Una volta, era all’incirca il 1994, la mia amica B. mi telefonò quasi disperata. “Ma l’hai letto Bossi? L’hai sentito parlare Umberto Bossi?” Certo, B. “Voi non vi rendete conto del pericolo. Io lo ascolto e sento la voce di Radovan Karadzic. Questo è un linguaggio da guerra civile”
B.la conosceva bene, la guerra civile. La portava nella sua carne. Paraplegica poco più che ventenne. Splendida ragazza, bella, colpita da un cecchino che sparava da Grbavica, la zona di Sarajevo dove, durante i mille giorni dell’assedio, si erano acquartierati i serbi. Lei, bosniaca e musulmana, studentessa di medicina, era stata colpita nei primi mesi di guerra, primavera 1992, mentre si trovava in camera sua, alle spalle dell’Holiday Inn, l’albergo divenuto famoso come l’albergo dei giornalisti (alcuni anni dopo, in un marzo gelido, ci ho dormito nella sua stanza, e nella mia testa è rimasto il senso della banalità del male e dell’anonimità dei luoghi).
Era disperata B., mentre mi faceva notare con voce concitata il rischio che stavamo correndo, ad avere uomini politici come Umberto Bossi che parlavano allora di secessione. Ne aveva appunto parlato Karadzic, il criminale-poeta serbo bosniaco, nei suoi focosi comizi dell’inizio del 1992, e i risultati li abbiamo visti o ce li hanno raccontati. Una città dilaniata dall’odio che arriva alla superficie in modo repentino, insufflato dalle parole e dai litigi che crescono d’intensità.
Storia complessa, certo, quella delle guerre balcaniche. Storia lunga e complessa, certo, quella della dissoluzione della Jugoslavia. Storia non semplice e per nulla repentina, la storia della nuova scomposizione dei Balcani, delle nazioni, dello sminuzzamento, del comunitarismo. Eppure Sarajevo, per chi l’ha vissuta dall’interno e a distanza, insegna quanto la divisione e l’odio possano comparire sui pianerottoli dei palazzi, nei semplici condomini di una cittadina incassata nelle colline.
“Vivevamo assieme. E poi, da un momento all’altro, il nostro vicino di casa, il dirimpettaio del pianerottolo è divenuto il nemico”, raccontava B. e raccontavano i tanti amici di Sarajevo. Sopra i condomini, i pianerottoli, i bar aleggiavano i politici. I politici che usavano le parole dell’odio e le parole facili, facilmente digeribili del populismo. E anche lì un referendum, totalmente diverso da quello che ha segnato la storia d’Italia in quest’autunno 2016. Quel referendum era sull’indipendenza della Bosnia Erzegovina, e nulla e nessuno arrivarono a sciogliere i vecchi nodi politici, economici e poi identitari che avevano fatto correre la Jugoslavia titina verso la sua dissoluzione. L’assedio di Sarajevo iniziò in sostanza con quel referendum e quell’odio a poco prezzo fatto circolare senza il necessario senso della convivenza.
Sono così lontani i pianerottoli di Sarajevo dai condomini virtuali in cui abitiamo? Così lontano il turpiloquio e l’offesa facile di cui sono piene le bacheche di Facebook, diventate i nostri tazebao quotidiani, le cassette della posta nei nostri androni via web? Pochi i dialoghi, le discussioni serie e profonde. È tutto un fiorire di citazioni colte unite a posizioni inconciliabili. O qui o lì. O con me (con Lui) o contro di me (Lui, il Leader, sempre un leader maschio). E tra gli amici, spesso, il tacito accordo di non parlarne, di questo referendum disgraziato. Meglio di no, meglio lasciar stare. Meglio non parlarne e rimanere amici, senza nessuna ruggine. Come si fa con quegli episodi mai risolti, quella frase detto senza pensarci, quell’offesa involontaria…
Le parole sono pesanti. Lo sono sempre. Il dialogo è sempre difficile, perché implica la perdita di una nostra pur piccola sovranità. L’ascolto implica sicurezza di sé e tenerezza. La verità non è di nessuno. Le regole, invece, sono di tutti. Le regole del parlare e le regole di uno Stato. Quando si scardinano senza costruire pilastri sicuri e forti, è l’intera società che perde la bussola civile.
La foto, del 1992 a Sarajevo, è del mio grande amico Mario Boccia, fotografo-poeta.

Che parole chiare semplici e ferme come lame, grazie. In questi giorni ho dormito poco ed al mattino presto, a volte molto presto, mi capita di avere bisogno immediato di parlare ed ascoltare e trovare legame sociale ed affettivo e telefono a mio cugino Giorgio, a Pisa, e ci diciamo la comune desolazione per questa diffusa tendenza all’invettiva al due del nemico ed alla fuga dal dialogo vero, dal confronto delle idee allo scambio di parole che riescano a far passare, magari per caso, pezzetti di anima di cuore di intelletto umano che, in sua tomba tale, non può non essere inclusivo dialettico