fatto che il presidente sia donna? Qual è la lezione che dovremmo imparare? Perché se no, a mio avviso, si rischia di cadere nella faciloneria e stereotipizzazione del giornalismo attuale, che eppure tanto, e giustamente, condanniamo.

  5. gentilissime , non posso che condividere l’analisi fatta , e se si considera che per essere esperti e conoscitori di questi temi , non basa essere giornalisti, ma aver vissuto per anni in quei paesi, indagando in direzioni scomode e dove le porte son ben sigillate. E questo è il risultato della totale disinformazione che subisce tutto il mondo , per la quale, ogni notte andiamo a dormire chiedendoci chi e perchè stia seminando il terrore e la barbarie in ogni dove. Sospettando questo o quello, ma senza avere alcuna certezza. Per fortuna esistono persone come voi , inclini alla verità, e interessate a comunicare la propria conoscenza agli altri e di questo vi ringrazio davvero. Suggerirei ai colleghi giornalisti che hanno alle spalle testate importanti , oppure i mezzi economici per intraprendere una ricerca vera di dedicarvisi col l’obbiettivo della verità, che è l’unica leva che deve mettere in moto la penna del giornalista con la G maiuscola. Grazie ancora per ciò che mi vorrete trasmettere.

  6. Sono i musulmani moderati che decono uscire allo scoperto e condannare questi atti di terrorismi estremistico. Se non i terverranno concretamente per isolare questi movimenti saranno giudicati semplicemente quali loro complici.

  7. Nella mia ignoranza non posso fare a meno di ricordare che alle povere vittime è stato chiesto di recitare versetti del corano prima di venire uccise. Molto interessanti le considerazioni politico culturali ma non restituiranno la vita a nessuno.

  8. Grazie per questo scritto saggio.
    Vorrei ricordare – avendo amici bengalesi che me lo hanno racontato e naturalmente ne sono profondamente fieri – che la maggior parte di noi ignora la battaglia eroica, unica e laicissima dalla quale è nato il Bangladesh: la battaglia per la libertà di parlare la propria lingua. Bangla Desh infatti significa: terra/patria del bangla, la lingua bengalese, che il dominio pakistano imponeva ai bengalesi di non parlare.

  9. Un appunto, poi vedi tu quanto influisce su quel passaggio: ai brigatisti ABBIAMO dato la patente di comunisti, spesso e con ragione; quelli dell’IRA li ABBIAMO descritti sempre e continuamente come cattolici. I due tratti non erano accidentali e marginali nel descriverli, direi (dei gruppi antiabortisti violenti americani diciamo spesso che sono cattolici, così come spieghiamo che i coloni israeliani fuorilegge sono ebrei ultraortodossi: e non stiamo “accomunando” milioni di persone a quei gruppi): ma anche se qualcuno li giudicasse tali, di fatto sono stati evocati con frequenza, al contrario di quel che dici.

    1. i coloni ebrei sono in genere ferventi sionisti (Israele in quanto stato ebraico dal Mediterraneo al Giordano) e in quanto tali difficilmente saranno ultraortodossi
      gli ultraortodossi non sono sionisti, per loro lo stato ebraico si compirà solo con la venuta del Messia

      scusate l’OT, ma riguarda il tema dell’articolo, la non approssimazione

      1. Però perdonami, ma l’obiezione mi pare pretestuosa: tant’è vero che dici “in genere”. I coloni ultraortodossi esistono. Nessuna approssimazione. Ma anche se preferisci toglierlo, il paragone vale ugualmente.

  10. Non capisco. a me pare al contrario che nessuno nomini l’islam (per paura? correttezza politica?). Né il presidente del Consiglio, né quello della Repubblica, neppure il papa. “Follia”, “terrorismo”. Secondo me è una rimozione che non fa bene. Che i terroristi siano islamici è un fatto. Che questo non coinvolga gli altri milioni di musulmani un altro fatto. Allo stesso modo, l’esempio che tu fai è sbagliato: le BR erano certamente comuniste. Come negarlo? Che questo non le facesse identiche al PCI è altrettanto ovvio. Lo stesso dicasi per l’IRA. L’IRA non era cattolica? ma quando mai! E questo certo non la fa uguale a mia zia.

  11. dopo il quanto e come in Italia si è scritto e detto del regime di Gheddafi ( un rais che capiva benissimo l’italiano), dopo quanto il non scritto e non detto sempre della questione, c’è da stupirsi d’altro? se peraltro parliamo di comunisti, intendiamo quelli di scuola italiana o sovietica? Per quanto al punto dell’articolo, abbiamo il diritto di non arrivarci per ragionamento? mi spiego: l’Arabia Saudita è ricchissima, vende una sola cosa e compra tutto il resto, compreso ogni tipo di lavoro. Deve assolutamente sfuggire a ogni tentativo di “imbottigliamento” economico. I terroristi esecutivi sono musulmani di paesi poveri o poveri-e-basta di altri paesi. Vengono pagati con il profumo dei soldi (settanta vergini post mortem…) : tipico compenso dei poveri (che lo restino sempre…). Mi viene il sospetto che lo sapevamo già.

  12. Una domanda: quale interesse hanno i sauditi a spargere terrore visto che comunque fanno affari con il mondo intero? Più terrore= meno business secondo me. Saluti

  13. complimenti per la chiarezza e la correttezza, compresa l\’ ammissione dei propri limiti di competenza, magari facessero tutti così, i commentatori …

  14. Hai colto nel segno. L’informazione gioca un ruolo cruciale oin tutti e due i sensi, cioè nostro nei confronti del terrorismo e del terrorismo nei nostri confronti. E non è una novità, ma la si dimentica sempre. Il terrorismo esiste solo e soltanto se esiste informazione. E in Italia, come credo ovunque, la globalizzazione ha fatto strame del giornalismo anche per risparmiare. Costa così poco, quasi nulla, il copia/incolla … e comunque per ragionare, in qualunque redazione, serve non solo esserne capaci, ma anche avere il tempo.
    Carlo Correr

  15. i terroristi dell’IRA erano cattolici, quelli che in america mettono le bombe nelle cliniche sono spesso cattolici o evangelici, i terroristi dell’isis e gruppi simili sono musulmani, non rappresentano tutti i musulmani, come i bombaroli pro-life non rappresentano tutti i cattolici e i protestanti, i coloni israeliani oltranzisti non rappresentano tutti gli ebrei ma queste persone sono tutte credenti in quelle religioni (che casualmente sono le tre religioni monoteiste), perchè non vogliamo ammettere che la religione qualcosina centra? Non è l’unica cosa ma qualcosina centra: le persone che credono in Dio possono compiere atti crudeli in nome di quel dio

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