Regine di Siria

Io non ho parole, oggi. Non ho le parole giuste, quelle che spiegano. O salvano la coscienza.

E a dire il vero non le ho da molto tempo, le parole giuste su Aleppo e sulle altre città martiri siriane. Non le ho, le parole giuste, per una questione di serietà: non sono esperta di cose siriane così come lo sono di cose palestinesi ed egiziane. Non sono esperta, ma questo non vuol dire che ciò succede da cinque anni e mezzo in Siria non travolga la nostra dimensione etica.

Quando iniziò, il 15 marzo del 2011, la rivoluzione siriana aveva tutti i connotati della rivoluzione egiziana, di quella tunisina, di quella bahreini. Rivoluzione contro una dittatura violenta, che aveva ucciso, torturato, annichilito. Poi ci si misero le potenze regionali, quelle super-regionali, i jihadisti finanziati e quelli che dicono di crederci. Ed ecco la tragedia, spiegata come in un bignami della guerra per bande. Una tragedia dai molti responsabili, ma che non mi si dica, per favore, che se fosse rimasto in sella Bashar al Assad i siriani sarebbero stati meglio. Che era meglio, insomma, non farla la rivoluzione. 

La dittatura è dittatura, e la nostra complicità nel tenerla in vita da decenni non ce la toglie nessuno, dalla nostra fedina penale.
I morti del regime non li abbiamo visti per molti anni. Eppure c’erano, e c’erano a Palmira, nella Palmira delle cui vestigia così tanto ci preoccupiamo. Più della vita delle persone.

Il mio commento è questa foto. Ritrae le Queens of Syria. Un pugno di donne siriane rifugiate, donne fuggite dalla guerra e arrivate profughe in un rifugio benedetto e allo stesso tempo precario. Rappresentano le donne intrappolate ad Aleppo, le donne martiri di tutte le città siriane. E le donne che ce l’hanno fatta, almeno a salvare loro e le loro famiglie. Sono le sommerse e le salvate. Hanno raccontato le loro storie in una pièce teatrale. Ho avuto l’onore e la gioia di incontrarle ad Amman, queste regine,  in un pomeriggio da ricordare, pieno di calore nonostante il freddo, di sorellanza, di sguardi, di intesa tacita sull’umanità.

Il loro sorriso e la loro dignità ci siano da monito, nei nostri sonni inquieti.

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