Giornale radio, di prima mattina. Giovedì 18 agosto. Pieno clima ferragostano, in Italia e sulle coste nord del Mediterraneo. La priorità delle notizie è la seguente:
- Le polemiche ingenerate dalla decisione di alcuni comuni francesi di proibire l’uso di un costume più integrale, sul tipo di una muta da sub, da parte di donne musulmane. È la polemica del cosiddetto burkini.
- Bombardamento su Aleppo da parte dell’aviazione russa. Molte le vittime civili
Il corpo delle donne è di nuovo, come ormai accade quasi tutti i giorni, un’arena in cui si gioca con vere e proprie armi di distrazione di massa.
La domanda, dunque, è se occorra parlarne, sprecare energia, distogliere lo sguardo dai veri, seri problemi dell’Europa, del Mediterraneo, del Vicino e Medio Oriente. La prima risposta è “no, ora basta, non se ne può più. Tutto ciò è ridicolo, tragicomico, indegno, vergognoso, irrispettoso”. La seconda risposta è, paradossalmente, l’opposta: “mi sa tanto che stavolta occorre dire qualcosa, perché il livello di guardia è stato superato”.
E allora, parliamo delle armi di distrazione di massa.
La prima arma – lo si è visto in Francia – è nelle mani della politica. Populismo e demagogia, condite da una ignoranza ormai insopportabile. Il “caso burkini” pone ancora una volta, come già succede da molti anni, serissime domande sulle èlite politiche europee, non solo nei governi centrali, nei parlamenti, ma anche (soprattutto?) negli enti locali. La frammentazione ormai endemica dei poteri consente decisioni illiberali, razziste, anticostituzionali come quelle prese da alcuni comuni francesi, senza che dal governo centrale arrivi un altolà. Anzi, al contrario, è il governo centrale – attraverso il primo ministro Manuel Valls – a sostenere le decisioni sulla proibizione del burkini. E come lo sostiene? Attraverso l’uso e l’abuso di un argomento a prima vista culturale (“incompatibile con i nostri valori”): uno slogan senza alcun appiglio nella storia, nella sociologia, nell’antropologia culturale. Niente di niente. Uno slogan, e basta, è capace di scatenare una ‘polemica balneare’, distraendo il pubblico da guerre, bombardamenti, fughe, interventi militari.
C’è bisogno, però, di una stampella ben solida, perché la polemica balneare diventi tale, e si trasformi in un’arma (letale) di distrazione di massa. E qui l’informazione ha la sua bella dose di responsabilità. Tutto d’un tratto, arrivano le telefonate per imbastire in fretta e furia un talk show radiofonico o televisivo, un commento e un controcommento. Ancora una volta, l’ignoranza è parte integrante della discussione: il burka (afgano-pakistano) che diventa sinonimo di un intero catalogo di veli che vanno dallo hijab al niqab sino al chador. Il burkini (termine orrendo, irrispettoso, neocoloniale) diventa il simbolo di una divisa da terrorista. E soprattutto, il costume da bagno “tipo muta da sub” diventa il sinonimo di islam. Il pensiero critico (il cervello, insomma) non viene acceso: nessuno ha un amico prete, un’amica suora, un amico che ha preso i voti laici con cui è andato al mare, in una piscina di montagna. Nessuno che lo abbia, l’abbia mai visto restare vestito o vestita così com’era. Senza spogliarsi. Nessuno che abbia mai sfogliato un giornale americano per la polemica sulle piscine monosex per le donne ebree ortodosse.
Fin qui, business as usual. Il titolo di questo blog affonda le sue radici proprio sulla reazione all’ignoranza diffusa, e spesso usata in malafede per altri scopi.
Il problema è che ora siamo oltre le colpe della politica, e oltre le colpe dell’informazione. Qui siamo ormai su una china sin troppo scoscesa. Come in tutte le guerre, i soldatini sono già stati mandati a combattere, senza peraltro sapere perché abbiano dovuto indossare le armi. I diligenti cittadini corsi che bruciano le macchine degli immigrati (per un costume tipo muta da sub….) sono solo gli ultimi soldatini che in branco difendono il sacro suolo europeo. “I valori”.
Fecondare la paura è una vera dichiarazione di guerra. Senza neanche il coraggio di scriverla e consegnarla al nemico. Che poi questo nemico sia tale, è ovviamente tutto da dimostrare.

va detto che se vivessimo in un mondo dove nessuno sente il bisogno di segnalare in maniera vistosa di che religione è o dove nessuno traesse dalla religione il proprio concetto di pudore, questa arma di distrazione di massa non ci sarebbe o sarebbe meno potente
Articolo molto intelligente, pacato. Ce ne vorrebbero tanti altri così. Invece abbiamo i Trump del giornalismo
articolo critico informato intelligente