Vendevano le fragole, a Ramallah, il 25 gennaio del 2006. Aria tersa, giornata bellissima, e i carretti erano come stazioni di sosta, con le fragole sistemate perfettamente, piramidi rosse bagnate dal sole. Di giornalisti ce n’erano parecchi, me compresa. Giravamo per le cittadine della Palestina per capire come sarebbero andate le elezioni legislative. Le prime alle quali Hamas aveva deciso di partecipare. Erano altri tempi, da oggi. Dieci anni fa, un secolo. A unire oggi e ieri, è la sorpresa. La sorpresa, allora, per la vittoria netta e piena di Hamas. E oggi, lo stupore di vedere Donald Trump salire sullo scranno del presidente più importante del mondo.Nel 2006 i giornalisti si stupirono, titolarono sulla vittoria di Fatah prima che il risultato ribaltasse i sondaggi e le prime pagine. Mi stupii anche io. Furono in pochi coloro che ebbero il coraggio di spingere i caporedattori e i desk dei giornali a non fidarsi dei sondaggi e a fidarsi degli occhi dei reporter.
Io non mi fidai dei miei, di occhi. Quando vidi a Hebron, la palestinese Al Khalil, le masse dei sostenitori di Hamas, convinti, euforici, sicuri di avere in mano lo strumento di un’alternativa all’establishment, alla corruzione, al tran tran politico, alla pace con gli israeliani ormai sempre più lontana. Il comizio di Fatah, al confronto, era la riunione burocratica del potere consolidato. Non mi fidai dei miei occhi, perché i sondaggi dicevano altro, e chi ero io per mettere in dubbio gli specialisti della statistica?
Hamas vinse, seriamente. E non era solo voto di protesta. Così come non si può considerare il voto per Trump esclusivamente come un voto di protesta. Il parallelo storico, ovviamente, finisce qui. Qui va messo un punto, perché la suggestione è solo un artificio, per me, per dire che noi giornalisti dovremmo riconquistare un mestiere, e il rapporto con la realtà.
L’America è altro. Gli Stati Uniti d’America sono altro. Altro dalle descrizioni che abbiamo visto. Come scrive Ascanio Celestini, dalla sommità di un grattacielo si vedono gli uomini piccolissimi. L’Italia è altro. Altro dalle descrizioni da desk, quelle che si fanno attraverso i social e dalla finestra del Palazzo.
Non è facile attacco ad alcune categorie ben precise, di cui anche io faccio oggettivamente parte.
È una individuale chiamata al senso di responsabilità. Paolo Spriano, mio maestro, confessò a noi studenti di aver intrapreso un viaggio nell’Italia operaia nel 1956, un lungo viaggio da reporter da nord a sud, un’inchiesta sul campo. Fu la sua risposta alla firma del famoso manifesto dei 101 contro la linea di Palmiro Togliatti, e il ritiro della sua firma che egli stesso, Spriano, considerò ex post come un gesto vigliacco.
È ora di ricominciare l’inchiesta nel Paese, e nei paesi, che non conosciamo più. Che si chiamino Italia o Stati Uniti. È ora anche di chiedersi qual è la nostra individuale e collettiva responsabilità in ciò che è successo. Soprattutto, oggi, nella descrizione di Hillary Rodham Clinton come la candidata che ci avrebbe salvato da Donald Trump.
Ci crediamo veramente, come analisti e giornalisti?
Crediamo veramente che Bernie Sanders fosse il candidato debole? L’idealista, quello di sinistra, il buono, quello anacronistico. Credo, al contrario, che Bernie Sanders fosse il Grillo Parlante. Come Papa Francesco e Ken Loach. La Cassandra che ti spiega la realtà che è così chiara, lampante, e tu non la vuoi vedere. Anche oggi, io – donna – non avrei mai votato per Hillary Rodham coniugata Clinton. Per vari motivi, che considero ancora oggi tutti validi, ancor più validi: come Susan Sarandon, voto con il cervello e non con la mia vagina. Il fatto di avere una donna candidata non la qualifica come la candidata migliore. La stessa scelta di usare il cognome del marito, per inciso, a me appare come abdicare alla propria identità. Considero Hillary Rodham l’espressione non generica dell’establishment, e come esperta di politica internazionale e nello specifico di Medio Oriente, la considero una politica che ha sulla sua coscienza una parte consistente di ciò che è successo nell’area negli ultimi anni. Lo sto scrivendo, peraltro, da Gerusalemme. Considero la sua lontananza dalla periferia degli Stati Uniti la ragione precipua per la quale ha perso, e la ragione per cui Bernie Sanders sarebbe stato un candidato forte della sinistra, per il programma socio-economico in primis.
Non ho intenzione di essere messa nel calderone di chi è contenta del “tanto peggio tanto meglio”. Consideravo entrambi i candidati il peggio, come solo chi guarda il mondo da ‘un oriente’ può pensare. E dunque oggi, nel giorno dopo la vittoria di Donald Trump, penso sia ora di trasformarci finalmente nelle cassandre che parlano, dicono, asseriscono, spiegano. Comunque.
